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22/10/2026

I due volti della sofferenza. Di chi la vive e di chi la cura. Il nostro appello a istituzioni e cittadini

Responsive image Dimissioni record, reparti svuotati e un patto di cura che rischia di spezzarsi: una crisi che riguarda da vicino ognuno di noi e solo insieme possiamo fermare l'esodo e difendere il diritto alla salute.

di Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed

La sofferenza ha sempre due volti. C'è quella che si legge negli occhi di chi è malato, e c'è quella, più silenziosa, negli occhi di chi lo cura, o almeno ci prova. Siamo un Giano bifronte: due corpi diversi, un unico destino. Da una parte chi ha bisogno di essere curato, dall'altra chi ha scelto di curare. Per questo, quando il diritto alla cura viene negato, viene negato a entrambi. Anche a noi.

E i numeri lo dicono con una chiarezza che non lascia spazio alle interpretazioni. Nel 2025, un italiano  su dieci ha rinunciato a curarsi. Nello stesso tempo, chi dovrebbe curarli se ne va. Nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri sono state 3.767, il 150% in più dell'anno precedente: è per la prima volta hanno superato i pensionamenti. In dodici regioni su venti, sono più i medici che scelgono di lasciare il Servizio sanitario nazionale di quelli che lo lasciano per raggiunti limiti di età. Non è mobilità fisiologica. È un esodo.

Non è soltanto una questione di soldi, anche se servono, e servono eccome. Ma il problema è anche altro. È una questione di professionalità dimenticata, di dignità calpestata, di ambizioni precluse. È una questione di tempo: il tempo sottratto alla cura e il tempo sottratto a noi stessi. Negli ospedali mancano oltre diecimila medici, in dieci anni sono stati tagliati 35mila posti letto, e chi resta accumula più di cinque milioni di giornate di ferie mai godute. Giorno dopo giorno, questo ha trasformato quel che resta di esseri umani in ingranaggi di una macchina che insegue l'efficienza invece dell'efficacia. Che conta le prestazioni e smarrisce le persone.

Il nostro è un sistema costruito sull'economia e sul denaro, chiamato oggi a rispondere a un bisogno di salute che cresce e che è profondamente cambiato. Pazienti sempre più anziani e pluripatologici, luoghi di cura da reinventare, professionisti da formare e aggiornare. L'intelligenza artificiale può aiutarci, certo. Ma non basta. Nessun algoritmo restituirà ciò che si è perso: la centralità di chi cura.

Serve far sentire di nuovo il professionista protagonista di quel piccolo miracolo che per decenni è sembrato quasi inspiegabile: prendersi cura del malato prima ancora che della malattia. In fondo, siamo tutti rimasti un po' legati alla visione che avevamo da bambini. Cerchiamo i supereroi nel mondo, ma sotto sotto vorremmo esserlo noi. E per molti di noi, indossare un camice è stato esattamente questo.

Oggi, invece, rischiamo di essere l'orco cattivo della favola. Non più custodi del bene più prezioso, la vita, ma una minaccia per essa. Persone da cui difendersi, non a cui affidarsi. Nel 2025 sono state segnalate quasi 18mila aggressioni contro il personale sanitario e sociosanitario, con oltre 23mila operatori coinvolti. Dietro ogni numero c'è un medico, un infermiere, un operatore che il giorno dopo deve tornare in reparto e continuare a curare.

È per questo che rivolgiamo un appello alle istituzioni. Quelle stesse istituzioni da cui, da troppo tempo, ci sentiamo abbandonati. Chiediamo che riconoscano finalmente ciò che dovrebbe essere ovvio: il medico, l'infermiere, il dirigente sanitario sono anelli essenziali della catena della cura. Non costi da comprimere, ma risorse su cui investire.

Ma il nostro appello è rivolto anche a voi, cittadini. Perché la sanità pubblica non è nostra, è vostra. È il patto più prezioso che una comunità possa stringere con se stessa: la promessa che nessuno verrà lasciato solo davanti alla malattia, qualunque sia il suo reddito, la sua età, il luogo in cui vive. Quel patto oggi si sta sgretolando, e non per colpa di chi lavora in corsia o in ambulatorio. Le liste d'attesa, i pronto soccorso affollati, i reparti senza personale non sono il frutto della nostra indifferenza, ma di anni di scelte sbagliate.

Vi chiediamo di tornare a fidarvi di noi e di stare dalla nostra parte. Non contro qualcuno, ma per qualcosa: per un servizio sanitario che sia ancora capace di curare. Difendere chi vi cura significa difendere la vostra stessa possibilità di essere curati. Siamo dalla stessa parte del letto, anche quando ci troviamo ai lati opposti.

Perché senza di noi la cura cambia natura. Smette di essere cura e diventa soltanto prestazione.

Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed

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