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24/07/2026

«Il SSN è in terapia semi-intensiva, vive grazie ai professionisti». Intervista a Di Silverio - ONE HEALT

Dalla carenza di personale alla formazione dei giovani medici, dalle difficoltà dell’assistenza territoriale alle liste d’attesa. «Bisogna ricostruire il rapporto di fiducia tra professionisti e pazienti»

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Il Ssn è ancora vivo, ma si trova in una condizione paragonabile a quella di un paziente ricoverato in terapia semi-intensiva”. A sostenerlo è Pierino Di Silverio, segretario nazionale dell'Anaao Assomed, recentemente riconfermato per il mandato 2026-2030.

La sanità pubblica italiana, secondo Di Silverio, continua a fare i conti con le conseguenze lasciate dalla pandemia: ospedali profondamente trasformati, professionisti sottoposti a una pressione crescente e un rapporto tra medico e paziente progressivamente indebolito. A questa eredità si aggiungono problemi strutturali mai pienamente risolti, dalla carenza di personale alle difficoltà nel trattenere i professionisti, fino alla debolezza dell'assistenza territoriale e alle profonde differenze esistenti tra le Regioni.

Nell’intervista rilasciata in esclusiva a One Health, il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, che è anche dirigente medico, specialista in chirurgia e igiene, traccia un bilancio degli ultimi anni e indica le priorità del nuovo mandato. Al centro della riflessione ci sono la formazione dei giovani medici, il ruolo della dirigenza sanitaria, le condizioni di lavoro negli ospedali, la responsabilità professionale e il peso della medicina difensiva. Di Silverio affronta inoltre i temi delle aggressio al personale sanitario, delle Case e degli Ospedali di comunità, dell’autonomia differenziata e delle liste d’attesa, richiamando la necessità di ricostruire la fiducia dei cittadini e di restituire tempo, dignità e prospettive a chi lavora nel Ssn.

Dottor Di Silverio, quando è stato eletto la prima volta come Segretario nazionale dell’Anaao Assomed che Servizio Sanitario ha trovato?
«Mi sono trovato davanti un Ssn che usciva dal periodo probabilmente più duro della sua storia: il post-Covid. Tutti hanno parlato e continuano a parlare di ciò che è stata la pandemia. Io credo che dovremmo invece cominciare a parlare di ciò che ha lasciato al Ssn. Ha lasciato macerie, come se fosse passato un uragano. Ha lasciato una condizione di burnout che riguarda oltre il 65% dei professionisti, ospedali disgregati e completamente trasformati per quasi due anni in reparti di terapia subintensiva, dedicati esclusivamente alla cura di un’unica patologia e professionisti che hanno iniziato a disaffezionarsi al sistema. Ma, soprattutto, ha lasciato un’eredità pericolosissima nel rapporto tra medico e paziente. È proprio da lì che quel rapporto ha iniziato un declino vertiginoso, sia in termini di fiducia sia sul piano umano e relazionale. Quella che ho trovato era dunque una situazione drammatica, sia per i professionisti sia per il Ssn».

Recentemente è stato riconfermato anche per il mandato 2026-2030. Che bilancio traccia del lavoro svolto finora?
«In questi anni abbiamo cercato, con il confronto quando è stato possibile e con lo scontro quando è stato necessario, di limitare i danni e di restituire dignità ai professionisti, a partire dall’aspetto economico. Abbiamo contribuito alla defiscalizzazione di una parte delle retribuzioni legate al lavoro aggiuntivo; abbiamo ampliato il cosiddetto Decreto Calabria consentendo agli specializzandi dal terzo anno di entrare già oggi nel Ssn; abbiamo firmato due contratti e ci apprestiamo a sottoscrivere il terzo, restituendo ai medici un riconoscimento economico che mancava da quindici anni, dopo il lungo blocco contrattuale. Abbiamo ottenuto un aumento dell’indennità di specificità, che rappresenta una componente importante dello stipendio, e siamo riusciti ad ampliare lo scudo penale, intervenendo anche sul fronte della responsabilità professionale.

Sono risultati importanti, raggiunti in un momento di grande difficoltà e in una fase di profondo cambiamento istituzionale. Tuttavia resta ancora moltissimo da fare. Oggi, dopo quattro anni, ci troviamo di fronte a un Ssn che inizia già a subire gli effetti di quella che considero una scellerata legge sull’autonomia differenziata. In alcune Regioni iniziano a vedersi le prime differenze concrete, con il rischio di creare non soltanto pazienti di serie A e di serie B, ma anche professionisti di serie A e di serie B».

Quali saranno le priorità di questa nuova fase e quale sanità italiana immagina di lasciare al termine del suo mandato?
«Le priorità del nuovo mandato sono molte. La prima riguarda sicuramente quella che noi definiamo la “clinicizzazione” del sistema. Stanno nascendo continuamente nuove facoltà di Medicina che, non disponendo delle strutture e del personale necessari, finiscono per riversarsi sugli ospedali, invadendoli. Questo comporta anche l’occupazione di ruoli gestionali che fino a ieri erano propri della dirigenza ospedaliera. Per accedere a quei ruoli un medico ospedaliero affronta un concorso, segue un percorso lungo e rigoroso, studia per anni. In ambito universitario, invece, è possibile arrivare a dirigere strutture senza affrontare lo stesso iter. Tutto questo altera un equilibrio già delicato, sia sotto il profilo organizzativo sia sotto quello della gestione dei reparti, affidando responsabilità a figure che spesso non hanno mai dovuto confrontarsi con la gestione quotidiana di un reparto ospedaliero.
Un’altra priorità riguarda la formazione. Gli specializzandi, che oggi sono circa 50 mila in Italia, continuano a svolgere il loro percorso con una semplice borsa di studio di circa 1.500 euro al mese, senza i diritti riconosciuti a un lavoratore. È una situazione che non è più accettabile per giovani che hanno dedicato anni allo studio e che si preparano ad assumersi la responsabilità di curare la vita delle persone.
Infine c’è tutta la questione della dirigenza sanitaria. Abbiamo bisogno di una nuova collocazione all’interno del Ssn. Non possiamo continuare a essere considerati semplicemente pubblica amministrazione, come se il nostro lavoro fosse assimilabile a quello di qualsiasi altro dipendente pubblico. Con il massimo rispetto per tutte le professioni, il nostro è un lavoro profondamente diverso e richiede una disciplina specifica. Serve quindi una modifica legislativa che ridefinisca il ruolo della dirigenza sanitaria, così come occorre intervenire sulla governance delle aziende sanitarie e sulla responsabilità professionale. Lo scudo penale rappresenta un primo passo, ma non basta.
Oggi dieci medici vengono denunciati ogni giorno e nove e mezzo, dopo otto anni di processi, risultano completamente innocenti. È evidente che vivere costantemente sotto questa pressione produce conseguenze enormi. Lo stesso vale per il fenomeno delle aggressioni. Abbiamo ottenuto strumenti importanti, ma non sono sufficienti. Alla base di tutto c’è il progressivo deterioramento del rapporto tra medico e paziente e su questo bisogna intervenire ricostruendo fiducia e migliorando sia le condizioni di lavoro dei professionisti sia quelle di cura dei cittadini.
Infine resta il tema degli stipendi. I medici italiani continuano ad avere tra le retribuzioni più basse d’Europa, a fronte di una delle tassazioni più elevate. È una situazione che non è più sostenibile».

Quindi, come sta oggi il SSN?
«Se dovessi utilizzare un linguaggio medico, direi che il Servizio sanitario nazionale oggi si trova in una terapia semi-intensiva. È ancora vivo soprattutto grazie all’abnegazione di chi continua a curarlo ogni giorno: noi professionisti».

Negli ultimi anni avete denunciato con forza la crescente difficoltà del SSN nel trattenere i propri professionisti. Quali sono, a suo avviso, le cause principali e quali interventi ritiene non più rinviabili?
«Le cause principali sono tre. La prima riguarda le condizioni di lavoro e, più in generale, l’organizzazione del lavoro. Lavorare in una situazione di costante carenza di personale, senza poter gestire adeguatamente il proprio tempo di cura e senza sentirsi realmente valorizzati porta inevitabilmente a lavorare male e, prima o poi, a voler lasciare il sistema.
La seconda causa è economica. È inutile nasconderlo: la retribuzione pesa nelle scelte professionali.
La terza riguarda la mancanza di progressione di carriera. Oggi il nostro contratto non riesce più a garantire un reale percorso di crescita, sia dal punto di vista economico sia da quello del riconoscimento del merito. Siamo diventati gli ingranaggi di una catena di montaggio: la cura si è trasformata in una prestazione e tutto questo finisce per allontanare 7 medici al giorno dal Ssn».

A tal proposito, con l’introduzione del semestre aperto cambia il sistema di accesso ai corsi di Medicina. Può essere una risposta efficace? O, più che sulla quantità di studenti, dovremmo puntare sulla qualità della formazione?
«Dobbiamo sicuramente puntare sulla qualità della formazione. Questa formazione dovrebbe essere realmente integrata tra università e ospedale, come avviene nella maggior parte degli altri Paesi. In Italia, invece, una parte del mondo universitario continua a opporre resistenza a questo modello. Il semestre aperto, da solo, rischia di non risolvere il problema. Se non sarà accompagnato da un corrispondente aumento dei posti nelle scuole di specializzazione, produrrà semplicemente un numero maggiore di laureati destinati a trasformarsi in “camici grigi”.
Non possiamo limitarci ad aumentare il numero dei laureati. Dobbiamo garantire loro un percorso che li conduca realmente alla professione. Ricordo che, secondo la normativa italiana, solo il conseguimento del titolo di specialista consente di lavorare negli ospedali. Se non aumentano anche i posti nelle scuole di specializzazione, questi giovani non avranno un reale sbocco professionale».

I più recenti dati Eurostat confermano che l’Italia continua ad avere una disponibilità di posti letto ospedalieri inferiore rispetto a molti altri Paesi europei. È davvero questo uno dei nodi del nostro SSN?
«L’Italia dispone di circa il 40% di posti letto in meno rispetto alla media europea. Se nel frattempo fosse stata realmente potenziata la medicina territoriale, questo dato potrebbe anche essere interpretato come il risultato di una diversa organizzazione dell’assistenza, nella quale il percorso di cura parte dalla casa del paziente e arriva in ospedale solo quando è davvero necessario. Il problema è che, fino a oggi, abbiamo assistito quasi esclusivamente a un taglio dei posti letto. La medicina territoriale non è stata rafforzata e, di conseguenza, gli stessi pazienti che prima si rivolgevano agli ospedali continuano a farlo anche oggi, trovando però un’offerta assistenziale ridotta del 40%.
A questo si aggiunge un altro elemento: alla riduzione dei posti letto corrisponde anche una riduzione del personale. Così ci troviamo con pazienti che aumentano, perché non trovano risposte sul territorio, mentre diminuiscono contemporaneamente posti letto e professionisti. È inevitabile che si creino congestionamento e difficoltà nell’assistenza».

Il monitoraggio dei LEA relativo al 2024 e recentemente pubblicato mostra segnali di miglioramento, ma continua a evidenziare forti differenze territoriali. Cosa si potrebbe e dovrebbe fare per garantire ai cittadini un accesso realmente uniforme alle cure? E qual è il rischio maggiore se questo divario continuerà ad ampliarsi?
«La prima cosa da fare sarebbe cambiare i meccanismi di valutazione, controllo e azione. I LEA, così come sono costruiti oggi, restituiscono una fotografia soltanto parziale della realtà. Si basano infatti su una suddivisione ormai datata e non più pienamente rappresentativa dell’attuale organizzazione del Ssn. A questo, si aggiunge l’effetto dell’autonomia differenziata, che sta accentuando ulteriormente le disuguaglianze. Già oggi vediamo Regioni, che fino a poco tempo fa rappresentavano dei modelli di riferimento, iniziare a mostrare criticità, ad esempio sul fronte dell’assistenza territoriale. Allo stesso tempo esiste una difficoltà generalizzata nella prevenzione: il Decreto ministeriale prevede che venga destinato il 5% delle risorse, ma nella realtà ci si ferma poco sopra il 2%. L’autonomia differenziata quindi rischia di amplificare tutto questo, perché ogni Regione potrà investire risorse in maniera sempre più diversa. Le Regioni economicamente più forti continueranno a migliorare, mentre quelle più fragili, spesso già sottoposte ai piani di rientro, rischieranno di peggiorare ulteriormente. Faccio sempre un esempio molto semplice: quello del buon padre di famiglia. Se ha due figli e uno è in difficoltà, cerca di aiutarlo. Lo Stato, invece, oggi fa spesso il contrario: quando una Regione è in difficoltà, invece di sostenerla la penalizza ulteriormente».

Si parla da anni di Case e Ospedali di comunità come del futuro della sanità territoriale. Qual è oggi il bilancio di questa riforma?
«Direi che possiamo definirlo un bilancio sostanzialmente fallimentare. Più che il futuro, ormai rappresenta il passato, anche perché ancora oggi non si è ben capito quale debba essere il ruolo delle Case e degli Ospedali di comunità. Di fatto ci troviamo di fronte a due contenitori distribuiti in modo disomogeneo sul territorio nazionale e, soprattutto, ancora vuoti.
Gli Ospedali di comunità avrebbero dovuto facilitare le dimissioni protette dei pazienti che non necessitano più dell’ospedale per acuti ma che non possono ancora rientrare al domicilio. Oggi, però, non sono ancora realmente operativi su tutto il territorio nazionale e manca una definizione chiara del loro ruolo. Le Case di comunità, invece, avrebbero dovuto rappresentare il primo punto di accesso alle cure e alla diagnosi. Dopo quanto accaduto con la medicina generale, però, sembrano essere diventate strutture popolate quasi esclusivamente dai medici di medicina generale, ma manca la figura dello specialista, il personale infermieristico, un coordinamento e, soprattutto, mancano gli strumenti diagnostici e terapeutici necessari affinché possano davvero svolgere la funzione per cui erano state pensate: filtrare gli accessi impropri ai Pronto soccorso e agli ospedali, che oggi rappresentano circa il 70% degli accessi complessivi».

L’emendamento di FI alla legge delega sulla riforma delle professioni sanitarie in merito all’esclusività ha acceso un grande dibattito, che vi ha visti in prima linea. Che cosa è successo?
«Partiamo da un presupposto: al di là delle intenzioni di chi lo ha proposto, l’emendamento è scritto male. Per come è formulato, introduce una sorta di “tana libera tutti”, consentendo al dirigente medico e al dirigente sanitario dipendente del Ssn di svolgere attività lavorativa, al di fuori dell’orario di servizio, nelle strutture private, nelle strutture private accreditate e nelle Case di comunità. Il problema è che non definisce modalità, limiti e ruolo. Si limita a dire che, terminate le ore di servizio in ospedale, il professionista può andare a lavorare altrove. In questo modo, però, viene di fatto aggirato anche il principio dell’esclusività del rapporto con il Ssn, che oggi rappresenta una parte importante della nostra retribuzione, pari a circa il 30% dello stipendio.
Se questa norma entrasse in vigore così com’è, il giorno dopo lo Stato potrebbe legittimamente dire al medico: “Dal momento che non hai più un rapporto esclusivo con il Ssn, quella quota economica non ti spetta più”. Il risultato sarebbe un doppio danno: stipendi più bassi e professionisti chiamati semplicemente a tappare i buchi di organico nelle Case di comunità, senza un ruolo definito».

Perché Anaao considera questa misura un rischio per il SSN?
«Di fronte a una proposta del genere non possiamo limitarci a dire che va bene. Dobbiamo dire con chiarezza che è stata scritta male. Prima di presentare emendamenti di questo tipo bisognerebbe confrontarsi con chi quelle norme dovrà poi applicarle, cioè con i professionisti. Inoltre, un cambiamento così radicale della professione medica non può essere deciso senza un confronto preventivo. Quando fu approvata la riforma Bindi ci fu comunque una discussione con le rappresentanze dei medici. Oggi questo confronto è mancato.
Io non voglio arrivare a una nuova stagione di conflitto, ma vorrei capire quale sia l’obiettivo finale e contribuire, se lo condividiamo, a raggiungerlo insieme. Che la professione abbia bisogno di una riforma lo diciamo da anni anche noi. Ma questa riforma deve essere costruita con i professionisti. Se così non sarà, i professionisti finiranno inevitabilmente in piazza. Noi non siamo contrari a una maggiore flessibilità della professione. Siamo contrari a interventi improvvisati e privi di una visione complessiva. Se davvero si vuole rafforzare la presenza dei medici nelle Case di comunità, noi siamo disponibili. Ma deve avvenire su base volontaria, con una prestazione aggiuntiva adeguatamente retribuita e, soprattutto, con un ruolo preciso. Diversamente non avrebbe alcun senso».

Le aggressioni al personale sanitario continuano a rappresentare un’emergenza nazionale. Le misure introdotte negli ultimi anni stanno producendo risultati?
«Le misure approvate negli ultimi anni, molte delle quali richieste con forza proprio dall’Anaao, sono sicuramente utili. Il problema è che sono ancora incomplete. Penso, ad esempio, all’arresto in flagranza differita, che abbiamo fortemente sostenuto. La norma prevede che possa essere applicata sulla base di prove video, ma molti ospedali non sono dotati di sistemi di videosorveglianza. Di fatto, quindi, una parte della legge resta inapplicabile. Detto questo, lo abbiamo sempre sostenuto: la deterrenza da sola non basta. Alla base delle aggressioni c’è spesso una profonda sofferenza dei pazienti, che non riescono ad accedere alle cure e finiscono per sfogare la propria frustrazione contro l’unico volto dello Stato che hanno davanti, cioè il medico o il professionista sanitario.Per questo motivo il problema va affrontato alla radice. Bisogna migliorare l’accesso alle cure e ricostruire il rapporto di fiducia tra medico e paziente. Tra l’altro, contrariamente a quanto si pensa, la maggior parte delle aggressioni avviene negli ambienti della psichiatria. Il fenomeno delle aggressioni è quindi il sintomo di un problema molto più ampio: il definanziamento cronico della sanità pubblica e un progressivo disinvestimento, non soltanto economico ma anche organizzativo e legislativo, che dura ormai da troppo tempo.Molte volte si cerca di intervenire sugli effetti anziché sulle cause. È esattamente quello che dobbiamo evitare».

Un altro tema molto sentito dalla categoria è quello della medicina difensiva. Quanto pesa oggi sull’attività clinica e cosa servirebbe per consentire ai medici di lavorare con maggiore serenità?
«Pesa moltissimo. Direi che i due fattori che oggi incidono maggiormente sul nostro lavoro sono proprio la medicina difensiva e il fattore tempo. La medicina difensiva pesa perché, purtroppo, spesso siamo quasi costretti a praticarla. Non è soltanto una questione psicologica. Oggi, se non ricorro alla medicina difensiva e vengo denunciato, rischio di pagare conseguenze anche sul piano civile e penale. Se invece adotto un atteggiamento difensivo, in qualche modo mi tutelo, perché la denuncia, purtroppo, può arrivare sempre.Cosa bisogna fare? Non mi piace parlare di depenalizzazione, perché è un termine che rischia di essere frainteso. Io non chiedo l’immunità né penso che i medici debbano essere sottratti al giudizio. Nessuno è al di sopra della legge. Quello che andrebbe eliminato è la gogna. Il giudizio che temiamo di più, infatti, è quello mediatico. Oggi siamo probabilmente l’unica categoria professionale che, a fronte di un’unica denuncia, si trova contemporaneamente sottoposta a cinque diversi procedimenti: quello interno all’azienda, quello dell’Ordine professionale, quello ordinario, quello civile, quello penale e poi anche un sesto, che è il tribunale mediatico, spesso è il più pesante di tutti. Servirebbe un sistema diverso». 

Cioè?
«Ad esempio, si potrebbe superare l’attuale meccanismo dell’avviso di garanzia, mantenendo naturalmente tutte le tutele difensive, ma consentendo al magistrato di verificare preliminarmente la reale consistenza della denuncia, magari attraverso una fase obbligatoria di conciliazione. Allo stesso modo, se una denuncia si rivelasse infondata, dovrebbe trovare applicazione il principio della lite temeraria. Inoltre, dovrebbe essere previsto un filtro tecnico: oggi chiunque può rivolgersi a un avvocato e avviare un’azione nei confronti di un medico, senza che esista un vero meccanismo di verifica preliminare.Lo scudo penale ha rappresentato un piccolo passo avanti, ma non basta. Serve una riforma organica della responsabilità professionale. So che il Ministro sta lavorando a un disegno di legge e noi, come sempre, siamo disponibili al confronto».

Lei ha citato anche il tema del tempo. Perché oggi rappresenta un problema così rilevante?
«Perché il tempo è diventato una delle principali cause del disagio professionale e anche uno dei motivi che spingono molti medici a lasciare il Ssn. C’è innanzitutto il tempo di cura. Non può essere predeterminato. Ogni paziente è diverso, ogni malattia è diversa e ogni percorso assistenziale richiede tempi differenti. Non possiamo pensare di stabilire che tutti i pazienti debbano essere curati nello stesso tempo.Poi c’è il tempo privato. Per quanto la nostra sia una professione che molti vivono come una missione, non possiamo vivere esclusivamente per lavorare. Io devo lavorare per vivere, non vivere per lavorare. Devo poter disporre anche del mio tempo personale, cosa che oggi, molto spesso, non accade».

Un medico che sta bene cura anche meglio.
«Esatto. E voglio aggiungere un’altra cosa: all’interno degli ospedali lavorano anche biologi, fisici, chimici e farmacisti ospedalieri, i cosiddetti dirigenti delle professioni sanitarie, che la legge equipara ai medici ma che, nella pratica, continuano troppo spesso a essere considerati professionisti di serie B. È una situazione che va superata, a partire dalla formazione specialistica, che segue lo stesso impianto normativo dei medici ma prevede trattamenti economici differenti. Anche sul piano contrattuale e legislativo questi professionisti vengono troppo spesso dimenticati. È un problema che merita di essere affrontato».

Sta facendo discutere l’emendamento che apre alla possibilità di reiscrivere all’Albo medici radiati per fatti non dolosi legati alla pandemia. Qual è la posizione dell’Anaao Assomed?
«A mio avviso l’errore principale è stato commesso durante la pandemia, quando è stata di fatto bypassata la competenza degli Ordini professionali. A decidere su questi casi avrebbe dovuto essere la FNOMCeO, che dispone già di propri organi disciplinari e degli strumenti necessari per valutare il comportamento dei professionisti. Quando si cede alla legge il compito di decidere su questioni di questo tipo, bisogna ricordare che le leggi sono fatte dagli uomini e che, cambiando le maggioranze politiche, possono cambiare anche le norme. Detto questo, è vero che questo emendamento non prevede un reintegro automatico, ma soltanto la possibilità di presentare domanda di reiscrizione all’Ordine. Resta però una considerazione di fondo: io ritengo che non si possa essere contemporaneamente medici e antiscientifici. O si crede nella scienza oppure non ci si crede. E se non si è creduto nella scienza durante la pandemia, faccio fatica a capire perché quella convinzione dovrebbe cambiare improvvisamente dopo qualche anno».

È stato appena pubblicato il primo bollettino periodico dell’Agenas sulle liste d’attesa dopo l’avvio della Piattaforma nazionale: qual è la sua lettura?
«La piattaforma è stata costruita in modo tale da rappresentare uno strumento di consultazione, più che di reale valutazione. C’è un primo aspetto tecnico che va chiarito. All’interno della piattaforma non viene utilizzato il tempo medio di attesa, ma la mediana: si tratta di un piccolo escamotage statistico. Il tempo medio restituisce la media di tutti i tempi di attesa; la mediana, invece, individua il valore centrale della distribuzione e rischia quindi di fornire una rappresentazione parziale del fenomeno.
Al di là di questo, però, il problema delle liste d’attesa esiste e non può essere negato. Le liste d’attesa sono sempre esistite. Il Covid le ha semplicemente esasperate, perché per circa due anni gran parte dell’assistenza sanitaria ordinaria è stata sospesa. Terminata la pandemia, però, non abbiamo aumentato il personale, non abbiamo rafforzato le strutture, non abbiamo investito sufficientemente nell’organizzazione e, di conseguenza, il problema è rimasto. Oggi continuiamo a chiedere ai professionisti di lavorare sempre di più, senza intervenire realmente sulle cause che generano le liste d’attesa. E continuiamo a trascurare un tema fondamentale: l’appropriatezza delle prestazioni».

Quindi è una fotografia parziale.
«Sì, perché si dovrebbe partire da indicatori uguali. E invece esistono profonde differenze organizzative tra le Regioni. I Cup non funzionano ovunque allo stesso modo, i sistemi informatici sono diversi, l’intelligenza artificiale è presente in alcuni territori e assente in altri. Cambiano il numero dei medici, quello dei pazienti e persino l’incidenza delle diverse patologie. Per questo non è possibile mettere tutto nello stesso contenitore e limitarsi ad affermare, in maniera generica, che le liste d’attesa sono diminuite. Non è così. Le liste d’attesa, peraltro, sono presenti – ed esacerbate – in alcune prestazioni soltanto, non in tutte: il rischio è anche quello di consegnare una fotografia sbagliata del SSN, che nonostante tutto continua ad erogare 2,5 milioni di prestazioni gratuite ogni giorno. Anche la narrazione eccessivamente negativa del nostro servizio di cure fa perdere la fiducia nel cittadino. La verità è che esistono prestazioni per le quali le difficoltà sono molto serie e altre per le quali il problema riguarda soprattutto l’organizzazione. Esistono prestazioni nelle quali le criticità sono enormi, soprattutto dove manca personale, dove le strutture sono insufficienti o dove la domanda è particolarmente elevata. In altri casi, invece, le difficoltà dipendono soprattutto da problemi organizzativi: penso, ad esempio, alla mancata pulizia delle liste d’attesa o al fatto che alcune Regioni intervengano sui criteri di gestione per rientrare formalmente nei parametri previsti dai LEA, pur senza riuscire a garantire realmente le prestazioni ai cittadini».

Avete espresso queste perplessità anche al Governo. Qual è stato il riscontro?
«Mi auguro che si continui a lavorare per migliorare il sistema. Devo riconoscere che questo Governo, almeno sul piano del confronto, non si sottrae al dialogo, anche se poi, in molte occasioni, sceglie comunque di proseguire per la propria strada. Il problema è che troppo spesso finiscono per prevalere interessi di natura lobbistica rispetto agli interessi del sistema e, soprattutto, dei cittadini. Purtroppo continuiamo a vivere in un Paese nel quale alcune lobby riescono ancora a incidere più di quanto riescano a fare i cittadini e gli stessi professionisti che ogni giorno lavorano all’interno del Ssn».

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