Attesa per la sentenza prevista per il 10 febbraio.
Ingannevoli e peggiorative le modifiche dell’ultima legge di bilancio in materia.
Roma 4 febbraio 2026 - Il prossimo 10 febbraio la Corte Costituzionale si pronuncerà per la terza volta sul sequestro del trattamento di fine rapporto dei dipendenti pubblici. Un provvedimento inventato nel 1997 e successivamente aggravato e appesantito: inizialmente venivano differite di 12 mesi le pensioni di vecchiaia e di 24 mesi quelle di anzianità con le modifiche del 2010 e 2013 il sequestro veniva prolungato e rateizzato in tre rate, con un tetto di 50.000 euro le prime due, che vengono distribuite dopo 24, 36 e 48 mesi per le pensioni di anzianità e di 12, 24 e 36 mesi per quelle di vecchiaia. Alcuni trattamenti pensionistici, quali il cumulo erogano la liquidazione in tre trances non prima dei 68, 69 e 70 anni a prescindere dall’età di pensionamento. Le modifiche del limite ordinamentale che dal 2025 è stato spostato a 67 anni hanno ulteriormente differito il godimento del TFS/TFR maturato. Infine l’aumento dell’età per la pensione di vecchiaia differirà ulteriormente l’erogazione di quanto dovuto.
Si tratta del sequestro di un bene personale frutto della contribuzione e dei contratti di lavoro. Stridente è la discriminazione con i dipendenti privati che percepiscono la liquidazione senza ritardi al cessare dell’attività lavorativa. Il mancato accantonamento dedicato dei contributi versati dai dipendenti pubblici ha consentito ai governi di usare queste liquidazioni per le politiche di bilancio senza porvi rimedio in quest’ultimo quarto di secolo. Per ben due volte la Corte costituzionale ha di fatto ammesso l’illegittimità della norma sollecitando il legislatore a porre fine a questo sequestro. Dopo il primo pronunciamento (sentenza 159 del 2019) il legislatore aveva previsto una detassazione a parziale ristoro del ritardato pagamento, fermo restando la persistenza del sequestro senza interessi e rivalutazione monetaria. Un ulteriore pronunciamento nel 2023 con la sentenza n.130 ha nuovamente sollecitato il legislatore a porre fine al differimento del pagamento o perlomeno a prevedere un piano di rientro, tuttavia nonostante numerosi disegni di legge e prese di posizione di tutte le forze politiche e del governo stesso, l’illegittimo e incostituzionale sequestro persiste invariato. Del tutto beffarda, peggiorativa ed irridente è la norma contenuta nell’ultima legge di bilancio che riduce da 12 a 9 mesi l’erogazione della prima rata.
Così facendo viene meno per tutti la detrazione fiscale del 1,5% sulla prima rata: l’anticipo di 3 mesi comporta una perdita pari al 1,5% trimestrale ovvero un tasso annuo del 6% assai svantaggioso rispetto agli anticipi bancari che attualmente comportano un onere di circa il 3% annuo medio. L’ultima legge di bilancio, nonostante affermazioni inverosimili e incredibili che stravolgono l’evidenza, ha pertanto ulteriormente peggiorato la situazione e certamente non ha risposto alle sollecitazioni della sentenza 130 della suprema Corte. Legittimo è il sospetto che il provvedimento sia stato concepito unicamente per eludere i richiami sull’inerzia legislativa.
Non resta che attendere il nuovo pronunciamento auspicando che venga restituita dignità a dei lavoratori a lungo privati di un bene personale frutto di una vita di lavoro e di regolari contribuzioni.
Giorgio Cavallero, Segretario Generale COSMED