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COVID-19: cosa attendersi nei prossimi mesi? DM N.9/21

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Articolo di Concetta Castilletti - Dirigente Biologo, Responsabile UOS Virus Emergenti articolazione del Laboratorio di Virologia e Laboratori di Biosicurezza, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, IRCCS

Il vaccino continua ad essere l’arma più efficace di cui disponiamo, ma da solo non è sufficiente per tenere sotto controllo la pandemia nei mesi autunnali e invernali che stanno arrivando. Mascherine, distanziamento e responsabilità individuale nei comportamenti saranno ancora fondamentali, soprattutto in presenza della variante Delta, assai più contagiosa dei ceppi precedenti. Le due incognite da tenere sotto osservazione: la stagione influenzale e la diffusione del virus tra i bambini al di sotto dei 12 anni

Tra la fine di settembre 2020 e la fine di marzo 2021 in Italia si registrarono quasi 3,3 milioni di casi di Covid-19, con oltre 73.000 decessi, in media più di 400 al giorno. I momenti più bui: il 13 novembre, quando furono registrati oltre 40.000 nuovi casi, e il 26 dello stesso mese, con 853 decessi.
Il r icordo di questo tragico passato recente deve essere ben presente nel momento in cui entriamo nella seconda st agione invernale dell’era COVID, soprattutto se pensiamo che alla vigilia della stagione autunnale e invernale 2020-21, dopo il pesante lockdown primaverile, il numero giornaliero di casi e l’occupazione delle corsie e delle terapie intensive era ad un livello più basso di quello del settembre 2021.
Rispetto all’anno scorso, però, oggi disponiamo di uno str umento, il vaccino, che ha cambiato le regole d’ingaggio con il virus. I dati che l’Istituto Superiore di Sanità aggiorna ogni settimana ci dicono che il completamento del ciclo vaccinale garantisce una protezione superiore al 90% contro l’ospedalizzazione, il ricovero in terapia intensiva e il decesso. Per c hi non è vaccinato ed ha più di 60 anni vi è un rischio maggiore di quasi cinque volte di contrarre l’infezione rispetto a chi ha completato il ciclo vaccinale, di dieci volte di ospedalizzazione, di 20 volte di entrare in terapia intensiva, e di 12 volte di decesso.
Tutto risolto dunque? Purtroppo le cose non sono così semplici, e nei prossimi mesi ci sarà ancora da stare attenti per tenere sotto controllo una possibile ripresa dei contagi, anche se oggi le ragioni dell’ottimismo sono senz’altro prevalenti. Cosa fare allora? Perché bisogna mantenere la guardia ben alta?
Per rispondere a queste domande ci aiuta l’ultimo documento di risk assessment dell’ECDC, l’authority europea di controllo delle malattie, pubblicato lo scorso 30 settembre e relativo al rischio da COVID-19 e alle contromisure da adottare nel periodo autunnale nei 27 paesi dell’Unione Europea e nei tre dello Spazio Economico Europeo (Islanda, Norvegia, Liechtenstein).
L’ECDC rileva come la variante Delta, molto più trasmissibile rispetto ai ceppi precedenti, totalizzi ormai in Europa oltre il 99% dei nuovi casi segnalati.
Di positivo c’è che i vaccini attualmente disponibili rimangono altamente protettivi contro questa variante, specialmente contro le forme gravi della malattia. Il vaccino dunque è il presidio primario, ma nonostante a fine settembre 2021 oltre il 61% della popolazione europea risulti completamente vaccinata, vi sono ancora notevoli differenze, sia tra un paese e l’altro che all’interno dei singoli paesi.
Va sottolineato a questo proposito che non tutta la popolazione al momento può essere vaccinata, dal momento che per i bambini di età inferiore ai 12 anni gli attuali vaccini attualmente non sono autorizzati.
E così per esempio in Italia gli oltre 42 milioni di persone che a fine settembre hanno completato il ciclo vaccinale corrispondono all’80% della popolazione vaccinabile, ma soltanto al 72% della popolazione totale. Numeri certo importanti, ma non ancora sufficienti a costituire quella barriera di immunizzazione definita “immunità di comunità” che limita o blocca la diffusione del virus, soprattutto in considerazione del fatto che la variante Delta, oggi dominante, ha una contagiosità più che doppia rispetto al ceppo virale originario del SARS-CoV-2.
In aggiunta al tasso di vaccinazione, altre variabili possono influire su un maggiore o minore impatto dell’epidemia nei mesi autunnali e invernali. Le più significative sono le cosiddette “misure non farmacologiche”: le mascherine, il distanziamento, l’igiene delle mani. Altro fattore che va tenuto in considerazione è il tasso di mobilità e di contatto tra la popolazione: più sono le interazioni tra le persone (mezzi di trasporto, scuole, luoghi di lavoro e di ritrovo, etc.), maggiori i rischi di contagio.
Misure come il green pass, con le quali in Italia ed in altri paesi si riserva l’accesso a determinate attività o servizi alle persone vaccinate, che hanno superato l’infezione o in possesso di un tampone negativo recente, costituiscono appunto uno strumento per garantire un accettabile compromesso tra le ragioni della salute e quelle economiche e sociali: è quello che Mario Draghi, in una delle sue prime conferenze stampa da Presidente del Consiglio, definì “rischio ragionato”.
Infine, non è da sottovalutare la potenziale attenuazione nel tempo della protezione garantita dall’immunità naturale o vaccinale. In Italia è già stata avviata la somministrazione di una terza dose ai pazienti fragili, che hanno una risposta meno robusta al vaccino, ed è stata già programmata una campagna per le terze dosi agli operatori sanitari e al resto della popolazione immunizzata da oltre sei mesi, a partire dai soggetti più a rischio, gli over 80.
Sulla base di queste variabili, l’ECDC ha sviluppato una serie di scenari. In estrema sintesi:
I paesi con una bassa copertura vaccinale e che prevedono di allentare le misure di contenimento, nell’autunno 2021 hanno un rischio elevato di una impennata significativa di casi, ricoveri e decessi. In un tale scenario, a causa della circolazione molto elevata del virus, i gruppi di popolazione più vulnerabili, anche se completamente vaccinati, sarebbero a rischio di contrarre infezioni con esito severo.
I paesi con una elevata copertura vaccinale, come l’Italia, hanno un rischio contenuto di una nuova ondata di casi, ricoveri e decessi nell’autunno 2021, a meno che non si verifichi un rapido declino dell’efficacia del vaccino a causa del declino dell’immunità e/o una rimozione delle misure di contenimento e/o un significativo incremento dei tassi di contatto tra la popolazione.
L’ultimo caveat che fornisce l’ECDC è relativo a due variabili il cui impatto non è ancora stimabile, ma che potrebbero costituire altrettante complicazioni nella gestione della pandemia. La prima è l’epidemia stagionale di influenza, che l’anno scorso, in presenza di significative misure di contenimento e di pesanti limitazioni agli spostamenti delle persone, è praticamente “saltata”, ma che quest’anno potrebbe ripresentarsi e sovrapporsi al COVID-19, costituendo un rischio supplementare per le persone, oltre che un ulteriore sovraccarico per il sistema sanitario e per la gestione della salute pubblica.
La seconda incognita è rappresentata dal potenziale aumento dei casi tra la popolazione più giovane non vaccinabile, collegata alla ripresa delle attività scolastiche in presenza. È vero infatti che nella quasi totalità dei casi la malattia nei bambini ha un decorso lieve o asintomatico, ma nel corso della recente ondata di casi causati dalla variante Delta negli Stati Uniti vi è stata una significativa crescita di casi anche gravi in questa fascia di età.
In conclusione, non vi è motivo per non essere ragionevolmente ottimisti circa la progressiva risoluzione della pandemia ed il ritorno alla normalità. L’importante è non passare dalla fiducia all’euforia, col rischio di rovinare la fatica e le sofferenze che tutti siamo stati costretti a sopportare in questo ultimo anno e mezzo. Siamo vicini al traguardo, ma c’è ancora un tratto di strada da fare, con responsabilità, solidarietà e fiducia nella ricerca scientifica, che ci ha dato gli strumenti per vincere questa battaglia.

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