Editoriali

LA SANITA' TRA PATTO PER LA SALUTE E RIFORMA PA: COSI' SI DIFENDE UN'ECCELLENZA?

Editoriale del Segretario Nazionale Anaao Assomed - Dirigenza Medica n. 7/2014

Due episodi di rilievo sono accaduti nel mondo sanitario dopo il Congresso di Abano Terme.

Il primo riguarda la stipula, tra Ministro della Salute e Regioni, del Patto per la Salute, che qualcuno già definisce “pacco”. Un documento di programmazione, frutto non già come il PSN dell’attività e del confronto parlamentare, ma della concertazione secretata tra due livelli istituzionali che hanno trovato, al riparo da confronti e coinvolgimento di altri attori, un compromesso sul finanziamento, almeno per il 2014, limitandosi per il resto a proposte di intenti affidate ad un incerto futuro. Per dirla con il prof. Spandonaro, “un complesso documento di indirizzi generali del SSN di cui sfuggono i contenuti concreti”. Comunque sia, una ennesima occasione mancata per coinvolgere i professionisti, cioè quella parte del sistema la cui partecipazione è, come il Ministro pure riconosce, conditio sine qua non di ogni cambiamento. Un patto che ha confermato, se ce ne fosse ancora bisogno, l’indubbio interesse del Ministro, e delle Regioni, per il sistema di cure primarie ma non, però, per il sistema ospedaliero, un contenitore da rottamare insieme ai contenuti, che sono diritti, saperi e competenze. Un approccio orbo alla sanità, privo di una logica di sistema, che tenta di speculare sul trito antagonismo ospedale-territorio, non riuscendo, o non volendo, immaginare un modello organizzativo a rete integrata di servizi. Un patto che dà ad ognuno il suo: agli ospedali standard di posti letto e di organici al ribasso, alla medicina convenzionata la cornice per il rinnovo degli accordi contrattuali, alla medicina universitaria il mantenimento dello statu quo. La politica dei più forni. Qualcuno, però, finirà con lo scottarsi nelle prossime campagne elettorali.

Mentre scrivo l’iter di conversione alla Camera del Dl 90, che con enfasi eccessiva viene definito riforma della Pubblica Amministrazione, il secondo degli episodi cui accennavo, è arrivato alla discussione in Aula, preludio per un ennesimo voto di fiducia.
Grazie agli emendamenti che l’Anaao Assomed ha presentato e sostenuto, in maniera testarda quanto isolata, raccogliendo la disponibilità di deputati di diversi partiti politici, siamo riusciti ad evitare l’ennesima beffa per i medici e dirigenti sanitari dipendenti ed ulteriori danni per la sanità pubblica.

La riapertura della caccia all’uomo, prodotta da una improvvida rottamazione ripescata dall’oblio in cui era caduta per essere riproposta, eternizzata, estesa ai direttori di struttura complessa, è stata circoscritta da paletti che ne riducono la massa di impatto. In un primo momento, questo strumento per “rottamare” persone era stato pensato solo per noi, come se l’onore, e l’onere, di assicurare il ricambio generazionale, per quanto pensato e attuato in modo discutibile e maldestro, dovesse ricadere solo sulle nostre spalle, essendo, si sa, i giovani medici disoccupati o precari tutti aspiranti ospedalieri. Ma i diritti, ed i doveri, valgono per tutti o per nessuno. Grazie alle nostre pressioni in nome di elementari principi di equità, nel testo che va al voto dell’Aula il meccanismo coinvolge i professori universitari, ma non altre figure professionali che pure lavorano nel SSN. Oggi il CUN se ne duole, più per motivi di principio che rischi reali, con la solita arroganza di chi si stupisce che qualcuno abbia osato colpire la “alterità” del mondo universitario.

Grave è stato, però, il rifiuto della commissione di vincolare le risorse così risparmiate alla stabilizzazione dei precari o a nuova occupazione, come noi avevamo proposto in un sub-emendamento. Il che la dice lunga su una staffetta generazionale annunciata con enfasi, ma negata da fatti, in cui certe ed obbligate sono le uscite ma non le entrate, con il rischio di diminuire il numero dei medici senza alcuna contropartita in termini occupazionali per i giovani o di stabilizzazione di un precariato di lungo corso, di cui Governo e Regioni sono largamente responsabili.

Abbiamo contestato l’idea, non nuova ma nata nel regno brunettiano, di mettere carriere e competenze alla mercè del DG di turno, non per appiattirci sul versante sbagliato di un bipolarismo anagrafico, ma per evitare di offrire nuovi strumenti al taglio del costo del lavoro medico, lo esproprio di un diritto acquistato con il riscatto degli anni di studio, un travaso di competenze a favore della sanità privata. In un mercato che il Governo propone di liberalizzare, che vede il passaggio dai palazzi e dalle case della salute agli outlet, nel trionfo di un consumismo in cui l’offerta induce domanda e gli utili saranno privati mentre i costi sono o saranno pubblici, la ciliegina sulla torta che rende disponibili a costo zero le elevate competenze professionali necessarie alla sanità privata potrebbe contribuire al delitto perfetto. Non è accettabile, comunque, che ancora una volta si intervenga sul’ età di quiescenza dei medici e dirigenti sanitari dipendenti in modo disorganico, all’interno di un decreto legge e non in un quadro di programmazione, senza tener conto dello stato di impoverimento, anche numerico, delle risorse umane negli ospedali, che richiederebbe logiche espansive e non ulteriormente riduttive.

Abbiamo anche provato a rivendicare all’interno del calderone del pubblico impiego una specificità per il personale sanitario, almeno pari a quella dei magistrati, insieme con il riconoscimento di modalità applicative specifiche per il personale sanitario. Senza successo.
Ma un risultato di grande rilievo abbiamo portato a casa. La trasformazione in obbligo legislativo di quello che finora era un obbligo contrattuale, in questi tempi niente altro che una foglia al vento, per le aziende sanitarie a rispondere, con modalità assicurative o autoassicurative, degli eventi avversi attribuiti ai propri dipendenti. Ciò che da più parti, e da tempo, ci veniva chiesto per riportare un minimo di serenità all’interno del nostro lavoro, è stato finalmente ottenuto. Da ora in poi, specie al sud, niente può essere come prima in tema di sicurezza delle cure. Un buon auspicio per la legge sulla responsabilità professionale che in autunno giunge alla discussione parlamentare.

Il Governo è stato invece sordo, con discutibili motivazioni di ordine procedurale, alla nostra richiesta di ottenere una modifica della L.150/2009 volta ad identificare una area contrattuale autonoma per la dirigenza sanitaria. Il che può voler dire che, risorse o non risorse, del prossimo contratto si parlerà tra 4 anni.

Il dato politico che emerge da questa vicenda è, però, lo scarso peso specifico della sanità all’interno della compagine, e della politica, di governo. E le nomine del “nuovo” Consiglio Superiore della Sanità, l’ennesimo monocolore universitario, testimoniano di questo pensiero debole di una visione politica miope. Ne prendiamo atto.

L’Esecutivo Nazionale ha deciso di avviare una campagna di autunno che poggi su di una messa a disposizione di un pacchetto di servizi e iscrizioni a costi promozionali, per rilanciare con maggiore forza le parole d’ordine che abbiamo scelto al Congresso. Contratto di lavoro, legge sulla responsabilità professionale, lotta al precariato e nuovi modelli formativi, al di là del disastro del Tar, con giudici che si sostituiscono ai medici ed ai decisori dei fabbisogni, e delle indecisioni e contrasti dei ministri competenti.

Se la sanità italiana è una “eccellenza che non teme confronti a livello internazionale”, come finalmente ha riconosciuto il Vice-ministro della economia Enrico Morando, lo si deve anche a noi. I LEA siamo noi, e dal nostro lavoro intendiamo ripartire per salvaguardare il miracolo italiano che abbiamo contribuito a produrre. Con più iscritti, più giovani e più donne a lavorare con passione ed orgoglio per il futuro della categoria e del servizio sanitario pubblico e nazionale.

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