Editoriali

Senza i medici non si fa la sanità, di Domenico Iscaro

Dirigenza medica n. 4/2006

 

Siamo nel mezzo di un profondo, e non sappiamo ancora quanto travolgente, cambiamento di guida politica del Paese, che, visto l'esito della consultazione elettorale, appare tuttora incerto. Ci sembra, quindi, quanto mai opportuno ribadire le nostre priorità, affermare le nostre aspettative.

La nostra prima e più importante preoccupazione è per la sorte del Ssn. L'indebitamento corre apparentemente irrefrenabile, la forbice tra spesa e finanziamento appare sempre più marcata con il passare dei mesi e la crescita della spesa dopo essere stata del 4,8% in media nel triennio 2003-2005, con un disavanzo pari a 10 miliardi di euro, raggiunge l'8,4% nel 2006, con un tendenziale di spesa che nel Dpef 2006-2009 prevede 107 miliardi nel 2009.

Sono cifre da capogiro tanto che le Regioni lanciano appelli sempre più allarmanti e chiedono per il 2007 un finanziamento di 100 miliardi di euro, ben 9 miliardi in più rispetto a quello del 2006. Sempre le Regioni bloccano l'applicazione economica del contratto del comparto rifiutando di accollarsi la maggiore spesa prevista, che il Governo scarica sui loro bilanci e stiamo parlando di 570.000 dipendenti che vedono restare in sospeso una loro legittima conquista. Dico siamo preoccupati perché il Ssn è il riferimento primario della nostra professione e perché il suo progressivo indebolimento significa compromettere spazi del diritto alla salute di tutti i cittadini, significa minacciare i contenuti solidaristici ed universali che costituiscono il suo codice genetico. Le parole d'ordine fino ad oggi usate, come “risparmio di spesa e recupero di efficienza del sistema” si sono rivelate, alla conta dei fatti, insufficienti a risolvere i nodi della crisi e ormai appaiono ai nostri occhi buone intenzioni, ma prive di credibilità. E' urgente, al contrario, una forte risposta di politica sanitaria che, non trascurando l'obbiettivo del contenimento dei costi, rilanci progetti di intervento a medio-lungo temine basati sulla programmazione dei bisogni e sulla panificazione di nuovi investimenti.

I problemi che attendono il nuovo Governo richiedono una fermezza di intenti ed una chiarezza di strategie che la debolezza della coalizione uscente dalle elezioni minaccia seriamente di vanificare. Il problema è sempre lo stesso: il Paese spende per la sanità più di quanto produce ed è fondamentale uscire da quella rigida contrapposizione tra risorse disponibili e spesa, come fossero due fossili immutabili. I bisogni sono cambiati (si pensi all'invecchiamento della popolazione che produrrà nel 2040 il 33% della popolazione di ultra sessantacinquenni e il 10% di ultraottantenni), altrettanto devono cambiare le fonti e le modalità di finanziamento del sistema e vanno ricercati nuovi strumenti di politica sanitaria che si traducano in modelli organizzativi adatti a recepire le trasformazioni della domanda di salute. Il governo clinico, inteso soprattutto come l'affermazione di un diverso equilibrio di competenze e poteri tra management aziendale e dirigenza medica nelle sue articolazioni organizzative (dipartimento e collegio di direzione), deve diventare la modalità universalmente riconosciuta e perseguita per raggiungere l'efficienza dell'intero sistema sanitario attraverso l'appropriatezza e l'efficacia delle prestazioni.

“Investire in sanità promuove lo sviluppo del Paese” sembra una ricetta vincente, ma che senza programmazione rischia di diventare un ennesimo, moderno luogo comune. Siamo convinti che lo sviluppo della economia del Paese non sia necessariamente coincidente con il progresso ed il benessere di tutti. E' necessario che questo sviluppo sia guidato da obbiettivi etici e da principi solidi. Finché saranno marcate le disuguaglianze economiche tra cittadini di diverse Regioni e le povertà emergenti si aggiungeranno alle antiche povertà, radicate nelle pieghe della nostra società del benessere, sarà sempre un benessere “distorto”. Il federalismo in Sanità può essere la ricetta giusta per adeguare la spesa ai bisogni di realtà storiche e sociali diverse come quelle che sono presenti nelle Regioni italiane. Si dice, e anche noi siamo d'accordo, che ogni Regione deve provvedere ai suoi bisogni di salute ricorrendo alle sue proprie risorse, ma questa non può prescindere dal riconoscimento di un'unica identità nazionale che il Ssn raffigura e completa nella sua essenza. Crediamo che la solidarietà e l'universalità di accesso siano requisiti che debbano sovrastare ogni modello organizzativo. Non può esistere un federalismo equo senza un forte sistema di perequazione che ridistribuisca la ricchezza dal centro, colmando le differenze che pregiudicano il diritto alla salute. Nel Federalismo che vogliamo devono essere fissati identici livelli essenziali di assistenza, non selezionati al minimo con l'occhio rivolto alla borsa, ma secondo il rispetto dei diritti e delle primarie esigenze di ognuno, deve essere salvaguardato il diritto dei cittadini ad essere curati nello stesso modo e con le stese garanzie in ogni parte d'Italia, deve essere conservata la omogeneità dello stato giuridico ed economico del personale.

Siamo preoccupati per il nostro contratto del secondo biennio 2004-2005 che, sebbene sia scaduto da cinque mesi, è ancora fermo al Consiglio dei ministri per una approvazione che gli consenta di procedere il suo iter alla Corte dei Conti, mortificato dalla indifferenza dei politici, sacrificato a chissà quale sottile calcolo economico.

La realizzazione di una rete assistenziale multidisciplinare efficace ed appropriata e la gestione di protocolli clinico-diagnostici ed organizzativi che possano assicurare la migliore risposta qualitativa alla domanda dei cittadini che si rivolgono al Ssn, sono obbiettivi raggiungibili solo con una collaborazione convinta dei medici, solo riconoscendo il ruolo centrale della Dirigenza medica per la risoluzione dei numerosi problemi che pesano sulla sanità italiana. Per questo rivendichiamo con forza che sia rispettato il nostro diritto di professionisti, responsabili e qualificati, di vedere approvato il loro contratto così come siglato in preintesa. Nessuno faccia più affidamento sul nostro senso di responsabilità, non vogliamo che questo sia scambiato per una rassegnata resa, e diciamo con chiarezza che siamo pronti fin d'ora ad intraprendere ogni azione di protesta, anche la più dura, per la difesa dei nostri diritti.

Un ultimo pensiero è per la nostra Associazione, per le migliaia di Medici che in essa riconoscono le loro aspirazioni e che ad essa delegano la loro rappresentanza. Ci prepariamo ad un Congresso nazionale che deve essere una opportunità di riflessione e di confronto da non mancare.

Negli ultimi quattro anni l'Anaao, pur tra mille difficoltà - si pensi al contratto e alla difesa del SSN che ci ha visto marciare in 30mila a Roma nell'aprile 2004 - è stata il massimo strumento di difesa dei nostri diritti e di proposta delle nostre idee, ora è importante ritrovarci per una riflessione comune, per fissare nuovi obbiettivi. La partecipazione di tutti può essere una buona premessa, il rafforzamento delle nostre convinzioni e la unità dei nostri intenti saranno una ottima conclusione.

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