Editoriali

L'agenda che verrà, di Carlo Lusenti

Dirigenza Medica n. 10/2006

Scrivere un editoriale a scoppio ritardato, cioè che verrà letto, per ragioni di impaginazione, stampa e distribuzione, dopo alcune settimane dalla sua composizione, è sempre un problema. Specie per chi assolve questo compito con i limiti e i timori del neofita un po' improvvisato. I commenti sull'attualità invecchiano e perdono di interesse, le previsioni rischiano di essere precedute o smentite dai fatti.

La difficoltà aumenta, o comunque così la percepisco, se si è alla fine di un anno importante e denso di novità, che andrebbero forse elencate e commentate, ed alla vigilia di un anno nuovo che sempre si presta a vaticini e buoni propositi.

Mi libero da queste considerazioni paralizzanti, che lascerebbero il foglio bianco per giorni, o peggio lo riempirebbero di analisi logore e auguri di maniera, aggrappandomi al prossimo impegno dell'associazione: la conferenza organizzativa convocata per fine gennaio a Sorrento. Ho iniziato in questi giorni di festa di fine anno a cercare di mettere ordine in alcune riflessioni per preparare quell'importante appuntamento, provo a proporvele come se ne parlassimo insieme, pur se ancora non complete e chiare, sapendo che si completeranno e chiariranno parlandone insieme per davvero. Ho spesso la sensazione che nel nostro impegno professionale e sindacale siamo infastiditi e distratti, non travolti, dal susseguirsi casuale e incessante dei problemi, dal sovrapporsi senza soluzione di continuità di questioni della più disparata natura e del più diverso rilievo. La realtà ci scrive l'agenda, mescolando e confondendo, e questa condizione riduce di molto la capacità di affrontare i problemi secondo un ordine di priorità chiaro e autodeterminato. Attenuando così la possibilità, che ci riconosciamo non modesta, di dare positive soluzioni ai temi propri dell'azione sindacale.

Cosa và scritto quindi oggi sulla nostra agenda ideale?

Come possiamo provare a dare ordine e senso di priorità alle questioni che riguardano l'attività sindacale?

Tre grandi capitoli possono bastare per sistematizzare il lavoro: esercizio della professione, condizioni della categoria, futuro del SSN.

Esercizio della professione significa garantire adeguate condizioni di lavoro ai medici ospedalieri: da una applicazione diffusa, che tarda e stenta, dei contenuti più innovativi del nuovo contratto, peraltro già scaduto da un anno, all'avvio nel corso del 2007 della trattativa per il rinnovo. Da un sostegno forte a tutte le condizioni di maggior sicurezza per medici e pazienti (prevenzione del rischio clinico, copertura assicurativa, gestione del contenzioso) ad una nuova organizzazione della formazione continua che non si riduca ad un triste puntificio, per di più gestito da un apparato costoso e burocratico. Da una organizzazione della libera professione, in tutte le sue forme, che garantisca in modo definitivo e trasparente l'esercizio di un diritto di medici e pazienti, ad una gestione delle aziende sanitarie che valorizzi, secondo criteri espliciti e verificabili, la competenza professionale e gestionale, piuttosto che l'appartenenza e il servilismo.

Condizioni della categoria: stiamo invecchiando, e anche chi non lo è si sente già stanco. Due cause contribuiscono più del passare del tempo a questa critica situazione: non è più accettabile che giovani laureati vengano tenuti in ostaggio per molti anni dall'Università e rilasciati dopo il pagamento di un onerosissimo riscatto fatto di lavoro gratuito e di bassa qualità. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: l'ingresso in ospedale di medici di 35 anni o più, non ancora autonomi sul piano professionale ma già consapevoli di avere davanti una carriera breve e incerta, e nessun futuro previdenziale. L'abolizione del requisito della specialità per poter concorrere ai ruoli del SSN è un obiettivo che dobbiamo porci con lucida fermezza.

La seconda causa riguarda l'estremo opposto del percorso professionale e lavorativo. L'organizzazione del lavoro ospedaliero non tiene in alcun conto del cambiamento, già molto evidente, della composizione anagrafica della categoria: garantire modalità organizzative che permettano cambiamenti di mansione e ruolo, anche al di fuori dello stretto perimetro ospedaliero, a chi ha elevata anzianità e competenza significa garantire prima di tutto una buona organizzazione dei servizi, piuttosto che personali aspirazioni.

Lavorare per avere condizioni di maggior flessibilità in entrata e in uscita, combattere il precariato fatto di vero sfruttamento e finti contratti da libero professionista, occuparsi con attenzione del futuro previdenziale della categoria, sia per la parte obbligatoria che per quella integrativa: queste le ineludibili questioni da affrontare per dare maggior serenità e prospettiva ad una categoria fatta da più di 100.000 alte professionalità della dirigenza pubblica.

Futuro del SSN: intanto possiamo rallegrarci che c'è un futuro.

L'azione sindacale degli ultimi anni, quella dell'ANAAO in modo particolare, è stata molto rivolta a preservare un futuro possibile per il servizio sanitario nazionale, messo in forse dal sommarsi dei rischi del sottofinanziamento e della eccessiva frammentazione.

I risultati del referendum e l'impegno di finanziamento triennale definito nella legge finanziaria definiscono un percorso futuro che non sarà sicuramente facile, ma che almeno non è incerto nella scelta di fondo: un sistema sanitario nazionale e pubblico.

Molte questioni ancora aperte continueranno però a richiedere attenzione e impegno.

L'unicità del sistema continua ad essere negata da differenze regionali troppo ampie e a volte scandalose; le inefficienze gestionali, le troppo distanti possibilità di accesso ai servizi, gli eccessi di autonomia e autoreferenzialità irresponsabile devono essere ricondotti all'interno di una cornice nazionale più solida e unitaria. La scelta referendaria fatta dai cittadini italiani non può significare solo uno stop al rischio di una maggiore frammentazione, ma è anche, e soprattutto, una richiesta chiara di maggiore governo nazionale per garantire a tutti un fondamentale diritto di cittadinanza quale è avere cure di qualità senza differenze di residenza.

Il secondo rischio che permane e anzi si aggrava potremmo chiamarlo della deregulation strisciante. Dalla strategia metastatica dell'università che tende ad estendere le clinicizzazioni al di là di ogni regola e ragionevole necessità di didattica e ricerca, alle sperimentazioni gestionali sempre più fantasiose e sempre meno verificate negli esiti amministrativi e assistenziali, dall'estendersi di IRCCS affidati a fondazioni ad un settore privato clientelare che come al solito privatizza gli utili e socializza le perdite.

Tutto concorre ad estendere una pratica di subappalto dei servizi di cura e assistenza a soggetti ed istituzioni che agiscono al di fuori del controllo pubblico, ed ai quali i cittadini non hanno delegato la gestione del servizio sanitario.

A questo punto mi sembra che l'agenda sia sufficientemente piena e descriva un percorso a cui l'attualità aggiungerà inevitabilmente i problemi di giornata, che però non cambieranno le coordinate di un'analisi e di una strategia che insieme nella conferenza organizzativa condivideremo.

Restano due notazioni riferite a chi l'agenda la scrive: cioè noi.

Dovremo dedicare tempo ed energie all'associazione: dovremo rafforzarci nell'organizzazione e nella formazione dei quadri, dovremo potenziare i servizi agli associati e rendere più puntuale la presenza nelle aziende, dovremo essere più propositivi e visibili per essere all'altezza del ruolo che tutti ci riconoscono.

La seconda riguarda il clima generale e il nostro atteggiamento.

E' pur vero che ho fatto un lungo elenco di problemi da affrontare e compiti da svolgere, ma tutto questo non ci spaventa e non ci schiaccia, abbiamo consapevolezza delle nostre responsabilità e dobbiamo avere fiducia nella nostra capacità di essere alla guida di tutta la categoria. 

Avere fiducia e lavorare per un futuro migliore non è uno sterile esercizio di ottimismo della volontà, contrapposto al cinico pessimismo della ragione che prevale sempre tra chi rimpiange e conserva il passato, sapendo di non avere futuro.

Abbiamo grandi compiti e grandi possibilità, il resto sta a noi.

 

Carlo Lusenti

 

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