Editoriali

Orgogliosi di essere medici, di Carlo Lusenti

Dirigenza Medica n. 1/2007

 

Intervento del Segretario Nazionale, Carlo Lusenti, alla Conferenza Organizzativa, Sorrento 25 gennaio 2007


Dico la verità, non capita tutti i giorni una giornata come questa. E' la prima volta che parlo da Segretario Nazionale ad una platea così vasta, così attenta, così competente. Il numero dei partecipanti è davvero esorbitante: siamo circa 400 e questo dato ci colpisce e meraviglia, ma non possiamo che leggere una così elevata affluenza come il segnale di una grande voglia di partecipazione dei quadri alla vita dell'Associazione.

Aldilà delle ragioni formali e statutarie che hanno portato alla convocazione della Conferenza Organizzativa, credo che se oggi siamo qui è soprattutto per la voglia di parlarci, di ascoltarci, di confrontarci. È perchè noi crediamo in qualcosa, abbiamo qualcosa in cui avere fiducia: abbiamo i valori della nostra professione, la storia di questa Associazione, la passione civile, la voglia di difendere le nostre ragioni e il rispetto per le persone che curiamo tutti i giorni.

Credetemi, non voglio fare pura demagogia, ma la nostra azione sindacale, le strategie che adotteremo resterebbero appese nel vuoto se non ci fosse alla base la profonda convinzione in quello che si fa e in alcuni valori di riferimento che nella nostra Associazione sono piantati molto solidamente e in profondità.

E allora se questo è il nostro punto di partenza rispetto ai problemi che il mondo ci pone, vi chiedo di condividere con me un'ambizione: dobbiamo guidare i cambiamenti, dobbiamo essere attori e non spettatori, dimostrare fino in fondo la capacità ideativa, propulsiva e innovativa della nostra professione, della nostra categoria e della nostra Associazione.

E' vero che le nostre convinzioni, la nostra voglia di esserci, la nostra voglia di contare, rischia di essere vanificata dalla grave sindrome patita dalla politica e dalle Istituzioni italiane, che è la sindrome della demagogia, del populismo, del tirare a campare, del non essere capaci di assolvere a quello che è il vero compito: precedere i cambiamenti e proporre le soluzioni. Noi rivendichiamo fino in fondo, invece, la capacità di essere portatori di soluzioni, anticipatori di problemi, capacità questa che purtroppo ci è poco riconosciuta.

Viviamo in un Paese in cui ha successo chi urla di più, chi ha più visibilità. All'interesse generale, ai principi, si preferiscono i temi che riescono ad imporsi all'attenzione mediatica! Prosperano i facili scoop, il bombardamento mediatico, il cinismo dell'informazione, la demagogia, il pressappochismo, la superficialità. Tutti elementi estranei alla nostra cultura, che subiamo e facciamo fatica a capire, con cui facciamo molta fatica a convivere.

 

ERRORI MEDICI

L'attualità degli ultimi mesi ci ha fornito numerosi esempi di quanto finora ho sostenuto.

Siamo partiti dai “90 morti al giorno” per errori dei medici negli ospedali denunciati dall'Aiom. Il processo mediatico ha individuato e condannato da subito i colpevoli: voi, io, i medici! Insomma sembrava che ne ammazzasse di più l'ospedale che la guerra in Iraq! Era sicuramente un argomento buono per riempire i giornali, ma è stato affrontato con superficialità, pressappochismo e irresponsabilità! Tanto che si son dovuti rimangiare tutte le accuse perchè rivelatesi infondate, ma non con altrettanto clamore.

Siamo poi passati allo scandalo del Policlinico romano Umberto I, la madre di tutte le sciagure. Ma sembra che solo noi sappiamo che quello è un altro mondo, un mondo di cui è responsabile l'Università, dove gli ospedalieri non governano, non dirigono, non progettano. L'Umberto I è un luogo che già 10, 20 anni fa era considerato “archeologia sanitaria”!

Tutto già visto, tutto già detto, quindi. Chi aveva il potere 10 anni fa è ancora lì e continua allegramente a fare le cose come le ha sempre fatte, salvo poi difendersi strenuamente quando qualcuno decide di gridare allo scandalo! Ma chi è l'untore? Di chi è la responsabilità? Del medico ospedaliero, ovviamente!

Dall'Umberto I si è poi passati alle ispezioni dei NAS volute dal ministero della salute che, però, non hanno evidenziato i problemi reali che tutti noi conosciamo bene, e ha dato una sorta di patente di più o meno stentata sufficienza, con forti differenziazioni regionali.

Certo esistono i muri scrostati, mancano i cartelli con le indicazioni e i maniglioni antipanico, ma nessuno mai evidenzia che lavoriamo in condizioni difficilissime, che in Italia gli ospedali sono per la metà da chiudere perchè troppo vecchi e per l'altra metà perché troppo piccoli o troppo grandi. La verità è che gli investimenti strutturali per gli ospedali non li fa nessun Governo da più di 20 anni! E invece la vera grande opera sarebbe proprio quella di rifare una rete ospedaliera al passo coi tempi.

Al di là dei fatti specifici, però, quello che resta dopo che tutto passa è che chi lavora in ospedale sottoponendosi a ritmi spesso sovrumani, è poco affidabile perché commette troppi errori, perché non è abbastanza pulito, perché non è abbastanza diligente. Tutto ciò mina le radici della nostra affidabilità, e questa è una condizione che noi non dobbiamo essere disposti ad accettare!

In che modo? Abbiamo reagito con comunicati, interviste sui quotidiani, abbiamo cercato di ribattere colpo su colpo, assegnando le responsabilità ai veri responsabili.

Ma non basta. Non possiamo accontentarci di giocare partite in cui si perde o al massimo si pareggia. Dobbiamo essere consapevoli di avere la forza di essere noi i promotori dei cambiamenti. Perché terminata l'emergenza mediatica gli ospedali restano quello che sono con i problemi di sempre, l'unica differenza è che le luci delle telecamere si spengono e tutto torna nel dimenticatoio fino al prossimo scandalo.

Questa consapevolezza deve muovere dalla nostra cultura, quella di chi ogni giorno e ogni minuto della sua vita professionale, si assume responsabilità, risponde dei risultati, risponde dei comportamenti, risponde degli equilibri, risponde della salute delle persone.

 

Questa premessa mi è sembrata utile perchè non si può costruire la rotta del nostro agire professionale e sindacale senza avere piena consapevolezza del mondo in generale, ed in particolare del nostro mondo professionale e dei problemi che in questo si agitano.

Ma passiamo agli aspetti più strettamente sindacali.

 

FUTURO DEL SSN

Dobbiamo anzitutto compiacerci se il SSN in questo Paese ha un futuro più certo, cosa non scontata fino a pochi anni fa.

Il primo importante passo verso questo obiettivo lo hanno compiuto i cittadini con la scelta referendaria, di cui tutti si sono già dimenticati. Il rischio devolutivo era sicuramente uno dei tarli che mettevano a repentaglio la sostenibilità del SSN e il risultato del referendum ha rappresentato un freno alla deriva di un pensiero che avrebbe lasciato il riconoscimento di un diritto alle differenze di residenza, per cui in certi luoghi si può vivere di più e si può essere curati meglio e in certi altri si campa meno e si è curati peggio., ed è stato uno degli elementi che ha rafforzato o almeno difeso un futuro possibile per il SSN.

Il secondo punto è la scelta della Legge Finanziaria. Ci sono più soldi dell'anno scorso, ma meno di quelli che servono. La scelta di tre anni di finanziamenti chiari e chiaramente distribuiti dà solidità anche al servizio sanitario nel quale noi lavoriamo, ma la forbice tra le risorse necessarie e le risorse disponibili resta aperta.

Pur apprezzando il sistema di finanziamento, il giudizio su questa legge Finanziaria non è sicuramente positivo. I nostri slogan sono conosciuti da tutti. Sulla nostra categoria si è concentrata la richiesta di una quantità di sforzi, sacrifici necessari, di prezzo da pagare, che nessun'altra categoria in questo Paese ha pagato. Partiamo dall'IRPEF. Fermo restando che le tasse devono essere pagate, per la categoria questa è aumentata. Noi facciamo parte di quella fascia di reddito che di tasse, di IRPEF, ne paga un pò di più.

Veniamo al finanziamento dei contratti, altra nota dolente del sistema. Il contratto è uno di quei diritti primordiali di chi lavora che però in Italia resta un diritto virtuale vuoi per gli scarsi finanziamenti, vuoi per i cronici ritardi con cui viene rinnovato.

Anche di fronte a queste palesi iniquità ci siamo mossi, abbiamo manifestato con gli altri sindacati, con le confederazioni della dirigenza. Insomma alla fine, la montagna ha partorito il topolino! Lo dico con ironia, ma anche con un po' di soddisfazione perchè siamo riusciti a portare a casa almeno un risultato, riuscendo a far eliminare completamente il contributo di solidarietà del 3% sulle pensioni sopra i 50.000 euro.

 

TRE RISCHI PER LA CATEGORIA

Nel nostro agire non dobbiamo trascurare tre rischi che io vedo molto vicini a tutti noi, che dobbiamo tenere presenti e da cui ci dobbiamo guardare se vogliamo difendere il luogo dove tutti noi ogni giorno lavoriamo, per la difesa del SSN, per la difesa del suo futuro.

 

Primo rischio. Riguarda le differenze regionali. Se si ristagna nel tormentone per cui il sistema è sano ma dei pezzi sono malati, il sistema è destinato a morire. Il ragionamento è questo: il sistema nel suo complesso, la sostenibilità, l'accessibilità, tutti gli out-put e out-come del sistema sono adeguati. Però esistono alcuni problemi regionali gravissimi, dei buchi neri che non si risolvono con maggiori finanziamenti finchè questi stessi vengono utilizzati nel peggiore dei modi.

Non sto qui ad elencare le varie situazioni, non spetta a me fare il pubblico ministero. Penso, però, che queste insostenibili differenze regionali e territoriali o vengono riavvicinate gradualmente, e viene chiusa la forbice, chiuso il gap, oppure ci impantaniamo senza via d'uscita. E ricordiamocelo sempre, se non c'è il SSN, non c'è neppure il contratto nazionale.

 

Secondo rischio, che io definisco deregulation strisciante. Se la metastasi dell'Università continua a consumarci, se le sperimentazioni gestionali che hanno l'ambizione di gestire le cose meglio e con meno soldi continuano ad estendersi senza alcuna verifica, se i modi di governare gli IRCCS continuano ad essere diversi per ogni Regione, se quel privato clientelare, acccreditato, convenzionato, che è solo capace di privatizzare gli utili e socializzare le perdite, cura le persone ma non le visita, se tutto questo riduce a brandelli quel pò di tessuto, di rete ospedaliera che c'è in questo Paese, faremo la difesa del bidone vuoto a guerra finita.

 

Terzo rischio. Ci sono giorni in cui ci sembra di essere un pugile suonato in mezzo al ring, che le prende da tutte le parti, che non sa come evitare i colpi. Il rischio è che a questa azione che noi subiamo e che denunciamo corrisponda un rigurgito di neocorporativismo cieco e rancoroso, corrisponda la voglia di chiudersi in casa, di pensare solo a sé stessi, di tirare a campare, di tirare fino alla pensione.

 

CONTRATTO DI LAVORO E CONTRATTAZIONE

La ragione di esistere per un sindacato è il contratto nazionale di lavoro. Ma prima di questo dobbiamo affrontare un altro nodo: i modi della contrattazione. Non entro nei tecnicismi, ma ritengo doveroso segnalare alcuni problemi e alcuni rischi di cui dovete essere consapevoli.

Il primo è che i modi della contrattazione non sono così stabili e non è chiaro quale sia il nostro interlocutore, se l'Aran o le Regioni. Il meccanismo di funzionamento è molto confuso. Conveniamo sul fatto che un'Agenzia solo perché è nazionale debba essere il luogo in cui si fa la contrattazione così come sul fatto che le Regioni debbano avere ruolo in quella sede. Ma se poi il contratto lo decide l'assemblea degli Assessori regionali, il contratto nazionale non esiste più, e ciascuno tira il carro dalla sua parte.

Secondo aspetto: la contrattazione. Siamo abituati da qualche anno, ad avere la nostra area di contrattazione, quella dei medici ospedalieri e dei veterinari. Ne vediamo tutti i limiti, ma siamo assolutamente dell'idea di continuare su questa strada e rafforzare i rapporti di collaborazione, di buon vicinato, di gioco delle parti con tutti gli altri attori. Siamo affezionati alla nostra area di contrattazione, perché è un modo di affermare la nostra identità.

C'è ancora un altro argomento che afferisce al contratto e alla contrattazione.

Alla categoria viene applicato un contratto di dirigenza della pubblica amministrazione, del pubblico impiego. Siamo inquadrati come dirigenti del pubblico impiego. Tutti voi avrete letto il memorandum sottoscritto dalle confederazioni generali e da alcuni ministri competenti in materia. E avrete letto anche la nostra risposta che contesta anzitutto il metodo. Le confederazioni, di cui ho il massimo rispetto, non rappresentano i dirigenti del pubblico impiego, non rappresentano i dottori che lavorano negli ospedali.

Dalla lettura del memorandum emerge anche un problema di contenuti. E' vero che è previsto per il settore della sanità un memorandum specifico, è vero che è previsto che le Regioni dovranno essere consultate, però alcuni principi vengono affermati e sono scritti immergendo la penna nell'atteggiamento più anti-dirigenza che ci sia: ”Bisogna ridurre il numero dei dirigenti. Bisogna togliere i soldi ai dirigenti. I dirigenti sono la palla al piede dell'efficienza della pubblica amministrazione. I dirigenti devono essere ridotti e le risorse che si risparmiano devono essere spostate altrove!”.

Il nostro compito ora è quello di arginare con tutti gli strumenti i tentativi di svuotare la nostra dirigenza e vigilare ed intervenire sulle prossime mosse.

Ma esistono anche molti problemi sull'applicazione del contratto di lavoro in vigore.

C'è la consapevolezza che alcuni istituti contrattuali fanno una fatica enorme ad essere applicati. E purtroppo sono quelli che avevamo individuato come punto di riferimento: il disagio, l'orario di lavoro, la retribuzione delle notti.

Se questi aspetti restano al palo, questo non è dovuto solamente a problemi di applicazione, ma dobbiamo ammettere che siamo al de profundis del contratto, che viene sì sottoscritto, ma non nasce mai, non cammina mai con le sue gambe e questa è una riflessione che rientra nei modi e nei contenuti con cui affrontare la nuova contrattazione.

 

RINNOVO DEL CONTRATTO

E' verosimile che entro l'anno la contrattazione venga avviata. E allora dobbiamo cominciare a riflettere su quali dovrebbero essere i contenuti del contratto, perchè i motori devono cominciare a scaldarsi da adesso.

Dovranno anzitutto essere rese fruibili e realmente applicabili tutte le parti  del contratto appena scaduto che presentano difficoltà.

E' vero che i problemi sono tanti, ma bisogna selezionarli. Dieci anni fa, avevamo fatto un'analisi molto chiara: la categoria guadagnava poco. Cosa è accaduto? Che con due finanziamenti extra contrattuali - l'equiparazione agli assistenti e l'indennità di esclusività - abbiamo ottenuto un adeguamento molto significativo della retribuzione della categoria. Ma in dieci anni la mia sensazione è che siamo ridiscesi e che ora stiamo entrando nuovamente in una fase in cui la categoria guadagna poco.

Credo quindi che ci sia un problema di retribuzioni di livello salariale che va posto con forza, e non basterà certo il 4,6% che la Finanziaria destina al rinnovo del contratto nel primo biennio.

 

SICUREZZA

Il tema della sicurezza non è un problema accademico, non è un argomento da convegno, nè da centro studi. Il problema della sicurezza negli ospedali in tutte le sue declinazioni, strutturali, organizzative, di personale, è un problema di questo Paese, e non solo dei medici!

Questo è un mestiere che si fa bene solo se si fa serenamente. Non possiamo essere ossessionati dai rischi, dalle difficoltà, dall'avvocato, dal giornalista, dal Procuratore della Repubblica. Così facendo siamo costretti ad adottare tutti quei meccanismi, che parte di voi ha già sperimentato, di medicina difensiva, di abbandono delle responsabilità, di passare il cerino a qualcun altro. E questo a discapito prima di tutto dele persone che vengono a farsi curare in ospedale!

Agli strumenti di prevenzione del rischio, di gestione assicurativa, di gestione contenzioso bisogna dare soluzioni più chiare, più solide, più stabili.

 

ECM

Anche questo è un tema di grandissima attualità. La fase dei cinque anni di sperimentazione del sistema è finita a dicembre, ma è stata prorogata di sei mesi, fino a giugno.

Questo sistema di aggiornamento, di formazione permanente obbligatorio per legge è importante e io vi riconosco in via teorica tutto il valore di riaccreditamento professionale e di certificazione dell'aggiornamento. Ma se deve diventare una sorta di ridicolo puntificio, di punti ne prendiamo a sufficienza già al supermercato e dal benzinaio!

Inoltre non si capisce il ruolo degli ordini dei medici, del ministero, delle regioni. Insomma, così non va e pretendiamo un cambiamento profondo. Le nostre idee su come si fanno l'educazione, la formazione e l'aggiornamento continuo dei medici negli ospedali le abbiamo e sono più orientate verso l'acquisizione di competenze legate al lavoro che alla formazione frontale e al puntificio d'aula.

 

LIBERA PROFESSIONE

Il bombardamento mediatico di questi giorni, le accuse alla categoria di non essere all'altezza, agli ospedali di essere vecchi, tutti i problemi del mondo sanitario non possono risolversi agitando lo spettro della libera professione.

La libera professione è un argomento di cui bisogna parlare con competenza, serietà e chiarezza. La libera professione è un diritto fuori discussione dei medici ospedalieri sancito dalle leggi e dai contratti vigenti!

Dico di più. L'esercizio della libera professione è non solo un diritto dei medici, ma anche dei pazienti che devono poter scegliere il professionista di riferimento, ed è anche un interesse delle aziende. Però i diritti per valere, per non essere solo delle promesse o degli inganni, devono essere esigibili. Il punto cruciale per la libera professione quindi è trovare la modalità giusta per garantire il riconoscimento di un diritto.

Utilizzare, però, un unico standard nazionale per situazioni organizzative molto diverse e articolate, fa aumentare i problemi invece che risolverli. Bisogna essere consapevoli delle diversità di questo Paese, che in sanità sono enormi, e fare in modo che uno stesso diritto trovi riconoscimento con soluzioni organizzative diverse, nei modi, nei tempi, nei luoghi.

 

GOVERNO CLINICO

Lo chiameremo come nel documento del ministero della salute: ammodernamento del SSN. Non è un adeguamento che vuole “scimmiottare” la cultura anglosassone usando la parola governance perché va di moda. Significa invece mettere mano alla struttura organizzativa del sistema.

Il modello dell'aziendalismo preso dalla cultura della produzione, fatto di efficienza, di puro controllo della produzione e degli elementi di costo, fatto delle catene di governo verticali, di poca partecipazione e di molti meccanismi top down, ha fatto il suo tempo. Ha ampiamente dimostrato in quindici anni, di non essere all'altezza di governare la complessità. Non solo non riesce a raggiungere obiettivi e livelli di qualità, di accessibilità ed equità, ma non riesce neanche decentemente a governare l'equilibrio finanziario del sistema.

Questo modello ha fatto il suo tempo e quindi ha bisogno di essere profondamente rivisto. Quale risorse devono scendere in campo? Quali energie? Quali capacità? Possiamo dire che sono stati fatti molti tentativi: con la politica e le autonomie locali, con i comitati di gestione, con la cultura aziendale, con i manager. Ne resta solo uno: la nostra cultura professionale, che è fatta di autonomia, di responsabilità, di capacità di dare soluzioni ai problemi. La cultura clinica ha in sè gli strumenti anche per far funzionare meglio questo sistema. E quindi se questa fase va chiusa, se ne apra un'altra, in cui la professione, i professionisti, la nostra cultura abbia più ruolo, più responsabilità. Il documento che abbiamo cominciato a discutere da qualche mese con il ministero ha esattamente l'ambizione di fare questo.

In un processo di valorizzazione della qualità degli atti professionali, appare inevitabile potenziare il ruolo del Collegio di Direzione, nel quale vogliamo che sia prevista una componente elettiva. Il Collegio di Direzione dovrebbe avere competenza sui principi generali dell'organizzazione del lavoro. Chiediamo anche che una particolare attenzione venga posta per quanto riguarda le Aziende Integrate per garantire la parità numerica al suo interno tra componente ospedaliera ed universitaria.

Anche il ruolo del Consiglio dei Sanitari, organismo elettivo dell'Azienda sanitaria quale sede di rappresentanza delle professioni sanitarie e soggetto di consultazione della Direzione Aziendale sulle materie attinenti l'organizzazione del lavoro, deve essere riformulato.

Una riflessione particolare dovrà essere fatta circa la definizione delle procedure e dei requisiti richiesti per la nomina dei direttori di dipartimento e l'opportunità di configurare tale funzione come incarico a tempo pieno.

In analogia si potrebbe anche procedere all'individuazione di criteri e procedure improntate alla trasparenza ed al merito cui informare la selezione dei candidati ad incarichi di natura professionale e di direzione di struttura semplice, affidata al Comitato di Dipartimento, secondo modalità da specificare in sede di contrattazione collettiva nazionale.

Bisognerà poi ridefinire i modi di selezione dei direttori di struttura complessa. Il principio è chiaro: bisogna ridurre il potere di scelta dei direttori generali.

 

ESCLUSIVITA' DI RAPPORTO

La scelta dell'esclusività è una scelta che abbiamo fatto quasi dieci anni fa e significa scegliere liberamente se si vuole avere un rapporto esclusivo con la struttura in cui si lavora, ottenendo una serie di benefici economici e anche parzialmente di carriera.

Questa scelta dal 2004 è reversibile e pur non volendola mettere in discussione dal punto di vista ideologico, riteniamo che stia in piedi solo se si dà una risposta certa a due precondizioni.

La prima: chi sceglie l'esclusività deve essere messo nelle condizioni di svolgere la libera professione e se possibile nel luogo in cui lavora.

La seconda: aumento dell'indennità salariale. A tal proposito voglio ricordare che nel dibattito di dieci anni fa c'era chi usava questa espressione: "per questo rapporto di esclusività ci impegniamo i gioielli di famiglia. Ci facciamo pagare i gioielli di famiglia, la possibilità di non essere esclusivi". Però i gioielli di famiglia dopo dieci anni valgono di più, non possiamo guadagnare ancora quel milione e mezzo di vecchie lire che sono diventate 750 euro lordi (per chi ne prende tanti!). Oggi vale di più, va pagata di più. E questo sarà uno dei ragionamenti forti che faremo: da un lato la garanzia delle precondizioni sull'esclusività e dall'altro la soluzione del problema salariale nel rinnovo del contratto.

 

SSN E UNIVERSITA'

Pietro Paci diceva: "quando ci misuriamo con l'Università perdiamo sempre". E io non mi sogno neanche di mettere in discussione quello che diceva un mio predecessore! Pietro Paci è stato uno dei padri fondatori della nostra Associazione e io non voglio dargli torto. Però penso che questa battaglia vada combattuta lo stesso, anche se è molto facile perdere. Questa partita va tenuta aperta, si vinca o si perda, perché è una battaglia di identità di categoria, di dignità professionale!

Non possiamo accettare che si perpetui in un sistema che programma il fabbisogno di specialisti senza tener conto della richiesta del mercato. E così si continuano a "produrre" specialisti, peraltro degnissimi, ma di cui non c'è né bisogno. Poi però c'è carenza di anestesisti, di radiologi, di medici di pronto soccorso.

Non possiamo più permettere che gli studenti restino schiavi dell'Università fino a 32, 33 anni per lo più a fare i “camerieri” per poi venire a fare la fila negli ospedali dove sperano a 35, 36, 37 anni di essere assunti.

L'inaccettabile precariato che vediamo nei nostri ospedali è figlio anche di questo fenomeno. E allora noi proponiamo di togliere il titolo di specialista come requisito obbligatorio per concorrere.

 

PREVIDENZA

Esiste e ne siamo consapevoli, un gravissimo problema previdenziale. Tutti noi corriamo allegramente verso il futuro, facciamo i dottori, siamo eternamente giovani, pensando che il momento della pensione non arriverà mai. Invece arriva e quelli che, al di là di gradoni e gradini andranno in pensione nei prossimi anni, a regime vigente, pienamente retributivo, non avranno grandi problemi. Ma per tutti gli altri si delinea gradualmente il crescere di un problema sociale gravissimo. Quali soluzioni? La discussione è aperta: previdenza integrativa per il pubblico impiego, disponibilità per il TFS da un certo anno, fondi integrativi di categoria o non di categoria.

Questa è una discussione che dovremmo fare nei prossimi mesi, è un dibattito in cui non possiamo sentirci estranei, dobbiamo entrarci anche solo per aprire le finestre e fare entrare aria nuova e più pulita dentro gli enti previdenziali della categoria.

 

RAPPORTI INTERSINDACALI

Vorrei spendere qualche parola sui rapporti con il resto del mondo sindacale. In questi mesi, proseguendo un'azione intrapresa da anni, cominciamo a raccoglierne i frutti. Il rapporto fra i sindacati di categoria, a mia memoria, non è mai stato così stretto, non esiste più l'intersindacale da una parte e l'intesa dall'altra, esiste solo l'intersindacale in cui ci sono tutti: l'Anaao, la Cimo, la Cgil, la Cisl, la Uil, la Fesmed, un rosario di sigle.

Stiamo tutti insieme perchè si è affermato il pensiero unico? Assolutamente no! Ma su una serie di questioni importanti c'è una unità del mondo sindacale medico, e questo lo considero un elemento molto positivo, al di là dei buoni rapporti personali, al di là del fatto che le difficoltà tendono ad unire, al di là del fatto che cambiando gli attori a volte cambia anche la commedia. Penso che sostenere gli aspetti che condividiamo in modo unitario, sia non solo più utile dal punto di vista dei risultati, ma anche una più degna e alta rappresentazione della categoria.

Abbiamo instaurato buoni rapporti non solo con le Organizzazioni della dirigenza e dei medici ospedalieri, ma anche con le confederazioni della dirigenza, la CONFEDIR e la CIDA, con le quali abbiamo condiviso alcune iniziative intraprese durante il periodo di discussione della Legge Finanziaria in Parlamento. Abbiamo ottenuto qualche piccolo risultato e vogliamo riproporre questo assetto unitario anche rispetto alla discussione della contrattazione, dell'avvio del rinnovo contrattuale.

E infine anche con l'altra metà del nostro mondo, con la medicina di base, con la Fimmg e con chi la rappresenta oggi, c'è un rapporto personale, strategico e di visione, molto più solido, coerente, consonante che in passato.

 

FNOM

La Fnom, grazie anche al Presidente Amedeo Bianco, non è più come l'abbiamo sempre immaginata e vissuta e cioè una chiesa chiusa dove si recita una liturgia a cui noi al massimo possiamo assistere da lontano. Oggi è diventata davvero quello che abbiamo sempre desiderato fosse: la casa di tutti i medici e lì con pieno diritto, siedono anche le organizzazioni sindacali, sui temi specifici, senza confusioni di ruoli e di funzioni. Ci si incontra per affrontare di nuovo, in un modo più utile e più forte, i problemi che riguardano il nostro mondo e la categoria.

 

Ora parliamo anche di noi.

Dobbiamo dedicare più tempo ed energie all'Associazione. Questa è la nostra casa e vive se noi la facciamo vivere.

Dobbiamo essere presenti, dobbiamo essere il volto visibile e credibile di fronte alla categoria. Dobbiamo avere e dare informazioni, dobbiamo essere in grado di fare proposte e di risolvere i problemi.

Ci siamo assunti una grande responsabilità e dobbiamo esserne all'altezza. Dobbiamo dare il meglio di noi! Lo dobbiamo fare sapendo che siamo forti e non solo per la storia, i valori, la capacità di proposta, la capacità di dare soluzione ai problemi, ma perchè siamo anche oggettivamente forti.

Gli iscritti tengono ed il bilancio è solidissimo. Abbiamo la consapevolezza e la responsabilità di essere all'altezza dei problemi, dobbiamo avere fiducia nelle nostre capacità, dobbiamo avere fiducia nelle capacità dei medici e di questa Associazione!

Raccogliamo tutte le sfide perchè abbiamo l'orgoglio delle nostre capacità, perchè sapremo dare soluzioni adeguate a questi problemi, perchè siamo all'altezza della categoria che ci ha investito in modo maggioritario della sua fiducia!

Seppur con tutti i limiti e le difficoltà, sono orgoglioso di essere un medico, ma soprattutto di essere un medico dell'Anaao, e sono orgoglioso anche di voi! Grazie!

 

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