Pubblichiamo in anterpima l'intervista al Segretario Anaao in uscita su Dirigenza Medica n. 7/2026
Case e ospedali di comunità, clinicizzazione, specializzandi e libera professione. Il segretario nazionale dell'Anaao Assomed spiega perché il problema non è solo riorganizzare il sistema, ma cambiare il modello con cui viene governato. È arrivato il momento di parlare meno dei problemi e più delle soluzioni.
La sanità territoriale non può essere costruita spostando i medici da un luogo all'altro e il rapporto tra ospedale e territorio va ripensato, passando dall'integrazione a una vera connessione tra i due livelli di assistenza. È questa la linea tracciata dal segretario nazionale dell'Anaao Assomed, Pierino Di Silverio, che in questa intervista affronta i principali dossier aperti della sanità: dal ruolo degli specialisti nelle Case e negli ospedali di comunità alla clinicizzazione, dalla contrattualizzazione degli specializzandi alla proposta della dirigenza speciale, fino alla riorganizzazione della libera professione. Un confronto a tutto campo sulle riforme che, secondo il sindacato, sono ormai indispensabili per il futuro del Servizio sanitario nazionale
Dottor Di Silverio, il Congresso dell'Anaao si è appena concluso con la sua rielezione alla guida del sindacato. Quali sono nell’immediato le priorità del nuovo mandato?
La prima sfida è regolamentare il contributo dei medici specialisti all’interno delle Case e degli Ospedali di comunità. È un’esigenza ormai non più rinviabile. Finora si è parlato dell’infermiere, poi del medico di medicina generale e solo adesso si comincia a discutere anche del ruolo dello specialista.
Noi siamo stati chiari. Se il sistema evolve dalla presa in cura alla presa in carico del paziente, allora il medico specialista deve poter svolgere il proprio ruolo indipendentemente dal luogo in cui il paziente viene assistito. E questo, deve avvenire nel pieno rispetto del contratto e mai attraverso imposizioni. Nel rinnovo contrattuale abbiamo portato a casa una battaglia durata dieci anni: oggi non è più possibile utilizzare i medici come “globetrotter”, spostandoli da un presidio all’altro della stessa Asl secondo le necessità. Prima del nuovo contratto poteva accadere; oggi quella possibilità non esiste più e su questo non siamo disposti a tornare indietro. Quindi se ci viene chiesto di dare un contributo alla sanità territoriale siamo disponibili, ma in questo perimetro e ricordando che i medici ospedalieri lavorano già mediamente sessanta ore alla settimana. La nostra disponibilità deve essere quindi volontaria e svolto al di fuori dell’orario ordinario di lavoro. Su questo punto il ministro Schillaci ci ha dato immediatamente ragione, condividendo la nostra impostazione.
Gli Ospedali di comunità potrebbero diventare un’opportunità per i medici ospedalieri?
Assolutamente. Però considerando che gli Ospedali di comunità sono ancora, in larga parte, un progetto da costruire, bisognerà capire quale sarà il loro ruolo nella nuova organizzazione sanitaria.
Mi spieghi
La dirigenza medica italiana ha un’età media elevata e da tempo chiediamo che, dopo i 62 anni, come previsto dal contratto, il medico possa ridurre progressivamente il carico di lavoro e l’intensità assistenziale. Strutture a bassa intensità di cura, come potrebbero essere gli ospedali di comunità, consentirebbero quindi a professionisti che hanno dedicato quarant’anni della loro vita all’ospedale di mettere a disposizione la propria esperienza in un contesto diverso, senza essere sottoposti agli stessi livelli di stress.
Insomma, potrebbero diventare una sorta di “jolly” per la carriera dei medici ospedalieri?
Sì, ma a una condizione: che tutto avvenga su base volontaria oppure attraverso incarichi specifici. Non sono disponibile a fare il tappabuchi né negli ospedali di comunità né nelle Case di comunità. Se invece mi viene riconosciuto un ruolo preciso e si ritiene che l’esperienza maturata in tanti anni possa essere utile alla gestione di queste strutture, allora sono pronto a sedermi a un tavolo e a discuterne. Ma deve trattarsi di una scelta condivisa, non di un’imposizione.
Nel nuovo contratto si potrebbe prevedere una norma specifica?
Ne stiamo discutendo, anche se credo che il contratto, da solo, non possa risolvere il problema. Il ruolo potrebbe essere costruito già oggi, perché gli ospedali di comunità non sono strutture autonome ma fanno parte delle Asl. Per questo motivo esistono già strumenti che consentono di individuare incarichi specifici. Diverso è il discorso per le Case di comunità. In quel caso sarebbe necessaria una modifica legislativa, perché significherebbe consentire ai medici ospedalieri di lavorare stabilmente in un ambito che appartiene al territorio e non più all’ospedale. È una prospettiva che, per come è impostata oggi, non condividiamo. Ma l’aspetto dirimente è che le risorse destinate agli ospedali di comunità non appartengono al contratto della dirigenza medica, ma al Pnrr. Se queste risorse – che sono ben distinte dai fondi contrattuali destinati al lavoro che svolgiamo negli ospedali - serviranno a finanziare incarichi specifici all’interno degli ospedali di comunità, allora il confronto sarà possibile.
Guardando invece ai prossimi anni, quali sono le sfide che l’Anaao intende portare avanti?
Credo che sia arrivato il momento di parlare meno dei problemi e più delle soluzioni. I problemi li conosciamo tutti. Se continuiamo a elencarli rischiamo soltanto di parlarci addosso. Naturalmente continueremo a chiedere una valorizzazione economica della professione medica, attraverso una defiscalizzazione di parte dello stipendio oppure un rafforzamento delle indennità di specificità e di esclusività. Ma, guardando al medio e lungo periodo, la priorità è un’altra: affrontare il tema della clinicizzazione, cioè del rapporto tra Università e Aziende ospedaliere.
Perché lo considerate così strategico?
Oggi stiamo assistendo a una situazione che considero molto preoccupante. Le Università stanno, di fatto, “cannibalizzando” interi ospedali, indipendentemente dalla loro reale capacità di fare formazione. Nascono nuove facoltà di Medicina che spesso non dispongono di strutture proprie né di un numero sufficiente di docenti e, grazie ai protocolli d’intesa tra università, Regioni e aziende sanitarie, vengono collocate all’interno degli ospedali.
Il risultato è che interi presidi vengono progressivamente trasformati in strutture universitarie. L’esempio più evidente è quello di Rieti, dove una facoltà di Medicina si è insediata all’interno dell’ospedale e, nel tempo, numerose unità operative complesse sono state trasformate in strutture universitarie. Con conseguenze molto pesanti. Da una parte si limita ulteriormente la possibilità di carriera dei dirigenti ospedalieri; dall’altra si rischia di compromettere la qualità dell’assistenza. Può accadere che un direttore di struttura complessa, valutato positivamente dopo cinque anni di attività e con tutti gli obiettivi raggiunti, venga sostituito da un docente universitario nominato dal rettore, senza concorso e senza alcuna esperienza gestionale. Non bisogna dimenticare che dirigere una struttura complessa significa soprattutto gestire persone, organizzazione e attività assistenziale. È un ruolo manageriale, oltre che professionale. Se quell’unità operativa continua a svolgere prevalentemente assistenza e non ricerca, è difficile comprendere quale sia il vantaggio di una trasformazione di questo tipo.
Al Congresso il ministro Bernini ha mostrato un’apertura su questo tema. È un segnale positivo?
Direi di sì. Dopo vent’anni di discussioni, per la prima volta si è aperta un’interlocuzione concreta con il Ministero dell’Università. Il ministro Bernini, sia durante il Congresso sia in altre occasioni, ha dimostrato di comprendere le nostre ragioni. Nessuno vuole limitare il ruolo dell’università. Quello che chiediamo è che la formazione venga svolta nelle sedi più appropriate, con infrastrutture adeguate e senza compromettere l’organizzazione degli ospedali. Naturalmente questo tema non può essere separato da quello della formazione degli studenti e degli specializzandi. Se davvero vogliamo costruire un ospedale universitario integrato, capace di fare assistenza, ricerca e formazione, dobbiamo riconoscere anche il ruolo degli specializzandi.
È qui che si inserisce la vostra proposta di contrattualizzare gli specializzandi?
Esattamente. Lo specializzando è un medico abilitato che lavora e contemporaneamente si forma. Per questo riteniamo che debba avere anche i diritti di un professionista che lavora.
Abbiamo chiesto la contrattualizzazione all’interno del Contratto collettivo nazionale e anche su questo punto il confronto è finalmente iniziato. Non parlerei ancora di una convergenza, ma certamente di un’interlocuzione che vede però posizioni differenti: c’è infatti chi teme che un medico contrattualizzato possa trasformarsi in un ricercatore e poi scegliere di andare all’estero. Noi riteniamo invece che il problema sia esattamente opposto. Oggi molti giovani medici lasciano comunque il Servizio sanitario nazionale e uno degli strumenti per convincerli a restare potrebbe essere proprio un contratto che riconosca il loro lavoro e dia loro maggiori tutele.
Resta poi il nodo dirigenti sanitari che vivono ormai da troppi anni in un limbo legislativo formativo e lavorativo. Li abbiamo definiti gli eroi silenti, perché sembra che i governi se ne dimentichino puntualmente, eppure sono parte integrante e attiva di quel processo di diagnosi e terapia proprio della cura. Occorre sanare la discrepanza economica e dopo aver ottenuto il riconoscimento della retribuzione nelle scuole di specializzazione bisogna che rientrino pienamente nel percorso di riforma della formazione. Insomma, non sono figli di un dio minore, almeno per noi. Almeno per me.
Tirando le somme possiamo dire che la partita Ospedale-Università è ancora aperta…
Diciamo che ci sono possibilità concrete di arrivare a un risultato, anche se il tempo a disposizione non è molto, considerando che la legislatura si avvia alla conclusione. È già stato presentato un disegno di legge di riforma e noi stiamo cercando di dare il nostro contributo. Se però non dovessimo ottenere un cambiamento reale, credo che sarebbe preferibile rinviare la riforma piuttosto che approvare un provvedimento che non risolve i problemi.
Guardiamo al futuro. Sono anni che sentiamo parlare di integrazione tra ospedale e territorio. Siamo davvero davanti a un cambio di paradigma? Possiamo pensare che l’ospedale torni finalmente a occuparsi soprattutto degli acuti?
Credo che questo coraggioso tentativo di riforma parta da un errore, prima ancora che organizzativo: un errore semantico. Per anni abbiamo parlato di integrazione tra ospedale e territorio e questo ci ha portato a pensare che bastasse spostare una parte delle attività dall’ospedale al territorio per evitare che i cittadini si rivolgessero ai pronto soccorso. A mio avviso è un’impostazione sbagliata, perché rischia di offrire un surrogato di assistenza.
Prendiamo l’esempio dell’elettrocardiogramma eseguito in farmacia. Il paziente non esce con una diagnosi. Nella migliore delle ipotesi il tracciato viene refertato a distanza; se invece emerge un dubbio, il farmacista non può assumersi la responsabilità diagnostica e il paziente viene comunque inviato dal cardiologo. Il rischio è che, invece di ridurre gli accessi in ospedale, si produca l’effetto opposto, aumentando le liste d’attesa.
Lo stesso vale per le Case di comunità. Se non sono realmente dotate di infermieri, specialisti, guardia medica, laboratori e diagnostica, rischiano di rimanere contenitori vuoti. Il progetto, sulla carta, è valido, ma oggi manca ancora una parte fondamentale del sistema.
Ed è qui che, secondo me, sta il vero equivoco. Continuiamo a parlare di integrazione, mentre dovremmo parlare di connessione. Il problema non è integrare ospedale e territorio, ma metterli realmente in comunicazione. Oggi questa connessione non esiste: non è tecnologica, non è professionale e non è assistenziale. Di fatto abbiamo costruito due luoghi di cura che continuano a non parlarsi.
Quindi il rischio è che la riforma non raggiunga gli obiettivi?
Se l’obiettivo è potenziare l’offerta sanitaria sul territorio, allora il percorso è quello giusto e bisogna continuare a investirci. Se invece pensiamo che basti questo per creare una vera connessione con l’ospedale, allora credo che siamo ancora lontani dal risultato.
Entriamo più nel merito della professione. La dirigenza medica è ancora adeguata al sistema sanitario che sta cambiando?
No, non lo è. E non mi riferisco soltanto al contratto. Il problema è più profondo e riguarda il modello nel quale continuiamo a essere inseriti. Noi siamo una dirigenza speciale, ma veniamo ancora trattati come una normale componente della Pubblica amministrazione. È un controsenso che, finché non verrà superato, continuerà a rendere poco attrattiva la professione. Mi piace usare un’immagine. Pensiamo a un quadro racchiuso in una bellissima cornice dorata. Se però lo osserviamo bene, ci accorgiamo che all’interno c’è un’altra cornice che lo imprigiona. Ecco, quella sottocornice è il modello aziendalistico dell’ospedale.
Quando è nato sembrava la soluzione ai problemi della sanità. Si pensava che il modello aziendale avrebbe reso tutto più efficiente. In una prima fase è stato anche così, perché bisognava risanare bilanci in forte deficit. Oggi, però, quel modello mostra tutti i suoi limiti. Nella crisi economica un’azienda riduce i costi; quando però l’azienda produce salute, tagliare i costi significa inevitabilmente incidere sulla qualità delle cure.
Il rischio è che il medico venga valutato più per la capacità di risparmiare che per quella di curare. Ed è qui che il sistema entra in crisi.
Lei sostiene quindi che la dirigenza medica dovrebbe uscire dalla Pubblica amministrazione?
Sarebbe una provocazione. Noi in realtà chiediamo da tempo il riconoscimento della specificità della dirigenza medica e sanitaria, ovvero la dirigenza speciale. Finché questo non si concretizzerà sarà difficile restituire centralità alla cura. La nostra professione ha caratteristiche completamente diverse da quelle di qualsiasi altro dirigente pubblico. Se il medico non ha gli strumenti per organizzare e gestire il percorso di cura, non può svolgere pienamente il proprio lavoro. È anche per questo motivo che tanti professionisti scelgono di lasciare il Servizio sanitario nazionale.
Per noi non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma della condizione necessaria per rendere nuovamente attrattiva la professione e consentire ai medici di lavorare nell’interesse dei pazienti.
Un altro tema destinato ad aprire il confronto è quello dell’esclusività di rapporto.
È un tema che divide profondamente la professione, anche se può sembrare strano. Da una parte c’è la generazione che ha vissuto il passaggio all’aziendalizzazione, che ha affrontato anni di specializzazione senza tutele e che ha considerato il posto nel Servizio sanitario nazionale il traguardo di una vita. Per quella generazione parlare oggi di una liberalizzazione della professione significa mettere in discussione anche un’etica professionale molto radicata.
Dall’altra c’è una generazione completamente diversa. È quella cresciuta durante gli anni della pandemia, dei gettonisti e del lavoro libero-professionale. Una generazione che attribuisce grande valore ai diritti, all’equilibrio tra vita e lavoro e alla possibilità di scegliere. Da questo punto di vista è una generazione diversa dalla nostra, per certi aspetti migliore, per altri semplicemente figlia di un contesto differente. Il compito del sindacato è tenere insieme queste due sensibilità senza perdere di vista i principi che appartengono alla professione medica.
Quindi qual è il suo parere?
Credo che il tema vada affrontato in modo diverso. Più che parlare di liberalizzazione, parlerei di una riorganizzazione complessiva dell’attività professionale. Sono convinto che il medico debba avere il diritto di svolgere attività libero-professionale, ma questo diritto non deve mai entrare in conflitto con quello del cittadino ad avere cure gratuite e tempestive nel Servizio sanitario nazionale. Oggi esistono situazioni che inevitabilmente generano confusione. Pensiamo allo stesso medico che visita il paziente con una ricetta del Servizio sanitario e pochi minuti dopo, nello stesso ambulatorio e sulla stessa sedia, lo visita in regime di intramoenia. Anche quando tutto è perfettamente regolare, il cittadino può avere la percezione che qualcosa non funzioni.
Penso quindi che il sistema debba essere ripensato. Personalmente ritengo che l’attività libero-professionale dovrebbe svolgersi al di fuori della struttura nella quale il medico eroga le prestazioni pubbliche. Naturalmente con regole precise e limiti chiari, ma separando nettamente i due percorsi. Il punto è cambiare il paradigma. Dovrebbe essere l’azienda sanitaria, se ritiene quel professionista particolarmente qualificato, a mettergli a disposizione gli strumenti per svolgere la libera professione: l’ambulatorio, il personale, l’organizzazione. In questo modo il rapporto diventerebbe molto più trasparente.
Resto comunque convinto di una cosa. A un certo punto della vita professionale una scelta va fatta. Se decido di lavorare nel Servizio sanitario nazionale, quel lavoro deve essere valorizzato davvero, anche dal punto di vista economico. Solo così la libera professione tornerà a essere una scelta e non una necessità.
Un’ultima domanda. Il sindacato è vivo?
Il nostro sì.
Ester Maragò