Corte di Cassazione - Quinta sezione Civile - ordinanza n. 24953
Irap non dovuta dai Mmg

Il medico di famiglia che nell'organizzazione del suo studio si limita al rispetto di quanto previsto dalla Convenzione con il Ssn non è tenuto al pagamento dell'Irap. Il principio è stato affermato dalla Corte di cassazione, con sentenza numero 24953 depositata il 12 dicembre 2010. I giudici, in sostanza, hanno accolto le tesi di un medico che si era visto negare la richiesta di rimborso dell'imposta nonostante l'organizzazione del suo studio fosse quella minima stabilita dall'Acn. Nel dare ragione al professionista, la Corte ha ricordato che la prova dell'esistenza di un'autonoma organizzazione dello studio (da cui l'assoggettamento all'imposta) non può arrivare dalla dotazione in apparecchiature prevista dagli obblighi convenzionali.

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 24853/2010
L'informazione che precede il consenso riguarda anche gli esiti anomali o poco probabili

Il medico (e la struttura sanitaria nell'ambito della quale egli agisce) debbono fornire, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente acquisite sulle terapie che si vogliono praticare, o sull'intervento chirurgico che si intende eseguire, illustrandone le modalità e gli effetti, i rischi di insuccesso, gli eventuali inconvenienti collaterali.
Tendenzialmente anche gli esiti anomali o poco probabili - se noti alla scienza medica e non del tutto abnormi - debbono essere comunicati, sì che il malato possa consapevolmente decidere se correre i rischi della cura o sopportare la malattia, soprattutto nei casi in cui non si tratti di operazione indispensabile per la sopravvivenza.

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Corte di Cassazione - Sesta sezione Civile - sentenza n. 24842/2010
Radiazione disciplinare del medico dall'albo

A un medico era stata inflitta la sanzione disciplinare della radiazione dall'albo, per avere, nell'esercizio della professione medica, indotto alcuni pazienti a subire atti sessuali, abusando delle condizioni di inferiorità psichica nelle quali si trovavano al momento del fatto per lo stato di soggezione nel quale versa il paziente nei confronti del medico.
Si contestava che la Commissione Centrale degli Esercenti le professioni sanitarie avesse solo apparentemente motivato in ordine alla doglianza con la quale si era sostenuto che l'Ordine non aveva compiuto un'autonoma valutazione dei fatti accertati in sede penale ai fini del rispetto del principio di adeguatezza della sanzione disciplinare alla gravità del fatto commesso, che esige lo stesso trattamento per identiche situazioni, così come postula un trattamento differenziato per situazioni diverse. La Commissione si sosteneva avesse solo proclamato l'estrema gravità del comportamento del sanitario, senza spiegare le ragioni della valutazione, tanto più necessaria in considerazione della circostanza per cui in un caso analogo era stata irrogata una sanzione meno grave.
La Suprema Corte, rigettando il ricorso del sanitario, ha osservato come la sentenza penale irrevocabile abbia efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale ed all'affermazione che l'imputato lo ha commesso, mentre una volta ritenuto di estrema gravità il comportamento del medico la Commissione non era comunque tenuta a spiegare perché, in una diversa situazione solo "asseritamene analoga", fosse stata in ipotesi applicata una sanzione meno grave".

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 24144/2010
Il primario è sempre responsabile

Il primario ospedaliero, che, ai sensi dell'art. 7 del DPR. 27 marzo 1969, n. 128, ha la responsabilità dei malati della divisione (per i quali ha l'obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici, che gli aiuti e gli assistenti devono seguire), deve avere puntuale conoscenza delle situazioni cliniche che riguardano tutti i degenti, a prescindere dalle modalità di acquisizione di tale conoscenza (con visita diretta o interpello degli altri operatori sanitari), ed è, perciò obbligato ad assumere informazioni precise sulle iniziative intraprese dagli altri medici cui il paziente sia stato affidato, indipendentemente dalla responsabilità degli stessi, tanto al fine di vigilare sulla esatta impostazione ed esecuzione delle terapie, di prevenire errori e di adottare tempestivamente i provvedimenti richiesti da eventuali emergenze.

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Corte di Cassazione- Sezione Tributaria - sentenza n. 21703/2010
Erronea applicazione dell'esenzione iva alle prestazioni sanitarie effettuate da medici convenzionati all'interno di una struttura accreditata

Il Centro organizzava l'attività di cura, conferendo alla struttura i beni strumentali e consentendo a medici convenzionati di effettuare prestazioni sanitarie; le prestazioni effettuate dai medici ai pazienti venivano quindi fatturate dalla società ai pazienti, mentre i medici, a loro volta, fatturavano le loro singole prestazioni al Centro.
Nell'uno e nell'altro caso l'Ufficio finanziario ha contestato l'applicazione delle esenzioni iva prevista dalla disposizione di legge sopra citata, nell'un caso perché le fatture venivano rilasciate dal Centro, soggetto non abilitato alla professione medica, nell'altro in quanto esse erano rilasciate dai medici non ai propri pazienti ma al Centro.
Tanto precisato, il ragionamento svolto dalla Commissione tributaria regionale, che ha affermato la non spettanza in questi casi del diritto all'esenzione atteso che le fatture (da intendersi quelle emesse dal Centro) provenivano da soggetto privo di autorizzazione all'esercizio della professione medica non appare condivisibile. 

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Corte di Cassazione - Sezioni unite Civili - sentenza n. 19048/2010
Sul mobbing decide il giudice amministrativo anche per la dirigenza pubblica
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 16394/2010
Quando esiste l'obbligo del medico di garantire un determinato risultato?

Tra gli obblighi di protezione che assume il medico nei confronti del paziente, per effetto del "contatto sociale" tra il primo ed il secondo, non rientra quello di garantire un determinato risultato della prestazione sanitaria, a meno che il paziente - sul quale incombe il relativo onere - non dimostri l'espressa assunzione della garanzia del risultato da parte del medico.
Il medico è tenuto al risarcimento del danno lamentato dal paziente non ogni qual volta si sia discostato dalle regole della buona pratica clinica od abbia omesso di informare adeguatamente il paziente stesso, ma soltanto allorché la violazione di tali obblighi sia stata la causa (o concausa) efficiente di un danno effettivo. Ciò vuol dire che, là dove il paziente alleghi la violazione delle "leges artis" da parte del medico, ha altresì l'onere di provare che da tale inadempimento è derivato un peggioramento delle proprie condizioni di salute altrimenti evitabile; là dove, per contro, alleghi la violazione dell'obbligo di informazione da parte del medico, ha l'onere di provare che, ove l'informazione fosse stata fornita, avrebbe rifiutato il trattamento sanitario.

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Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 15698/2010

Consenso informato: il medico deve informare anche sulle variazioni del programma operatorio

Il medico-chirurgo viene meno all’obbligo a suo carico in ordine all’ottenimento del c.d. consenso informato ove non fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l’intervento chirurgico che intende eseguire, con le relative modalità.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 14069/2010
Sintomi non detti, niente risarcimento

In tema di contratto di assicurazione che copra le spese per ricoveri da malattia, l'inesattezza delle dichiarazioni o le reticenze di cui agli artt. 1892 e 1893 cod. civ. possono essere integrate da qualsiasi circostanza sintomatica dello stato di salute dell'assicurato che l'assicuratore abbia considerato potenzialmente rilevante ai fini della valutazione del rischio, domandandone di esserne informato tramite la compilazione di un questionario.

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 12801/2010
Sanzioni diciplinari per la violazione obbligo di visita domiciliare

Un medico di medicina generale si asseriva non avesse adempiuto all'obbligo di effettuare una visita domiciliare entro i tempi massimi previsti. La visita era stata sollecitata da una amica dell'assistita presentando quest'ultima difficoltà respiratorie; la paziente rimasta senza assistenza fino al giorno successivo veniva ricoverata d'urgenza in ospedale dove decedeva.
Il sanitario aveva avanzato difese a discolpa.  
Ha osservato la Corte di Cassazione che la mancata risposta alla richiesta di intervento di una malata, che abbia prospettato una situazione di pericolo, configura violazione dell'art. 7 del codice deontologico, secondo cui il medico non può mai rifiutarsi di prestare soccorso o cure d'urgenza e deve tempestivamente attivarsi per assicurare specifica e adeguata assistenza.

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 9319/2010
Criterio di rimborso delle spese sanitarie

Ai fini del rimborso delle spese sanitarie sostenute per un intervento cardio-chirurgico, ritenuto da effettuarsi in tempi brevi, in una struttura privata, ma senza autorizzazione della Unità Sanitaria, cui pure veniva richiesta, vi è evidente differenza tra gravità della malattia ed urgenza dell'intervento, questa intesa come situazione di assoluta improcrastinabilità delle cure e, nella specie, correttamente esclusa in considerazione del fatto che l'assistito fu in grado di viaggiare autonomamente ovvero senza l'assistenza di strutture sanitarie.

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Corte di Cassazione - Prima sezione Civile - sentenza n. 5842/2010
Specializzandi 83/91: tipologia dei danni risarcibili

La tardiva trasposizione da parte del legislatore italiano nel termine prescritto delle direttive comunitarie n. 75/362/CEE e n. 82/76/CEE, in tema di retribuzione della formazione dei medici specializzandi comporta, conformemente ai principi più volte affermati dalla Corte di Giustizia, il diritto degli interessati al risarcimento dei danni, tra i quali devono comprendersi quelli conseguenti all'inidoneità del diploma di specializzazione al riconoscimento negli altri stati membri, e al suo minor valore sul piano interno ai fini dei concorsi per l'accesso ai profili professionali, e la mancala percezione della remunerazione adeguata da parte del medico specializzando.

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Corte di Cassazione - Seconda sezione Civile - sentenza n. 5727/2010
Pubblicità in materia sanitaria

La L. 5 febbraio 1992, n. 175, recante "Norme in materia di pubblicità sanitaria e di repressione dell'esercizio abusivo delle professioni sanitarie", comminando la sospensione dall'esercizio professionale a carico di coloro che effettuino pubblicità senza l'autorizzazione ovvero con mezzi e forme non disciplinati dalla legge, non prevede una contravvenzione amministrativa ma una fattispecie di illecito disciplinare; pertanto va escluso che detta legge abbia comportato la tacita abrogazione del R.D. 27 luglio 1934, n. 1265, art. 201 (Approvazione del testo unico delle leggi sanitarie), che assoggetta a sanzione amministrativa pecuniaria la violazione delle norme sulla pubblicità in materia sanitaria da esso previste.

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 3353/2010
Responsabilità per certificazione negligente

Un medico rilasciava un certificato di buona salute per sport non agonistici ad un minore che successivamente veniva colto da malore con postumi gravissimi.
All'esito del giudizio si affermava che il sanitario avrebbe dovuto valutare i rischi di natura medica e, quindi, tener conto che il certificato ben poteva essere utilizzato per un numero indeterminato di attività, in ipotesi controindicate in relazione allo stato fisico del ragazzo.
Il medico doveva adottare un superiore dovere di "protezione" la cui mancanza può configurare il nesso di causalità tra incauto rilascio e il danno occorso.
In concreto si riteneva che il rilascio del documento era stato non conforme e non compatibile con la specifica diligenza richiesta con conseguente attribuzione di prevalente responsabilità solo parzialmente attenuata dal comportamento dei genitori.

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 2847/2010
Il medico deve provare il consenso

Nel giudizio di responsabilità, si era affermato a difesa del medico, che il consenso del paziente sarebbe inerente ad una fase che precede il contratto di prestazione d'opera professionale e si verterebbe in ipotesi di responsabilità precontrattuale governata dalla regola (più favorevole al sanitario) secondo la quale la prova del fatto illecito (mancata acquisizione del consenso) deve essere data dal paziente.
Contrariamente, la Corte di Cassazione, ha evidenziato, rigettando l'eccezione, che l'intervento del medico, anche solo in funzione diagnostica, da comunque luogo all'instaurazione di un rapporto di tipo contrattuale.
Ne deriva che, effettuata la diagnosi in esecuzione del contratto, l'illustrazione al paziente delle conseguenze (certe o incerte che siano, purché non del tutto anomale) della terapia o dell'intervento che il medico consideri necessari o opportuni ai fini di ottenere il necessario consenso all'esecuzione della prestazione terapeutica, costituisce un'obbligazione il cui adempimento deve essere provato dalla parte che l'altra affermi inadempiente, e dunque dal medico a fronte della contestazione formulata dal paziente.

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 2352/2010
Il lavoratore professionista demansionato ha diritto a tutti i danni

Massima tutela per i lavoratori professionisti. Infatti hanno diritto ai danni patrimoniali e non patrimoniali nel caso in cui il superiore gerarchico li abbia ingiustamente demansionati ed estromessi da qualunque attività, compromettendone così la carriera e la vita di relazione.
La Cassazione con la sentenza n. 2352/2010 ha usato il pugno di ferro contro un primario che aveva demansionato, non facendolo partecipare a nessuna attività del reparto, un chirurgo anziano che, per questo, gli aveva fatto causa. Non solo. I giudici della terza sezione civile hanno anche annoverato “il lavoro del professionista” fra quelli tutelati dalla Costituzione, “secondo le teorie organicistiche e laburistiche anche europee”. In sintesi, mette nero su bianco la Cassazione, “il lavoratore professionista va posto in uno stato costituzionalmente protetto, per le connotazioni essenziali e le condizioni di qualificazione e dignità professionale; in altri termini in una posizione soggettiva costituzionalmente protetta”.

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 1538/2010
Inesatto adempimento se la cartella è incompleta

Le omissioni imputabili al medico nella redazione della cartella clinica rilevano sia come figura sintomatica di inesatto adempimento, per difetto di diligenza, in relazione alla previsione generale contenuta nell'art. 1176 cod. civ., comma 2, sia come nesso di causalità presunto, posto che l'imperfetta compilazione della stessa non può, in via di principio, risolversi in danno di colui che vanti un diritto in relazione alla prestazione sanitaria.

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Corte di Cassazione - Sezione Tributaria - ordinanza n. 35/2010
Le circolari ministeriali non sono vincolanti

Le circolari del fisco non sono vincolanti per il contribuente e quindi non possono essere impugnate davanti a un giudice.
Lo ha ribadito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 35 del 5 gennaio 2010, ha rafforzato una linea interpretativa inaugurata qualche anno fa.
“La violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali, in riferimento ai quali può essere denunciata per cassazione soltanto la violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, nella misura in cui essi sono applicabili anche agli atti unilaterali, ovvero i vizi di motivazione. Peraltro, le circolari dell'amministrazione finanziaria, che non hanno poteri discrezionali nella determinazione delle imposte dovute, non vincolano né i contribuenti né i giudici e non costituiscono fonti di diritto e, quindi, anche sotto tale profilo, ai predetti atti ministeriali non si estende il controllo di legittimità della Corte di cassazione”.

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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 13/2009
Danno da mancata interruzione di gravidanza

Nella vicenda, una coppia rimaneva vittima di un duplice inadempimento: una disfunzione organizzativo - strutturale senz'altro comune, ma non per questo tollerabile, ed un errore professionale colossale.
In ordine al tipo di danno determinato dalla lesione del diritto alla autodeterminazione della donna, con la conseguente nascita indesiderata, va osservato che l'evento determina una radicale trasformazione delle prospettive di vita dei genitori, i quali si trovavano esposti a dover misurare la propria vita quotidiana, l'esistenza concreta, con le prevalenti esigenze del figlio, con tutti gli ovvi sacrifici che ne conseguono: le conseguenze della lesione del diritto di autodeterminazione nella scelta procreativa, allora finiscono per consistere proprio nei "rovesciamenti forzati dell'agenda" di cui parte della dottrina discorre nel prospettare la definizione del danno esistenziale.
La fattispecie in questione sembra costituire un caso paradigmatico di lesione di un interesse che non determina un prevalente danno morale o biologico, peraltro sempre possibile, ma impone al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni più minute come in quelle più importanti, una vita diversa e peggiore (quanto si voglia nobilitata dalla dedizione al congiunto svantaggiato, ma peggiore, tanto che nessuno si augurerebbe di avere un figlio senza gambe piuttosto che con) di quella che avrebbe altrimenti condotto.

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