La responsabilità professionale del medico imprigionata nel sistema della colpa - Quotidianosanità.it
08 Aprile 2026
Gentile Direttore,
la responsabilità professionale del medico rappresenta uno dei temi più delicati del diritto sanitario. Nasce dall’incontro tra due dimensioni che dovrebbero dialogare armoniosamente: da un lato il principio etico che guida il medico nell’agire secondo scienza e coscienza, dall’altro lo stato di diritto che tutela il paziente nel suo legittimo bisogno di cure sicure.
Ciò che appare semplice nella definizione si complica inevitabilmente nella pratica, perché il campo di applicazione è la Medicina, quella scienza di confine tra la rigidità di protocolli applicativi e la fragilità del malato. Quella scienza che vive nell’intervallo tra la teoria che ordina e la realtà che disordina, perché ogni paziente, con la sua storia clinica, introduce una variabile nuova, ogni contesto modifica la direzione, ogni complicanza genera nuove considerazioni, infine ogni decisione richiede un atto di giudizio che nessun automatismo può sostituire.
Una scienza inesatta, dunque, quella medica, che fa della sua complessa articolazione e della sua natura probabilistica la sua specificità fondamentale; operando su variabili individuali e contestuali, genetica, presentazione clinica, comorbilità, condizioni organizzative, tecnologie disponibili, la pratica clinica si rivolge a ogni paziente, ogni volta, come a un caso clinico unico. Riconoscere la natura probabilistica significa ricordare che l’atto medico è un giudizio di valore che discende dalla qualità del ragionamento clinico, dal peso dell’appropriatezza terapeutica, dalla chiarezza della comunicazione e dalla tracciabilità del processo decisionale; questa congiunzione tra il sapere scientifico e la capacità di compiere scelte contestualizzate al paziente e alle circostanze, rende l’atto medico insieme un’arte e una scienza.
Analizzare la natura intrinsecamente complessa dell’atto medico non significa costruire attenuanti, ma assumere il compito di governarla coerentemente. In questo contesto il “primum non nocere” non rimane un reperto storico della tradizione ippocratica, ma il fondamento etico che orienta da sempre l’agire clinico, nucleo da cui ha origine il successivo principio di “beneficenza” , quell’impegno morale a compiere atti benefici verso il malato, a perseguire il suo bene anche quando la complessità clinica rende impossibile garantirne un risultato certo; non intendendo “beneficenza” un ornamento etico dunque, ma la chiave di lettura di ogni gesto clinico. È ciò che distingue l’atto medico da qualsiasi altra attività professionale: “un atto intenzionale verso la cura, orientato al bene, radicato nella fiducia reciproca seppur nell’incertezza del risultato, determinata dallo stato patologico del paziente”, Beneficence and Health Care, 1982. È questo il quadro concettuale dove devono collocarsi la fiducia del paziente, la dignità del professionista e lo sguardo maturo della dottrina giuridica.
Al contrario oggi nel nostro Paese l’aggressione giudiziaria al medico sembra incastonata in un sistema che elude la complessità della cura e il principio etico che la governa e inquadra tutto il percorso, relativo alla responsabilità professionale, alla ricerca del colpevole, di quella “mela marcia” che ha determinato il danno, di quel professionista che ha sbagliato e merita ogni accusa, dalla gogna mediatica ai molteplici procedimenti giudiziari.
Così per ogni singolo evento avverso, il medico può trovarsi coinvolto in grovigli giudiziari per anni, con un impatto devastante sulla sua salute psicofisica, sulla serenità di giudizio, sulla reputazione professionale. Quando il diritto entra nella stanza della cura e lo fa con il pregiudizio della colpevolezza, sebbene ricercata oltre ogni ragionevole dubbio, introduce sospetto dove dovrebbe esserci fiducia, paura dove dovrebbe esserci responsabilità, difesa dove dovrebbe esserci analisi del sistema. Il fenomeno genera un clima di insicurezza globale che sostiene pratiche di medicina difensiva e ricorsi ai risarcimenti assicurativi, alimentando un circolo di consumismo sanitario.
La legge Gelli-Bianco del 2017 ha segnato un punto di svolta sul piano normativo, ponendo la sicurezza e la gestione del rischio clinico al centro del sistema, in un’ottica che non nega la possibilità dell’errore ma lo interpreta come evento da cui il sistema organizzativo impara per evitare che si ripeta. Cercando un equilibrio tra tutela del cittadino e serenità del professionista, la legge parte dall’assunto che “la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute”. Tuttavia gli obiettivi della legge non hanno trovato completo riscontro con l’attuazione pratica, a causa di criticità strutturali e di scelte politiche che ne hanno limitato l’efficacia. In aggiunta alle finalità, in atto per lo più abortite, della legge Gelli, è opportuno ricordare che l’Italia partecipa al progetto europeo ERNST (European Researches’ Network Working on Second Victim), promosso per la valutazione e il supporto della seconda vittima, individuata nel sanitario quando coinvolto in eventi avversi e vittima egli stesso di ripercussioni negative sul piano psicologico, sociale e professionale.
Nonostante il coinvolgimento italiano nelle iniziative ERNST e le indicazioni internazionali per l’implementazione di percorsi e politiche orientate alla “cultura della sicurezza del sistema”, il nostro paese continua a intendere la responsabilità professionale in capo al singolo professionista sul piano giuridico, politico, organizzativo, nel dibattito pubblico e in atto non si registrano interventi coerenti volti a rimettere al centro il valore del medico e a garantire adeguati percorsi di gestione del rischio clinico in maniera capillare.
Permane una “cultura della colpevolizzazione” che, ostacolando l’adozione di modelli di sicurezza moderni e maturi, frammenta la responsabilità, isola e mortifica i professionisti, non investe in qualità; i motivi sono sempre gli stessi: vincoli di spesa, mancanza di coordinamento nazionale, un modello di gestione del rischio che, in molte regioni, rimane confinato alla mera enunciazione normativa.
La Medicina italiana è oggi divorata da un modello punitivo che non produce sicurezza né giustizia. Un’aggressione che erode la struttura stessa della cura, logorando i professionisti e privando di reale significato la qualità dell’assistenza.
Possiamo affermare che, nonostante gli sforzi normativi e i programmi europei di promozione e prevenzione, oggi in Italia viviamo una contraddizione di fondo e un’ipocrisia generale, quando si parla di responsabilità professionale del medico; un abbandono globale in cui le criticità organizzative e logistiche restano per lo più irrisolte. Una scelta politica e gestionale che non solo tradisce la scienza medica, ma mina la sicurezza delle cure e distrugge la dignità della professione.
Simona Bonaccorso,
Esecutivo Nazionale Anaao Assomed
Pierino Di Silverio,
Segretario Nazionale Anaao Assomed
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