Oltre la crisi del sistema sanità, una professione smarrita - Quotidiano Sanità

La crisi di un sistema diventa crisi d’identità professionale, che riguarda il luogo in cui la vocazione alla cura dovrebbe trovare spazio e forma. 
 

09 Marzo 2026

di
Simona Bonaccorso, Esecutivo Nazionale Anaao Assomed
Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed

Negli ultimi venti anni il Sistema Sanitario Nazionale ha subito un declino strutturale, lento e costante che ha generato un progressivo indebolimento nella capacità di rispondere adeguatamente alle necessità dei pazienti.

La spesa sanitaria pubblica non è cresciuta contestualmente ai bisogni della popolazione, a fronte di una più spiccata sensibilità alla prevenzione, alla diagnosi precoce, alla qualità di vita nonché a fronte di un imponente avanzamento tecnologico. Le manovre economiche hanno determinato tagli trasversali applicando riduzioni di spesa indistintamente a tutte le regioni e a tutti i servizi, senza particolare attenzione alle aree geograficamente più fragili e alle particolari peculiarità clinico assistenziali. Le diseguaglianze territoriali che si sono delineate, oltre ad aver avuto come conseguenza un iniquo accesso alle cure e una differente potenzialità di risposta alle patologie tempo dipendenti, hanno prodotto come effetto immediato un ingolfamento dei grandi ospedali, investendoli di volumi più elevati di attività e di una pressione lavorativa eccessiva. Ne sono derivati effetti di natura organizzativa come il boarding nei PS, nonché quello delle liste d’attesa e fenomeni occupazionali come il crescente burnout e la “Great Resignation” tra il personale; il sistema sanitario pubblico diventa specchio di un luogo di lavoro troppo gravoso e per nulla gratificante.

In tutti questi anni abbiamo visto moltiplicarsi, specialmente nei comuni più piccoli del Paese, manifestazioni dei sindaci per la tutela del proprio ospedale, rivendicandolo come elemento identitario oltre che sanitario per la propria comunità. Tuttavia la rivendicazione di un diritto, come la salute, in forma individuale o territoriale ha portato soltanto ulteriori conflitti e contraddizioni. Infatti le scelte sulla razionalizzazione delle risorse sanitarie si sarebbero dovute basare su un’attenta valutazione delle necessità cliniche e organizzative e non sulla geografia politica o sulla pressione locale. Invece la mancanza di una strategia d’insieme e di un osservatorio clinico nazionale capace di analizzare i punti chiave dell’assistenza sanitaria in toto, in relazione alle potenzialità economiche delle regioni e ai loro bisogni, ha nel tempo sgretolato l’impalcatura del Ssn, ha determinato un divario crescente nei territori della stessa regione e tra le regioni, ha moltiplicato le distanze organizzative tra nord e sud, ha peggiorato il delicato dialogo tra il territorio e gli ospedali.

La carenza di personale è stata più recentemente affrontata con il fenomeno del “gettonismo” nell’ambito del quale troviamo persino medici in pensione; molti ospedali oggi continuano a rimanere operativi anche grazie alle attività aggiuntive assicurate dai professionisti che si spostano occasionalmente da un Ospedale ad un altro, coprendo prevalentemente i servizi più in affanno con un’attività lavorativa economicamente più remunerata, più flessibile, ma clinicamente e qualitativamente più fragile perché non costruisce continuità, non crea équipe, non genera appartenenza.

In questo panorama galoppa all’orizzonte una trasformazione culturale che colpisce l’ospedale e lo trasforma da luogo simbolo di salute e di concreto approccio alle cure a contenitore di prestazioni, dove la corsa alla performance ha eroso tutto ciò che teneva insieme i professionisti: stabilità, solidarietà, stima, memoria professionale.

L’Ospedale, perdendo la sua dimensione comunitaria, si è trasformato in un luogo che non può amare e non può proteggere chi vi lavora, un luogo che fatica a far crescere i suoi medici lasciandoli in gran parte con carriere spezzate o bloccate, causando inevitabilmente mortificazione e insoddisfazione in un sistema di “schizofrenico ingranaggio” che riciclandosi sopravvive ma non costruisce. È qui che si misura oggi l’entità della crisi del nostro Ssn: nella dissoluzione progressiva e silenziosa dell’ospedale come istituzione, come luogo in grado di generare identità e comunità professionale, dove la cura è un gesto di bene collettivo e la professione una staffetta tra generazioni, dove i giovani che vi accedono devono sentirsi accolti e seguiti e chi vi lavora da tempo deve percepire sé stesso come parte di un progetto di crescita, non un mero esecutore di compiti.

Al contrario oggi l’ambiente frammentato, burocratizzato, reso caoticamente aziendalizzato, incapace di fornire prospettive genera smarrimento. Nei giovani neolaureati la distanza che si palesa tra l’immaginario percepito nel corso degli studi e l’incontro con il reale quotidiano, induce il desiderio di programmare l’intera propria carriera medica e sanitaria lontana dall’ospedale, luogo in cui non maturano più prospettive e visioni.

A complicare il quadro interviene una narrazione mediatica distorta e dall’analisi talora superficiale e incoerente: da un lato l’immagine idealizzata e iper-specializzata del medico che basta a sé stesso, dall’altra la descrizione degli ospedali come luoghi inefficienti, pericolosi, ostili, dove può consumarsi facilmente l’errore nei confronti dei pazienti e l’aggressività nei confronti dei sanitari. Una dicotomia che innesca un cortocircuito identitario tra il professionista protagonista solitario e l’istituzione delegittimata, declassata, non più riconosciuta come pilastro portante del bene salute.

È così che la crisi di un sistema diviene crisi d’identità professionale, che non riguarda la vocazione al mestiere della cura, ancora tanto fortemente sentita, ma riguarda il luogo in cui quella vocazione dovrebbe trovare spazio e forma. È qui che si percepisce la frattura più dolorosa: quella tra il valore profondo della professione e la disponibilità di strumenti organizzativi e politici utili a garantirne la piena espressione. Se non ricuciamo il divario tra ciò che la medicina rappresenta e ciò che oggi l’ospedale consente, consegneremo alle nuove generazioni una professione monca, senza struttura identitaria, priva di riconoscersi come valore sociale.

Una professione in cui il significato della cura resterà solo sul piano simbolico, mentre la pratica quotidiana continuerà a svolgersi in un contesto di numeri, tetti di budget, livelli di performance, solitudine professionale, in un costante critico divario tra il ruolo e il contesto. Il medico continuerà a cercare dimensioni culturali e sociali differenti per affermare la propria carriera secondo le sue più giuste aspettative.

È in questo spazio tra etica e organizzazione, tra ciò che la medicina chiede e ciò che l’ospedale con le sue risorse permette, che si gioca il futuro della cura del nostro Paese.

Occorre colmare questo spazio attraverso un progetto culturale e politico di valore perché la sanità non sia un insieme di problemi da rincorrere e rattoppare, ma un organismo plastico da sostenere, rinnovare e riprogettare riconoscendone la sua indispensabile dinamica natura.