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15/09/2022

Medici in fuga dalla Sanità pubblica. La denuncia dell'Anaao Assomed: un sistema senza paracadute. IL MESSAGGERO

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di Pierino Di Silverio

La situazione negli ospedali italiani è diventata drammatica, sia da un punto di vista organizzativo sia per la carenza di personale medico e sanitario.

E la professione medica è sempre meno allettante per le giovani generazioni, soprattutto per condizioni di lavoro sempre più gravose e rischiose, da un punto di vista psicofisico e legale, a fronte di retribuzioni inadeguate. Le mancate sostituzioni del personale andato in pensione e assente per malattia hanno superato i limiti che il sistema poteva sopportare. Ne sono conseguenza il mancato rispetto delle pause e dei riposi, ritmi e turni di lavoro spesso insostenibili, fino alla sofferenza psico fisica, e alla morte, a scapito della qualità e sicurezza delle cure, la mancanza di tempo per la vita personale. Risultato? Sette medici dipendenti ogni giorno decidono di lasciare il sistema pubblico prima dell’età di quiescenza, perché stanchi, demotivati e delusi da una professione che rappresentava un sogno per molti di loro e che invece si è trasformata in un incubo.

LE RAGIONI
Le cause sono molteplici. Il burnout, il desiderio di gestire le giornate di lavoro con orari più flessibili, maggiore autonomia professionale, minore burocrazia. Cercano un sistema che valorizzi le loro competenze, che permetta di dedicare più tempo ai pazienti e anche alla propria vita privata, senza sacrificare interessi personali e familiari. Complice dell’innesco di questo meccanismo è stata sicuramente la pandemia che ha nettamente peggiorato le condizioni di lavoro negli ospedali. Trovando il terreno preparato dalla mannaia dei tagli decennali che ha colpito risorse economiche, posti letto, personale e progressioni di carriera. Nel decennio 2010-2019, 37 mld di risorse destinate alla sanità sono state indirizzate verso capitoli di spesa reputati più importanti, 80mila posti letto tagliati insieme con 44mila unità di personale sanitario di cui almeno 6mila medici.
Mentre il progresso tecnologico e terapeutico prolungava l’aspettativa di vita trasformando patologie un tempo mortali in patologie croniche senza una politica di adeguamento del sistema di cure. I medici e i dirigenti sanitari (biologi, chimici, fisici, psicologi e farmacisti) lavorano oggi in condizioni inaccettabili, da un punto di vista professionale, e anche etico, con un orario medio di circa 60 ore la settimana, sottoposti a costanti pressioni legali e professionali. Capri espiatori dei disservizi organizzativi, oggetto di violenze fisiche e verbali, di accuse legali: un conto amaro che il professionista della salute è costretto a pagare a causa di miopi politiche perpetrate per decenni.
E le soluzioni adottate per rimediare al fenomeno della fuga dei professionisti sono paradossali. Parliamo delle cooperative, un fenomeno che oramai interessa più della metà delle regioni italiane e quasi 15mila professionisti. Società di intermediazione di servizi oggi assicurano la copertura dei turni ospedalieri mettendo a disposizione personale, senza che nessuno badi troppo alla sua professionalità e tanto meno alle sue condizioni psicofisiche. Non è dato, infatti, sapere da quanti turni lavorativi è reduce chi prende servizio, né se ha rispettato il periodo di riposo imposto dalle leggi vigenti a tutela della sicurezza dei pazienti, tanto meno da dove viene e se si è sottoposto a viaggi massacranti. Senza contare che entra, magari una tantum, con il metodo della toccata e fuga, in organizzazioni che non conosce, di cui ignora procedure, tecniche e modalità di lavoro in gruppo.
Se queste soluzioni estemporanee, dal vago sapore elettorale, che riducono i medici a utensili presi a noleggio dai datori di lavoro, tranquillizzano questi ultimi, non possono lasciare sereno chi ha la responsabilità diretta delle unità operative né chi all’ospedale ricorre in momenti delicati della propria vita. La verità è che la sanità pubblica non può essere considerata un oneroso capitolo di spesa, bensì una risorsa che vale 11 punti di Pil a fronte del 6,6% che viene destinato annualmente, mentre la media europea è dell’11.3%. Non aver programmato correttamente il fabbisogno di medici specialisti rischia di farci passare dalla carenza alla pletora, da un imbuto formativo a un imbuto lavorativo, smarrendo quell’identità pubblica voluta dalla Costituzione. Il nostro sistema sanitario deve restare pubblico, nazionale, solidaristico, a garanzia di un’equità di accesso alle cure.
A esso dedichiamo il nostro lavoro, sottraendo tempo alla famiglia e alla vita privata, guadagnando la qualifica di “eroi” durante questi anni di pandemia. Un riconoscimento ben presto dimenticato.

* Segretario nazionale Anaao Assomed

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