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Siamo tutti Sara Pedri. Lettera a Quotidiano Sanità

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27 LUG
 - Gentile Direttore,
in relazione alla triste vicenda che ha recentemente visto protagonisti l’ospedale di Trento, il reparto di Ginecologia, e la scomparsa della collega Sara Pedri, come Anaao Giovani, sentiamo il bisogno di esprimere alcune considerazioni. È doveroso premettere che le presunte oggettive criticità di una UOC rimangono e dovranno rimanere confinate nell’ambito dell’indagine interna attualmente in corso nell’APSS. Tuttavia, la scomparsa di Sara, oltre all’immenso dolore che ci stringe vicino ai suoi cari, ci porta inevitabilmente a fare alcune riflessioni.

Durante il corso di laurea in Medicina, uno degli insegnamenti fondamentali che ci viene trasmesso è la dedizione continua al proprio lavoro. Una professione scientifica affascinante e applicata all’uomo, eticamente nobile, caratterizzata da attività clinica e di ricerca in cui non si finirà mai di imparare anche attraverso gli errori, di crescere e di scoprire.

Un vecchio proverbio di un medico recitava testualmente “Una giornata in ospedale è sempre positiva quando possiamo tornare a casa e raccontarci di aver imparato una cosa nuova”. Il nostro universo ospedaliero è fatto di piccoli aforismi, tramandati e rimaneggiati di generazione in reparto fra colleghi. Frammenti di vita quotidiana, insegnamenti in codice, esortazioni di spirito, a volte espresse con parole malinconiche o lapidarie che segnano il nostro incedere quotidiano e che hanno l’obiettivo di incoraggiarci in momenti difficili quando si affronta un territorio complesso come il paziente, con la sofferenza e la sua malattia.

In corsia o in sala operatoria s’impara presto nel corso degli anni che la vita di un medico è costellata di dubbi e ripensamenti. Difficile dire con il senno di poi cosa andasse fatto o cosa fosse giusto fare. Con quel paziente, con quel dubbio clinico irrisolto tra colleghi. Il mestiere del medico è soprattutto questo. Sembra quasi un paradosso nella sua semplicità: più si va avanti, più si impara, ma meno si conosce. E questo processo non finisce mai.
Ma c’è anche un’altra grande verità che troppo spesso si tende a dimenticare: dietro il camice, il bisturi, le notti in bianco, le discussioni con i colleghi, c’è l’uomo. C’è la persona. Fragile. Gli appunti ritrovati della collega sembrano raccontare proprio questo. Dubbi, emozioni, aspettative. Come i pazienti del resto che accogliamo tutti i giorni. Con il loro carico inesauribile di domande e paure, più che mai in un contesto complesso come la recente pandemia da COVID-19.

A nostro avviso, definirsi o riconoscersi fragili non è certamente un qualcosa di disonorevole e qualcosa di cui scusarsi ufficialmente come hanno fatto alcuni organi ufficiali. Anzi. Noi crediamo che per un medico sia un punto d’onore. Perché la fragilità apre inevitabilmente le porte della riflessione personale. Ed è un atto di coraggio, autentico. E il medico è una persona coraggiosa proprio perché ha davanti a sé questa opportunità tutti i giorni. Pertanto, ammettere la propria fragilità personale, in qualsiasi momento della vita medica, può aprire le porte ad una reale crescita umana e, indirettamente, professionale.

Sarebbe auspicabile che in tutta questa intricata vicenda si ponesse maggiormente l’attenzione sulla persona e la vita del medico più che sugli aspetti giudiziari sui quali stanno indagando gli organi di competenza. Entrare nel merito del lavoro dei giudici significa invadere un campo e assumere un compito che non spetta né all’opinione pubblica, né alla categoria medica, né tantomeno a qualsivoglia sindacato. Questo è il lavoro dei magistrati e degli avvocati, non il nostro. Ma troviamo inaccettabile vedere definita una presunta fragilità personale, così come ci è stata raccontata dai giornali, un punto di debolezza tale da non poter sostenere il proprio mestiere. La fragilità di un medico dovrebbe essere un motivo di orgoglio. Perché significa essere un medico umano. Un medico e una persona vera, in contatto con sé stessa, che sa percepire il proprio disagio prima di quello altrui.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito su varie testate giornalistiche, blog e trasmissioni televisive a un uso eccessivo e improprio di parole alle quale bisognerebbe prestare maggiore cautela. Parole come “mobbing”, “shaming”, “naming” sono pesanti, dei macigni. Alle parole bisogna sempre prestare attenzione. Perché, se è vero che la vita clinica è fatta di tante piccole frasi e insegnamenti, un medico coscienzioso di fronte alle terapie impara presto anche il valore della “prudenza”. Con i farmaci così come con le parole ci vuole rispetto e conoscenza profonda. Bisogna davvero saperle usare e soprattutto, dosare.

Gli ambienti lavorativi, gli ospedali, sono fatti di esseri umani. Un complesso universo umano. E il vero paradosso è che l’obiettivo finale delle aziende sanitare, al di là dei budget, dei piani di rientro, delle difficoltà burocratiche sono proprio i pazienti con i loro bisogni, le loro fragilità e le loro malattie. Identificare prontamente le difficoltà personali di un dipendente, riconoscerle, e offrire sostegno concreto a un medico che percepisce un disagio personale o professionale è un dovere istituzionale dell’azienda per tutelare e migliorare il livello di qualità e dei servizi erogati.

In alcuni sistemi sanitari europei, il benessere psicofisico dei propri dipendenti e una buona armonia tra colleghi è una prerogativa degli stessi ospedali per garantire il loro corretto funzionamento. Nelle aziende private si ricorre addirittura al team-building. Per i dipendenti di vecchia data e i neoassunti è obbligatorio una volta l’anno. Sembra ridicolo? Eppure ci si investono milioni di euro. Forse perché la selezione naturale all’interno del personale è una sconfitta e la crescita personale e di un vero gruppo un investimento?

Forse perché in Belgio o Germania, al di là delle storture intrinseche che ogni sistema può avere, si crede (a torto o ragione) che un medico, se ammette le proprie fragilità può essere supportato e aiutato. Non allontanato, né trasferito, né demonizzato o ridicolizzato. Né visto come un potenziale pericolo. Perché è e rimane una risorsa e può diventare un medico ancora migliore se sostenuto. E questa è un’incredibile opportunità per entrambi i protagonisti, medico e azienda. È il vantaggio della reciprocità. Lo stress lavorativo intenso, con le inevitabili ripercussioni nella vita personale non solo può essere gestito ma si può imparare a gestirlo in maniera più funzionale. Vale apparentemente anche per i medici più bravi e tenaci. Perché la formazione continua che serve in ospedale come nella vita in fondo è anche questa, non soltanto l’aggiornamento professionale o lo snellimento degli aspetti burocratici.
Come Anaao Giovani crediamo che le riflessioni fine a sé stesse non sono utili se non finalizzate a gettare le basi di un potenziale cambiamento.
Di certo, fintanto che le fragilità di un medico nel nostro sistema verranno viste come un qualcosa di disonorevole e negativo, nessuno avrà mai il coraggio di ammettere il proprio disagio. Chi mai lo farebbe se non si sentisse ascoltato? Chi aprirebbe mai la porta? Si confidano aspetti difficili, solo se si ha la certezza di essere accolti, rispettati, compresi. Come i pazienti fanno con i medici. Abbiamo le chiavi, ma forse non le usiamo correttamente.
Abbiamo letto e riletto tanti articoli nelle ultime settimane in cui si è descritto un contesto lavorativo impegnativo e difficile. Se da un lato è vero che la formazione del medico rimane un percorso duro e complesso e che bisogna sviluppare un’enorme compliance in ambienti lavorativi difficili, è altrettanto vero che se certi confini non vengono rispettati ma violati costantemente, agli abusi ci si abitua. E si rischia di crescere in maniera distorta, abituandosi a perpetrarli e a vederli come qualcosa di naturale. Ma che normale e sano non è.

Il medico è prima di tutto un uomo più che un professionista che va sostenuto nei momenti difficili. È un dovere nostro, della categoria e delle Istituzioni. Per il bene di tutti. Come è bene ricordare che a oggi l’unico vero e profondo rammarico è che Sara, la giovane collega, è scomparsa.
Essere fragili è un atto di coraggio. Siamo tutti Sara Pedri.
“E anche oggi forse abbiamo imparato, seppur dolorosamente, una cosa nuova”.
 
Umberto Anceschi
Anaao Giovani Lazio

Pierino Di Silverio
Responsabile Nazionale Anaao Giovani

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