Corte di Cassazione - Sez. unite Civile - sentenza n. 25767/2015

Non esiste un diritto a non nascere se non sani

Una coppia ha citato i medici e la ASL di Lucca per ottenere un risarcimento per sé e per la figlia nata Down senza che ne fossero stati prima avvertiti, altrimenti, afferma la madre, avrebbe interrotto la gra-vidanza. La Cassazione a sezioni riunite (n. 25767 del 22/12/15) pur lasciando impregiudicato il diritto al ristoro della coppia per l'errore medico che aveva provocato danno esistenziale ha rifiutato quello alla madre e alla figlia derivante dalla nascita, quale evento collegato a un danno, in quanto, affermano i giudici, "non c'è diritto a non nascere se non sani". Il risarcimento è conseguenza di un danno che, in tal caso, sarebbe "legato alla stessa vita del bambino e l'assenza di danno alla sua morte".

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 25605/2015

Equivalenza delle responsabilità fra la Casa di Cura e il medico dipendente

In presenza di una richiesta di risarcimento danni, la Casa di cura risponde sia per inadempimento proprio, ex art. 1218 c.c. per non aver eseguito correttamente la prestazione, sia per fatto del dipendente, incorso in ipotesi di responsabilità professionale.
In assenza di prova sulla ripartizione delle rispettive responsabilità, il criterio applicabile è quello dell'equivalenza, oltre a quello della solidarietà passiva ex lege di entrambe le parti.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 24213/2015

La struttura è responsabile per le procedure di sicurezza clinica

In tema di responsabilità civile, viola le regole di condotta esigibili dal professionista medio ex art. 1176, comma 2, c.c., ed è pertanto tenuta al risarcimento dei danni causati da un trapianto di cornee infette, l'Azienda ospedaliera che, in quanto centro di riferimento regionale o interregionale per gli innesti corneali, ometta di analizzare i tessuti corneali custoditi nella "banca degli occhi", così disattendendo le linee guida del Centro nazionale per i trapianti, le quali affidano alle banche degli occhi il compito di raccogliere, processare, conservare e distribuire i tessuti oculari prelevati da donatore cadavere, "certificandone idoneità e sicurezza".

Corte di Cassazione - IV sez. Civile - ordinanza n. 23652/2015

Medici specializzandi alle Sezioni unite

La Corte di Cassazione, VI sez. Civile, con l’ordinanza interlocutoria n. 23652 depositata il 18 novembre 2015, ha rimesso gli atti al Primo presidente per l’assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite.
La vicenda al centro del ricorso riguarda i medici specializzandi, che avevano frequentato le scuole universitarie di specializzazione di medicina prima dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 257/91, e che si erano rivolti alla Corte di Appello di Palermo, per ottenere il pagamento della giusta remunerazione o il risarcimento del danno per la mancata percezione della stessa, per inadempimento da parte della Stato degli obblighi Ue derivanti dalle direttive 75/362 e 82/76.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 23198/2015

Quando la casa di cura o l'ente ospedaliero risponde dell'operato di terzi

Il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura (o ente ospedaliero) ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo; ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell'ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell'art. 1218 cod. civ., all'inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell'art. 1228 cod. civ., all'inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario.

Corte di Cassazione - VI sezione Civile - sentenza n. 23652/2015

Medici e borse '83-'91: permangono contrasti per il risarcimento ante 1983

I medici che si sono immatricolati od iscritti ad un corso di specializzazione iniziato prima della data di obbligatorietà delle direttive comunitarie (e quindi prima dell'insorgenza stessa di un inadempimento da parte dello Stato italiano) si sono immatricolati od iscritti quando l'inadempimento ancora non c'era. Pertanto, poiché non vi può essere un inadempimento sopravvenuto e nessuna norma comunitaria ha previsto l'immediata estensione ai corsi non in regola con la direttiva sopravvenuta e già in fase di svolgimento e poiché i corsi debbono essere valutati unitariamente per l'unitarietà del risultato cui mirano, non viene a configurarsi un diritto del medico al risarcimento del danno per il mancato pagamento della borsa di studio.
Sussistendo contrasto tra le sezioni della Corte di Cassazione che in altre recenti pronunce ha ritenuto risarcibili anche gli iscritti prima dell’1.01.83, è stato deciso il rinvio al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni unite.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 22876/2015

Una responsabilità medica doc

Un rigoroso approccio logico scientifico per definire la responsabilità medica. La Cassazione ha preci-sato ulteriormente i confini della responsabilità medica. Secondo la sentenza n. 22876/2015 il corretto approccio per verificare l'esistenza del nesso causale tra una condotta e un dato accadimento richiede che si faccia ricorso ad un giudizio fondato su una generalizzata regola di esperienza o su una legge scientifica, universale o statistica. In particolare il comportamento del medico può essere considerato condizione necessaria dell'evento dannoso se, eliminandolo dalla sequenza dei fatti accaduti, si avrebbe che l'evento non si sarebbe verificato o, se si fosse realizzato, avrebbe avuto una minore intensità lesiva o sarebbe avvenuto molto tempo dopo.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 21177/2015

Danno da vaccinazione: il rispetto del protocollo sanitario esclude responsabilità medica

In tema di responsabilità per attività medico-chirurgica, l'attore deve provare l'esistenza del rapporto di cura, del danno e del nesso causale e solo allegare la colpa del medico, sul quale incombe l'onere di dimostrare che l'eventuale insuccesso dell'intervento, rispetto a quanto concordato o ragionevolmente attendibile, sia dipeso da causa a sé non imputabile.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 21090/2015

La morte del paziente sarebbe giunta ugualemnte: occorre che la struttura ospedaliera ne dia la prova

Il ritardo nella comunicazione dei decisivi dati degli esami di laboratorio e nell’effettivo avvio dell’intervento chirurgico, come pure le modalità di manipolazione del devastato bacino del paziente, sono correttamente individuate dalla corte del merito quali potenziali cause dell’esito letale; mentre anche un’eventuale conformità della non adeguata scorta di sangue alle previsioni normative applicabili non avrebbe esentato l’azienda ospedaliera dall’onere dell’adozione di ogni misura conseguente, quale l’immediata richiesta di altro sangue presso strutture che ne fossero invece dotate, o, per ipotesi, il trasferimento immediato del paziente ad altra struttura più attrezzata.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 19426/2015

Ordini professionali ed esercizio dell'azione disciplinare

L’accertamento della non conformità della condotta degli iscritti agli Ordini professionali ai canoni della dignità e del decoro professionale è rimesso agli Ordini medesimi, i quali hanno il potere di emanare norme di deontologia che gli iscritti sono tenuti a osservare sotto pena di applicazione di sanzioni disciplinari. Nell’ambito dell’azione disciplinare la formulazione di capi d’incolpazione si configura non solo come attività lecita, ma necessaria al fine di garantire il principio del contraddittorio o di permettere al professionista di difendersi.
Nell’ambito dell’azione disciplinare la formulazione di capi d’incolpazione si configura non solo come attività lecita, ma necessaria al fine di garantire il principio del contraddittorio o di permettere al professionista di difendersi; di talché quanto in essi contestato non può configurarsi come ingiuria e diffamazione.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 19213/2015

È dovere professionale del medico applicare soluzioni che salvaguardino la salute del paziente

Se nel corso di un trattamento terapeutico o di un intervento venga a palesarsi una situazione la cui evoluzione può comportare rischi per la salute del paziente, il medico che abbia a disposizione metodi idonei ad evitare che la situazione pericolosa non può non impiegarli, essendo suo dovere professionale applicare soluzioni che salvaguardino la salute del paziente anziché metodi che possano anche solo esporla a rischio, sicché ove opti per un trattamento terapeutico o per un metodo d'intervento più rischioso, e la situazione pericolosa si determini, non riuscendo a superarla senza danno, la sua colpa si radica già nella scelta iniziale.
L'insorgenza di una complicanza non depone di per sé per la speciale difficoltà dell'intervento medico né esclude la colpa del medico, spettando in ogni caso al medesimo provare che le stesse siano state prodotte da un evento imprevisto ed imprevedibile secondo la diligenza qualificata in base alle conoscenze tecnico-scientifiche del momento.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 19212/2015

Obbligo del consenso informato

L’obbligo del consenso informato costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario senza il quale l’intervento del medico è sicuramente illecito, anche quando è nell’interesse del paziente. Trattasi di obbligo che attiene all’informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente viene sottoposto, e in particolare in ordine alla possibilità che ne consegua un aggravamento delle condizioni di salute del medesimo, al fine di porlo in condizione di consapevolmente consentirvi. Si è precisato che l’acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce prestazione altra e dive

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 18895/2015

Onere della prova in caso di danno da infezione trasfusionale

In caso di danno da infezione trasfusionale, è onere della struttura ospedaliera dimostrare che al mo-mento della trasfusione il paziente avesse già contratto l’infezione per la quale domanda il risarcimento.
Nel danno da infezione trasfusionale, le Sezioni Unite hanno stabilito che compete al debitore ovvero la struttura ospedaliera dimostrare che l’inadempimento non era eziologicamente rilevante – perché l’affezione era già in atto al momento del ricovero - Sez. U, Sentenza n. 577 del 11/01/2008 -. La sentenza d’appello ha palesemente violato tale principio, pretendendo che fosse non già l’ospedale e dimostrare che la paziente fosse già infetta al momento dei ricovero, ma che fosse la paziente a dimostrare di essere stata sana al momento della trasfusione.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza del 24.09.2015

Il certificato del pronto soccorso costituisce una prova privilegiata

Il certificato medico rilasciato dal medico di un pubblico ospedale è atto pubblico assistito da fede privilegiata e come tale fa piena prova sino a querela di falso, relativamente alla provenienza dal pubblico ufficiale che lo ha formato, alle dichiarazioni al medesimo rese, oltre agli altri fatti dal medesimo compiuti o che questi attesti essere avvenuti in sua presenza.

Corte di Cassazione - sentenza n. 18787/2015

Riconosciuto il rimborso delle spese sostenute per recarsi in un centro di riabilitazione all'estero

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 18610/2015

La responsabilità verso il paziente

Il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura (o ente ospedaliero) ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell'obbligazione al pagamento del corrispettivo, insorgono a carico della casa di cura (o dell'ente), accanto a quelli di tipo "latu sensu" alberghieri, obblighi di messa a disposizioni del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell'apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell'ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell'art. 1218 c.c., all'inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche "di fiducia" dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 18307/2015

In ogni caso di insuccesso incombe al medico dare la prova della particolare difficoltà della prestazione

Nella responsabilità civile derivante da attività medico-chirurgica, in base alla regola di cui all’art. 1218 c.c. il paziente-creditore ha il mero onere di provare il contratto e allegare il relativo inadempimento o inesatto adempimento, non essendo invece tenuto a provare la colpa del medico e/o della struttura sanitaria, e la relativa gravità.
Si è al riguardo ulteriormente precisato che la distinzione tra prestazione di facile esecuzione e prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà non può valere come criterio di distribuzione dell’onere della prova, bensì solamente ai fini della valutazione del grado di diligenza e del corrispondente grado di colpa riferibile al sanitario.
All’art. 2236 c.c., non va pertanto assegnata rilevanza alcuna ai fini della ripartizione dell’onere probatorio, incombendo in ogni caso al medico dare la prova della particolare difficoltà della prestazione, giacché la norma in questione implica solamente una valutazione della colpa del professionista in relazione alle circostanze del caso concreto.

Corte di Cassazione - Sez. unite Civile - sentenza n. 17589/2015

Al lavoro fino a 70 anni solo con l’accordo dell’azienda

La legge Fornero di riforma delle pensioni non attribuisce al lavoratore il diritto di rimanere al lavoro fino a 70 anni, dopo aver raggiunto i requisiti per la pensione di vecchiaia. Semplicemente, l’art. 24, comma 4 del d.l. 201/2011 prevede la possibilità di valorizzare i periodi di lavoro svolto dopo la maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia, utilizzando i coefficienti di trasformazione anche per i contributi accumulati in “aggiunta”. La permanenza al lavoro non costituisce un «diritto potestativo» del lavoratore, ma può solo essere frutto di un accordo tra le parti, tra il dipendente e l’azienda. Questa interpretazione è contenuta nella sentenza 17589/2015 delle Sezioni unite della Corte di cassazione.
La prosecuzione dell’attività lavorativa fino a 70 anni è prevista nella parte del provvedimento riferita al sistema pubblico. La Sezioni unite spiegano la natura dell’incentivo a proseguire l’attività lavorativa, «fermi restando i limiti ordinamentali dei rispettivi settori di appartenenza». Incentivo che consiste nella valorizzazione, attraverso i coefficienti di trasformazione, dei contributi per il lavoro oltre l’età della vecchiaia, fino a 70 anni.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 17292/2015

Un esito mortale imprevedibile e invitabile

L’esito mortale era stato imprevedibile e inevitabile perché se anche ulteriori esami avessero dimostrato l’attualità della malattia trombo-embolica, i medici non avrebbero potuto né scongiurarla né risolverla.
A seguito di un infortunio sportivo, il paziente era stato ricoverato in ospedale dove venne sottoposto a intervento chirurgico per frattura della tibia sinistra; ma qualche giorno dopo l’operazione morì a seguito di un arresto cardiocircolatorio causato una malattia tromboembolica.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 16933/2015

Responsabilità da tardiva diagnosi di carcinoma all'utero

In tema di danno alla persona conseguente a responsabilità medica, si è precisato nella giurisprudenza di legittimità che l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in relazione al quale sia manifesti la possibilità di effettuare solo un intervento c.d. palliativo, determinando un ritardo della relativa esecuzione cagiona al paziente un danno già in ragione della circostanza che nelle more egli non ha potuto fruirne, dovendo conseguentemente sopportare tutte le conseguenze di quel processo morboso, e in particolare il dolore che la tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto alleviargli, sia pure senza la risoluzione del processo morboso.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenz an. 15860/2016

La transazione tra medico e paziente chiude la causa anche con la struttura

In tema di responsabilità per danni da attività medico-chirurgica espletata presso una struttura ospedaliera, quando la domanda risarcitoria attinge solo l'operato del medico e non anche i profili strutturali e organizzativi della struttura sanitaria, la transazione tra medico e danneggiato, con conseguente declaratoria di cessata materia del contendere, impedisce la prosecuzione dell'azione nei confronti della struttura sanitaria, perché questa è convenuta in giudizio solo in ragione del rapporto di lavoro subordinato col professionista, e dunque per fatto altrui, sicché la transazione raggiunta tra il medico e il danneggiato, escludendo la possibilità di accertare e dichiarare la colpa del primo, fa venir meno la responsabilità della struttura, senza che sia neppure possibile invocare l'art. 1304 c.c..

Corte di Cassazione - Sez. Unite Civili - sentenza n. 15205/2015

Stanziamenti per spesa sanitaria devono obbedire al criterio di proporzionalità

Vi è differenza sostanziale e netta tra il rapporto di lavoro, con i relativi obblighi a carico dei medici e a carico della struttura sanitaria nella quale operano e il rapporto riguardante la provvista finanziaria per affrontare la spesa sanitaria che sussiste invece tra Ospedale, Regione e Stato. Quest’ultimo rapporto è caratterizzato dalla discrezionalità propria delle scelte finanziarie pubbliche, a fronte delle quali non è configurabile un diritto soggettivo alla assegnazione di una somma determinata, ma soltanto un interesse legittimo a che la ripartizione degli stanziamenti sia effettuata con criteri di proporzionalità ai bisogni e di ragionevolezza.

Corte di Cassazione - I sezione Civile - sentenza n. 15138/2015

Per cambiare sesso all'anagrafe non serve l'intervento chirurgico

“Ogni manipolazione della persona umana è da considerarsi fuori dalla vocazione originaria dell’uomo: riteniamo che ogni ‘modellamento’ artificioso debba rispettare la “legge dei confini”.
Non è necessario l’intervento chirurgico di adeguamento degli organi sessuali per ottenere il cambio di sesso all’anagrafe. Lo ha affermato la Cassazione, nella sentenza n. 15138/2015, accogliendo il ricorso di Rete Lenford riguardante un trans che, dopo aver ottenuto l’autorizzazione all’intervento chirurgico aveva deciso di rinunciare all’operazione, ma chiedeva comunque il cambio di stato civile.
I giudici di merito, sia in primo che in secondo grado, avevano respinto la richiesta aderendo all’orientamento maggioritario secondo il quale la variazione degli atti anagrafici è subordinata all’esecuzione dell’operazione chirurgica sugli organi genitali.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 14630/2015

Imperizia, imprudenza o negligenza nell'esecuzione dell'atto operatorio?

Risulta corretto l’impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello nella parte in cui ha ritenuto, in consonanza con le risultanze degli accertamenti peritali, che, pur trovandosi la patologia lamentata dalla paziente in indiscutibile rapporto causale con l’intervento, era del tutto non configurabile, nella specie, qualsiasi condotta colposa dell’operatore, a carico del quale non erano emerse note di imperizia, imprudenza o negligenza, ed al quale non erano altresì ascrivibili errori tecnici nell’esecuzione dell’operazione, mentre la stessa scelta del trattamento era stata compiuta in conformità con le metodiche stabilite dalla prassi e dalla scienza medica dell’epoca.

Corte di Cassazione - sentenza n. 27686 del 6 luglio 2015

Quando l’incarico di “sostituzione” dà diritto alla retribuzione per mansioni superiori

La sostituzione nell'incarico dirigenziale, in caso di pensionamento del precedente titolare, ha una durata limitata nel tempo ed è finalizzata a consentire l'espletamento della procedura per la copertura del posto resosi vacante. Il periodo massimo per il quale essa può operare è pertanto di sei mesi, prorogabili a 12, nei quali spetta, a partire dal terzo mese, l'indennità prevista. La sostituzione, nell'ambito definito dalla disposizione, non configura esercizio di mansioni superiori, in quanto è considerata insita nelle funzioni normalmente attribuibili. A diversa conclusione deve giungersi qualora tale ambito venga superato ovvero quando si superino i tempi massimi previsti oppure la procedura venga espletata e il sostituto superi la selezione. In tal caso, infatti, si esorbita dalla previsione contrattuale secondo la quale l'assegnazione delle mansioni dirigenziali "in sostituzione" rientra nell'ambito delle mansioni normalmente esigibili, e si configura quindi esercizio di mansioni superiori, con il diritto alla corrispondente retribuzione.

Corte di Cassazione - Sez. unite Civili - sentenza n. 14185/2015

Asl e giudice competente: locazione di immobili da adibire alla propria attività istituzionale

La pubblica amministrazione che procede alla locazione di immobili da adibire alla propria attività istituzionale (nella specie, una ASL per il reperimento di locali da adibire a distretto sanitario territoriale) agisce secondo le regole del diritto privato, anche nel caso in cui facoltativamente indica una gara per individuare gli immobili stessi.
Ne consegue che ogni controversia attinente al contratto di locazione stipulato e/o alla fase precontrattuale concerne diritti soggettivi e, per questo, rientra nella giurisdizione del giudice ordinario.

Corte di Cassazione - VI sez. Civile - ordinanza n. 13804/2015

Indennità di turno, i criteri per l'erogazione

Si tratta di un compenso strettamente connesso alla penosità del lavoro prestato in turni ed agganciato alla effettiva prestazione del servizio, con la sola deroga delle assenze che sono causalmente collegate a tale organizzazione del lavoro e funzionali al recupero della maggior durata della prestazione lavorativa, rispetto all'orario normale contrattualmente convenuto di 36 ore, per effetto della necessità di copertura dei turni stessi.
Non è condivisibile la ricostruzione che qualifica come giornata di riposo compensativo quella del sabato non lavorato per effetto della diversa distribuzione dell'orario di lavoro su cinque invece che su sei giorni lavorativi. In tal modo infatti si snatura il senso dell'indennità riconosciuta dall'art. 44 del contratto che, come si è ricordato, è funzionale a ristorare solo la maggior gravosità del lavoro prestato per turni a copertura dell'intero arco delle 24 ore.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 13328/2015

Concetto medico di "complicanza" irrilevante per il diritto

Col lemma "complicanza", la medicina clinica e la medicina legale designano solitamente un evento dannoso, insorto nel corso dell'iter terapeutico, che pur essendo astrattamente prevedibile, non sarebbe evitabile. Tale concetto è inutile nel campo giuridico.
Quando si verifichi un peggioramento delle condizioni del paziente, delle due l'una:
- o tale peggioramento era prevedibile ed evitabile, ed in tal caso esso va ascritto a colpa del medico, a nulla rilevando che la statistica clinica lo annoveri in linea teorica tra le "complicanze";
- ovvero tale peggioramento non era prevedibile oppure non era evitabile: ed in tal caso esso integra gli estremi della "causa non imputabile" di cui all'art. 1218 c.c., a nulla rilevando che la statistica clinica non lo annoveri in linea teorica tra le "complicanze".

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 12921/2015

Il Ctu: quali i limiti della acquisizione di dati e documenti, in via autonoma?

L'acquisizione di dati e documenti da parte del consulente tecnico ha funzione di riscontro e verifica rispetto a quanto affermato e documentato dalle parti.
Non è invece consentito al consulente sostituirsi alla stessa parte, andando a ricercare aliunde i dati stessi che devono essere oggetto di riscontro da parte sua, che costituiscono materia di onere di allegazione e di prova (ovvero gli atti e i documenti che siano nella disponibilità della parte che agisce e dei quali essa deve avvalersi per fondare la sua pretesa) che non gli siano stati forniti, acquisendoli, dalla parte che non li aveva tempestivamente prodotti, nonostante l'opposizione della controparte, in quanto in questo modo verrebbe impropriamente a supplire al carente espletamento dell'onere probatorio, in violazione sia dell'art. 2697 cc. che del principio del contraddittorio.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 12722/2015

Risarcibilità delle conseguenze catastrofiche delle lesioni subite

In caso di morte della vittima a seguito di sinistro stradale, la brevità del periodo di sopravvivenza alle lesioni (nel caso, due ore), se esclude l'apprezzabilità ai fini risarcitori del deterioramento della qualità della vita in ragione del pregiudizio della salute, ostando alla configurabilità di un danno biologico risarcibile, non esclude viceversa che la medesima abbia potuto percepire le conseguenze catastrofiche delle lesioni subite e patire sofferenza, il diritto al cui risarcimento, sotto il profilo del danno morale, risulta pertanto già entrato a far parte del suo patrimonio al momento della morte, e può essere conseguentemente fatto valere 'iure hereditatis'.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 12717/2015

Risarcimento del danno per mancato consenso informato

Con specifico riferimento al danno per perdita del rapporto parentale, le tabelle milanesi prevedono - con riferimento ai vari possibili rapporti di parentela - una forbice che, nel caso di danno subito dal genitore per la morte di un figlio, oscillava (nell'edizione 2011 fra 154.350,00 e 308.700,00 Euro); per quanto emerge dai "criteri orientativi" che illustrano la tabella, tale forbice consente di tener conto di tutte le circostanze del caso concreto, ivi compresa la "qualità ed intensità della relazione affettiva che caratterizzava il rapporto parentale con la persona perduta".
Deve allora ritenersi che, anche a voler assimilare la situazione del feto nato morto al decesso di un figlio, non può tuttavia non considerarsi che per il figlio nato morto è ipotizzabile soltanto il venir meno di una relazione affettiva potenziale (che, cioè, avrebbe potuto instaurarsi, nella misura massima del rapporto genitore-figlio, ma che è mancata per effetto del decesso anteriore alla nascita), ma non anche di una relazione affettiva concreta sulla quale parametrare il risarcimento all'interno della forbice di riferimento.

Corte di Cassazione - III sezione civile - sentenza n. 12205/2015

Beneficio intervento non compensa la mancata scelta di un'alternativa

La circostanza che l'intervento medico non preceduto da acquisizione di consenso sia stato, in ipotesi, risolutivo della patologia che il paziente presenta non risulta idonea di per sé ad eliminare i danni conseguenza.
Il beneficio tratto dall'esecuzione dell'intervento in queste ipotesi non "compensa" la perdita della possibilità di eseguirne uno meno demolitorio e nemmeno uno che, se eseguito da altri, avrebbe provocato meno sofferenza. Qualora l'intervento eseguito si riveli l'unico possibile e, quindi, che, se fosse stato eseguito altrove o successivamente, esso avrebbe dovuto avere identica consistenza ed identici effetti, la verificazione del beneficio derivante dalla sua esecuzione in ogni caso non potrebbe in alcun modo compensare almeno la "perdita" della possibilità di scegliere di non sottoporsi all'intervento. Possibilità che è preservata dal diritto al consenso informato.

Corte di Cassazione - Sez. Tributaria - sentenza n. 12287/2015

È soggetto a Irap il professionista che, per prestazioni afferenti l’esercizio della propria attività, eroghi elevati compensi a terzi

La Cassazione, nell’accogliere il ricorso del Fisco, ha innanzitutto richiamato l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità secondo il quale il requisito dell'autonoma organizzazione ricorre quando il contribuente: i) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l'id quo plerumque accidit, il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività in assenza di organizzazione oppure ii) si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui. Con particolare riferimento a quest’ultimo requisito, la giurisprudenza ha altresì chiarito che è soggetto a Irap il professionista che, per prestazioni afferenti l'esercizio della propria attività, eroga elevati compensi a terzi, a nulla rilevando il mancato impiego da parte del contribuente di personale dipendente.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 12218/2015

Le conseguenze di una difettosa tenuta della cartella clinica

L'incompletezza della cartella clinica è circostanza di fatto che il giudice di merito può utilizzare per ritenere dimostrata l'esistenza d'un valido nesso causale tra l'operato del medico e il danno patito dal paziente. Non in modo automatico, però: affinché quella incompletezza rilevi ai fini del decidere, è necessario che:
a) l'esistenza del nesso di causa tra condotta del medico e danno del paziente non possa essere accertata proprio a causa della incompletezza della cartella;
b) il medico abbia comunque posto in essere una condotta astrattamente idonea a causare il danno.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 10263/2015

Il danno non patrimoniale: vocazione nazionale delle Tabelle di Milano

Le Tabelle di Milano sono andate nel tempo assumendo e palesando una "vocazione nazionale", in quanto recanti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell'equità valutativa, e ad evitare (o quantomeno ridurre) - al di là delle diversità delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali - ingiustificate disparità di trattamento che finiscano per profilarsi in termini di violazione dell'art. 3 Cost., comma 2.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 9331/2015

Quando il danno è procurato da atto necessario senza consenso

In presenza di un atto terapeutico necessario e correttamente eseguito, dal quale siano tuttavia derivate conseguenze dannose per la salute, se non vi è stata adeguata informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, il medico può essere chiamato a risarcire il danno alla salute solo se il paziente dimostri che, ove compiutamente informato, egli avrebbe verosimilmente rifiutato l'intervento, non potendo altrimenti ricondursi all'inadempimento dell'obbligo di informazione alcuna rilevanza causale sul danno alla salute. È questo il principio di diritto contenuto nella sentenza della terza sezione della Cassazione civile n. 9331/2015.

Corte di Cassazione - III sezione civile - sentenza n. 8989/2015

L'onere della prova nella responsabilità medica

In materia di attività medico-chirurgica, allorché risulti accertata una condotta negligente che depone per la responsabilità del medico operante e, conseguentemente, della struttura sanitaria, spetta all'uno e all'altra, in applicazione del principio della "vicinanza della prova" (o di "riferibilità), provare che il risultato "anomalo" o "anormale", rispetto al convenuto esito dell'intervento, sia dipeso da un evento imprevedibile, non superabile con l'adeguata diligenza.

Corte di Cassazione - II sezione Civile - ordinanza n. 6178/2015

Tutte sospese d'ufficio e rinviate a nuovo ruolo le decisioni che pendono davanti alla Cassazione relative ai procedimenti disciplinari per medici ed odontoiatri

Con ordinanza interlocutoria n. 6178 del 26 marzo 2015 la Cassazione ha deciso di sospendere l'emanazione della sentenza relativa ad un direttore sanitario di struttura odontoiatrica, rinviandola a data da destinarsi. In realtà tutti i giudizi pendenti davanti alla Cassazione relativi a sanzioni comminate dalla CCEPS sono già stati sospesi o verranno sospesi nei prossimi mesi.
La decisione è la conseguenza dell'incardinarsi davanti alla Corte Costituzionale di un giudizio di costituzionalità relativo proprio alla corretta composizione della Commissione Centrale Esercenti le Professioni Sanitarie. Il dubbio è sorto in relazione ai meccanismi di selezione dei componenti della CEPPS, specie per le nomine dei funzionari del Ministero della Salute.
In attesa dunque che la Corte Costituzionale si pronunci, la Cassazione ha deciso di sospendere tutti i giudizi in corso perché ove la questione di costituzionalità fosse accolta la questione le decisioni della CCEPS verrebbero comunque meno, in quanto emesse da un organo privo in radice dei requisiti di terzietà e imparzialità e, come tale, privo di potere decisionale.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 7682/2015

Taglio cesareo eseguibile anche da un solo medico, coadiuvato da uno strumentista

Ove l'arrivo del primario ritardi, l'aiuto deve senz'altro procedere oltre e non già rinviare l'intervento urgente, in attesa del medesimo, il quale può risultare attardato da una qualsivoglia evenienza (es., dal traffico intenso, da un infortunio, ecc.) che gli impedisca di giungere con la necessaria tempestività presso la struttura sanitaria.
Ne consegue che, informato il primario, era dovere dell' aiuto far predisporre la sala chirurgica, far preparare la paziente e atteso il ritardo maturato dal predetto nonché stante l'urgenza, avrebbe dovuto procedere senza indugio ad operare, assumendosene tutte le responsabilità.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 7354/2015

Nesso causale tra condotta omissiva del medico ed evento dannoso

Una volta accertati gli inadempimenti del medico ed accertato che l'evento verificatosi rientra fra i probabili effetti di quegli inadempimenti, il nesso causale fra la condotta omissiva e l'evento dannoso deve ritenersi esistente in tutti i casi in cui possa affermarsi, in base alle circostanze del caso concreto, che la condotta alternativa corretta avrebbe impedito il verificarsi dell'evento sulla base di un ragionevole criterio probabilistico. Il cd. "standard" di "certezza probabilistica deve applicarsi anche quando vi sia un problema di scelta di una delle ipotesi, tra loro incompatibili o contraddittorie, sul fatto, con la conseguenza di dover porre a base della decisione civile la soluzione derivante dal criterio di probabilità prevalente, sulla base degli elementi di prova complessivamente disponibili.

Corte di Cassazione - VI sezione Civile - ordinanza n. 6793/2015

Non tassabili i rimborsi per le trasferte dei medici

Non è prevista alcuna trattenuta nel rimborso spese del medico specialista per lo svolgimento dell’incarico presso gli ambulatori esterni al comune di residenza. È quanto ha stabilito l’ordinanza n. 6793/2015 della Cassazione, escludendo la tassabilità del risarcimento per i costi di viaggio ai fini IRPEF. Secondo i giudici della Suprema Corte, il rimborso per le spese di viaggio sostenute dal medico specialista ambulatoriale per lo svolgimento del proprio incarico presso ambulatori esterni al comune di residenza ha “natura risarcitoria”, e “non retributiva”.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 6438/2015

Esclusa l'ipotesi di una "responsabilità oggettiva" del primario

Un paziente agiva in giudizio contro l’Azienda Sanitaria e il primario proponendo domanda di risarcimento del danno per lesioni gravissime concluse con l’amputazione della gamba sinistra, per complicanze successive ad intervento di riduzione ed osteosintesi di frattura del femore.
Il tribunale rigettava la domanda, mentre la Corte d’Appello ribaltava il giudizio condannando in solido l’Azienda e il primario.
All’esito del ricorso dinanzi alla Suprema Corte, in accoglimento della tesi difensiva del primario che nel periodo in questione si trovava in ferie, si è chiarito che la colpa eventuale del sanitario che ha in carico la paziente non può estendersi al primario, per la ragione che egli è estraneo al fatto lesivo e non è parte sostanziale e neppure è imputabile per un omesso intervento che, se posto in essere, avrebbe modificato il decorso causale degli eventi.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 6243/2015

Se il medico convenzionato compie errori è responsabile anche la Asl

“L'ASL è responsabile civilmente del fatto illecito che il medico, con essa convenzionato per l'assistenza medico-generica, abbia commesso in esecuzione della prestazione curativa, ove resa nei limiti in cui la stessa è assicurata e garantita dal S.S.N. in base ai livelli stabiliti secondo la legge”. È questo il principio base sancito dalla Cassazione in una sentenza che ha condannato un’azienda sanitaria piemontese come responsabile del danno e a risarcire le vittime.
Il caso risale al 1997 e riguarda la causa presentata da due coniugi contro il medico di base e la Asl. Il medico, condannato in secondo grado e che non ha fatto ricorso in Cassazione, a fronte di una chiamata della moglie del paziente che presentava sintomi di ischemia cerebrale sarebbe intervenuto il giorno dopo e avrebbe prescritto cure inadeguate”. Tutti elementi che avevano portato alla paralisi della parte sinistra del paziente che fino alla morte ha avuto necessità di cure e assistenza continue.
In secondo grado era stato condannato il medico di base, ma la Cassazione ha sancito che oltre a lui è responsabile anche la Asl e dovrà anch’essa risarcire il danno.

Corte di Cassazione - VI sezione Civile - sentenza n. 6330/2015

Irap e medicina di gruppo. Dubbi interpretativi al vaglio delle Sezioni Unite

La Corte di Cassazione aveva recentemente escluso la ricorrenza del presupposto impositivo dell'autonoma organizzazione in capo ad un medico di medicina generale convenzionato con il servizio sanitario nazionale che si avvale, in comune con altri professionisti, di "sedi attrezzature e personale amministrativo"; e ciò in coerenza con un orientamento consolidato, in base al quale: la disponibilità, da parte dei medici di base, di strumenti di diagnosi, per quanto complessi e costosi, non è idonea a configurare la sussistenza dei presupposti impositivi, poiché detti strumenti, quali che siano il loro valore o le loro caratteristiche, rientrano nelle attrezzature usuali, o che dovrebbero essere usuali, per i precisati professionisti, in quanto agli stessi si chiede di svolgere una funzione di "primo impatto" a difesa della salute pubblica.
Tuttavia la problematica è stata sottoposta al Primo Presidente per valutare l'opportunità di voler investire le sezioni unite della questione volta a verificare anzitutto la rilevanza, ai fini dell'Irap, dello svolgimento in forma associata di un'attività libero-professionale e, poi, a scrutinare se ed in quale misura incidano le peculiarità insite nello svolgimento dell'attività medica in regime convenzionato col servizio sanitario nazionale in generale ed in quello di medicina di gruppo in particolare.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 5590/2015 

La prova grava su medici e Asl

Il paziente deve limitarsi a provare il rapporto con il medico o con la struttura sanitaria e che l'aggravamento o l'insorgenza di una patologia si trovi in rapporto di causalità con l'intervento stesso. Spetta invece al medico o alla struttura sanitaria la dimostrazione che non vi sia stata negligenza o imperizia del sanitario.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 5197/2015

Assicurazione di malattia: attenzione all'invalidità permanente

L'espressione "invalidità permanente" designa uno stato menomativo divenuto stabile ed irremissibile, consolidatosi all'esito di un periodo di malattia: pertanto, prima della cessazione di questa, non può esistere alcuna "invalidità permanente". Ne consegue che, ove in un contratto di assicurazione contro i rischi di malattia, sia previsto il pagamento di un indennizzo nel caso di invalidità permanente, lo stesso non è dovuto nel caso in cui la malattia patita dall'assicurato abbia esito mortale, senza mai pervenire a guarigione clinica.
Il contratto è un testo giuridico, le espressioni in esso contenute, se potenzialmente ambivalenti, vanno interpretate secondo il senso che è loro proprio nel contesto giuridico, non certo secondo il buon senso od il linguaggio comune e il lemma "invalidità" è un concetto tecnico frutto di una elaborazione ormai quasi secolare in ambito medico legale.

Corte di Cassazione - V sezione Civile - ordinanza n. 5040/2015

Irap: un contrasto giurisprudenziale da risolvere?

L’orientamento più recente in tema di IRAP esclude che la presenza di un dipendente costituisca di per sé sola elemento decisivo ed insuperabile per determinare la sussistenza del presupposto della "autonoma organizzazione".
L'automatica sottopozione ad IRAP del lavoratore autonomo che disponga di un dipendente, qualsiasi sia la natura del rapporto e qualsiasi siano le mansioni esercitate vanificherebbe l'affermazione di principio desunta dalla lettera della legge e dal testo costituzionale secondo cui il giudice deve accertare in concreto se la struttura organizzativa costituisca un elemento potenziatore ed aggiuntivo ai fini della produzione del reddito, tale da escludere che l'IRAP divenga una (probabilmente incostituzionale) tassa sui redditi di lavoro autonomo.
Vi è tuttavia in materia anche altro orientamento in aperto contrasto con quello più recente.
La questione è stata rimessa al primo presidente affinché sia valutata l'opportunità di assegnare il ricorso alle Sezioni unite.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - ordinanza n. 3569/2015

Danno da nascita indesiderata al vaglio delle sezioni unite

La terza sezione della Corte di Cassazione ha rimesso al primo presiedente la valutazione di una eventuale pronuncia delle Sezioni Unite in ordine a talune questioni relative al cosiddetto danno da nascita indesiderata ricorrente quando, a causa del mancato rilievo dell'esistenza di malformazioni congenite del feto, la gestante perda la possibilità di interrompere la gravidanza.  In particolare l’attenzione si è incentrata su due questioni - quella relativa all'onere probatorio e quella concernente la legittimazione del nato alla richiesta risarcitoria.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 3390/2015

L'accertamento del nesso causale

In materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l'accertamento del nesso causale - da compiersi secondo il criterio della "preponderanza dell'evidenza" (altrimenti definito anche del "più probabile che non") - implica una valutazione della idoneità della condotta del sanitario a cagionare il danno lamentato dal paziente che deve essere correlata alle condizioni del medesimo, nella loro irripetibile singolarità.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 2854/2015

Risarcimento del danno per mancato consenso informato

L’obbligo del consenso informato costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario senza il quale l’intervento del medico è – al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità - sicuramente illecito, anche quando è nell’interesse del paziente. Ai sensi dell’art. 32, 2 co., cost. (in base al quale nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge), dell’art. 13 cost. (che garantisce l’inviolabilità della libertà personale con riferimento anche alla libertà di salvaguardia della propria salute e della propria integrità fisica) e dell’art. 33 l. 833/1978 (che esclude la possibilità d’accertamenti e di trattamenti sanitari contro la volontà del paziente, se questo è in grado di prestarlo e non ricorrono i presupposti dello stato di necessità ex art. 54 c.p.), esso è a carico del sanitario, il quale, una volta richiesto dal paziente dell’esecuzione di un determinato trattamento, decide in piena autonomia secondo la lex artis di accogliere la richiesta e di darvi corso.

Corte di Cassazione - VI sezione Civile - sentenza n. 1662/2015

Sulla assoggettabilità ad IRAP dei medici in associazione

L'Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per la cassazione di una sentenza che aveva escluso dall’applicazione IRAP il contribuente parte di un'associazione professionale, nonostante tale associa-zione mettesse a disposizione degli associati immobili attrezzature e personale (dipendente e non) con vantaggio rispetto all'esercizio dell'attività individuale.
La fattispecie, come ricostruita dal giudice di merito, non integra una ipotesi di esercizio in forma asso-ciata di un'arte o di una professione, bensì una forma di mera condivisione di servizi (e delle relative spese) tra soggetti, ognuno dei quali svolge autonomamente la propria attività, trattenendone interamente il relativo reddito e senza alcuna partecipazione al reddito derivante dall'attività degli altri.

Cassazione Civile - VI sezione Civile - sentenza n. 1544/2015

Per Suprema Corte Irap non è "tassa sui redditi di lavoro autonomo"

L'automatica sottopozione ad IRAP del lavoratore autonomo che disponga di un dipendente, qualsiasi sia la natura del rapporto e qualsiasi siano le mansioni esercitate, vanificherebbe l'affermazione di principio desunta dalla lettera della legge e dal testo costituzionale secondo cui il giudice deve accertare in concreto se la struttura organizzativa costituisca un elemento potenziatore ed aggiuntivo ai fini della produzione del reddito, tale da escludere che l'IRAP divenga una (probabilmente incostituzionale) «tassa sui redditi di lavoro autonomo».

Corte di Cassazione - II sezione Civile - ordinanza n. 596/2015

Il "giudice" dei medici alla Consulta

Spetterà alla Corte costituzionale decidere se il procedimento dinanzi alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, chiamata a pronunciarsi in appello sull'iscrizione dei medici nonché sull'irrogazione di sanzioni disciplinari, è compatibile con il principio costituzionale dell'equo processo e con la terzietà dell'organo giurisdizionale. In particolare, la Consulta dovrà pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell'articolo 17 del d.lgs. n. 233/1946 in relazione agli artt. 108, comma 2, 111 e con l'articolo 117 della Costituzione, con riferimento alla norma interposta ossia l'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che assicura l'equo processo e la terzietà del giudice. Una decisione che potrebbe avere effetti a cascata su altri organi di giurisdizione speciale competenti per i ricorsi contro i provvedimenti degli ordini professionali. A nutrire dubbi sul punto è stata la Corte di cassazione, seconda sezione civile, che, con ordinanza interlocutoria n. 596/15 del 15 gennaio e ribaltando il precedente orientamento, ha chiesto alla Consulta di pronunciarsi sulla legittimità costituzionale della composizione della Commissione per gli esercenti le professioni sanitarie.

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 280/2015

Responsabilita': concomitanza di condotta del sanitario e fattore naturale

In tema di responsabilità civile, qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia, possa apparire riconducibile alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa situazione del danneggiato, il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale l'efficienza della condotta rispetto all'evento, in applicazione della regola di cui all'articolo 41 del codice penale, così da ascrivere il fatto dannoso interamente all'autore della stessa, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa incidenza delle varie concause sul piano della causalità giuridica.  

Corte di Cassazione - III sezione Civile - sentenza n. 278/2015

Responsabilità per mancato esame istologico del nevo asportato

L’imprudenza e negligenza del medico che aveva mancato di eseguire un esame istologico del tessuto con conseguente successivo accertamento della malattia sono alla base della responsabilità confermata dalla Corte di Cassazione con condanna del chirurgo al risarcimento del danno.La malattia, secondo i giudici, avrebbe avuto possibilità di essere curata e comunque di subire un rallentamento del processo degenerativo che tre anni dopo avrebbe condotto il paziente ad una invalidità dell'85 per cento. L’illecito omissivo consiste nella violazione dell'obbligo di garanzia che è intrinseco nella liceità dell'atto di intervento chirurgico, con conseguente obbligo di provare le ragioni del mancato approfondimento diagnostico.

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