Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 27855/2013
Responsabilita': paziente deve dedurre una inadempienza "vestita"

La Corte di Cassazione, nel decidere sull’impugnazione di una sentenza d’appello con la quale era stata rigettata la domanda di risarcimento del danno per una presunta ipotesi di responsabilita’ medica, ha evidenziato un importante principio in materia. Nelle cause di responsabilita’ professionale medica, il paziente non può limitarsi ad allegare un inadempimento, quale che esso sia, ma deve dedurre l'esistenza di una inadempienza, per cosi’ dire, vestita, astrattamente efficiente, cioe’, alla produzione del danno, di talche’, solo quando lo sforzo probatorio dell'attore consenta di ritenere dimostrato il contratto (o contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia, con l'allegazione di qualificate inadempienze in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, scattera’ l'onere del convenuto di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia puo’ essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non ha avuto alcuna incidenza eziologica nella produzione del danno.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 27751/2013
Violazione dell'obbligo del consenso informato

Nell'ipotesi di inosservanza dell'obbligo di informazione in ordine alle conseguenze del trattamento cui il paziente sia sottoposto viene a configurarsi a carico del sanitario (e di riflesso della struttura per cui egli agisce) una responsabilita' per violazione dell'obbligo del consenso informato, in sée'e per se', non assumendo alcuna influenza, ai fini della sussistenza dell'illecito, se il trattamento sia stato eseguito correttamente o meno. Ciò che rileva e' che il paziente, a causa del deficit di informazione non sia stato messo in condizione di assentire al trattamento sanitario con una volonta' consapevole delle sue implicazioni, consumandosi, nei suoi confronti, una lesione di quella dignità' che connota l'esistenza nei momenti cruciali della sofferenza, fisica e psichica.

Corte di Cassazione - Sesta sezione Civile - ordinanza n. 27032/2013
Irap: elevato reddito non indice di autonoma organizzazione

Un primario di cardiologia ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale che ha accolto l'appello dell'ufficio ribadendo la non spettanza del rimborso IRAP.La Corte ha rilevato che, pur essendo evidente la presenza di redditi professionali assai elevati, gli stessi non costituiscono di per se' sintomo sufficiente della esistenza di una "autonoma organizzazione”, in quanto ben puo' accadere che professionisti di chiara fama svolgano la loro attivita' utilizzando strutture da altri predisposte (ad esempio in cliniche private o con il regime dell'intramoenia).

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 26358/2013
Caduta dalla barella senza sbarre protettive: la responsabilita' dell'Azienda ha natura contrattuale

Una donna di 82 anni, esponeva di essere caduta a terra durante la notte in quanto collocata su una barella sprovvista di sbarre e richiedeva il risarcimento dei danni subiti. La paziente era stata accettata presso il Pronto soccorso di una azienda ospedaliera dove veniva trattenuta per accertamenti. I giudizi di primo e secondo grado si concludevano con il rigetto della domanda risarcitoria per il mancato assolvimento dell’onere probatorio. La Suprema corte ha ribadito che la responsabilita' sia del medico che dell'ente ospedaliero per inesatto adempimento della prestazione ha natura contrattuale, con la conseguenza che trovano applicazione il regime proprio di questo tipo di responsabilita' quanto alla ripartizione dell'onere della prova. Ed invero, se compete al danneggiato fornire la prova del contratto (o del "contatto") e della insorgenza della situazione patologica e del relativo nesso di causalità con l'azione o l'omissione dei sanitari, resta a carico dell'obbligato - sia esso il sanitario o la struttura - la prova che la prestazione sia stata eseguita in modo diligente e che l'evento dannoso sia stato determinato da un evento imprevisto e imprevedibile.Gli oneri probatori non mutano anche per il caso in cui si verifichi la caduta dalla barella spettando alla struttura dimostrare la corretta esecuzione della prestazione.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 25907/2013
Mancanza attrezzature adeguate per un parto prematuro

I genitori di due gemelli hanno intrapreso un giudizio diretto ad ottenere il risarcimento per gli irreversibili danni neurologici derivati da ipossia cerebrale dei piccoli nati prematuri presso una struttura ospedaliera pubblica. La Corte d’appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha affermato la sussistenza di nesso causale tra la condotta del primario del reparto di Ostetricia del presidio ospedaliero e le inadempienze dell’Azienda con il gravissimo ed irreversibile danno neurologico subito dai neonati. Si e' evidenziato, in particolare, un difetto di informazione della gestante circa la carenza di attrezzature idonee a far fronte a parti prematuri, nonche' una negligenza nel non disporre il trasferimento presso altra struttura ospedaliera piu' adeguatamente attrezzata, nonostante la piena prevedibilita' delle gravi difficolta'.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 25764/2013
Reazione anomala ed imprevedibile del paziente all'intervento

Una paziente ha citato in giudizio la ASL ed il primario del reparto di Oftalmologia dell'Ospedale, chiedendo il risarcimento dei danni subiti per la perdita pressoche' totale del visus all'occhio sinistro a causa di un intervento chirurgico di laserterapia cui si era sottoposta nel reparto di oculistica in base ad una diagnosi di "distacco sieroso di retina". Secondo la difesa della ricorrente l'intervento di laserterapia e' facile e "routinario" per cui l'operatore deve rispondere del danno provocato anche solo per colpa lieve, inoltre il sanitario lo avrebbe eseguito in maniera errata, con grave negligenza ed imprudenza, sottoponendola ad una intensita' eccessiva, per un tempo notevole e su area molto estesa. Nel corso del giudizio di primo grado il CTU ha escluso la sussistenza di un errore terapeutico precisando che nel caso specifico il trattamento laser per essere efficace doveva essere eseguito con le modalita' adottate e che l’intervento e' stato effettuato nella zona interessata al distacco secondario di retina e nell'intensita' necessaria per ottenere la modificazione morfologica richiesta. Alla luce di tali conclusioni la Corte di Cassazione ha ritenuto che in presenza della correttezza della diagnosi e dell'intervento terapeutico, l'evento lesivo puo' essere ricondotto ad una reazione individuale della paziente del tutto anomala, non prevedibile e dunque non attribuibile ad un comportamento colposo ed all'azione posta in essere dai sanitari. Pertanto, non ha rilievo stabilire il grado di difficolta' tecnica dell'operazione ed il conseguente grado di perizia professionale richiesto per eseguirla.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 24801/2013
Danno provocato da piu' soggetti: chi e' responsabile?

Durante un intervento di facoemulsificazione della cataratta il medico ha provocato la caduta del cristallino nel vitreo e la totale perdita di visus all'occhio, con la conseguente cecità totale della paziente, essendo la stessa gia' priva della vista dall'altro occhio.Al fine di proseguire le cure la donna e' stata ricoverata presso l’Ospedale Oftalmico della ASL, ma qui non ha ricevuto la necessaria terapia chirurgica della complicanza, tanto che la sua situazione e' peggiorata ulteriormente.La Cassazione ha chiarito che quando un medesimo danno e' provocato da più soggetti, per inadempimenti di contratti diversi, intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi ed il danneggiato, tutti debbono essere considerati corresponsabili in solido; cio' in quanto, sia in tema di responsabilita' contrattuale che extracontrattuale, se un unico evento dannoso e' imputabile a piu' persone, al fine di ritenere la responsabilita' di tutte nell'obbligo risarcitorio, e' sufficiente (in base ai principi che regolano il nesso di causalita' ed il concorso di cause) che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrlo.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 24109/2013
Intervento di sterilizzazione non riuscito: si' alla responsabilita' medica

Una donna, che aveva portato a termine in precedenza due gravidanze entrambe con taglio cesareo, in occasione di nuovo parto cesareo, si era sottoposta ad un intervento di sterilizzazione. I sanitari avevano rassicurato la donna circa l’irreversibilita' dell’intervento e pertanto la stessa non aveva piu' adottato alcuna misura anticoncezionale. Nonostante l’intervento, la donna rimaneva nuovamente incinta e partoriva due gemelli. La donna e il suo coniuge erano, quindi, venuti a trovarsi con cinque figli a carico, in una situazione di grave disagio economico, anche a causa della sopravvenuta necessita', per la stessa, di lasciare il lavoro.Risultati soccombenti sia in primo che in secondo grado, i due coniugi proponevano ricorso in Cassazione affidato a due profili di censura, fondati sul comune presupposto dell'inesatto adempimento da parte dei sanitari dell'obbligazione assunta, ovvero, da un lato, aver mal eseguito l’intervento di sterilizzazione, dall’altro, avere omesso di informare sul rischio di insuccesso dell’intervento con conseguente recupero della fertilita'.Ad avviso della Suprema Corte, entrambi i profili di censura meritano accoglimento. Nel caso di specie, infatti, l'inadempimento (o l'inesatto adempimento) consiste nell'aver tenuto, in relazione alla peculiarita' dell’intervento convenuto, un comportamento non conforme alla diligenza richiesta, con riguardo sia alla corretta esecuzione della prestazione sanitaria sia a quei doveri di informazione e di avviso “prodromici e integrativi dell'obbligo primario della prestazione”.Sostiene, infatti, la Cassazione che, nella fattispecie, il dovere di informazione e' stato assolto in maniera non solo inesatta ma, anche e soprattutto, fuorviante, cosi' da incidere in maniera determinante sul valido e corretto processo formativo della volonta' dei due coniugi in relazione alla scelta del momento - e del contesto operatorio - in cui eseguire l’intervento.In particolare, l'obbligo di informativo non doveva esaurirsi in generiche informazioni sull'operazione e sul carattere irreversibile e permanente della sterilizzazione, ma doveva investire, altresi', i profili di incertezza che invece gravavano sulla definitivita' della sterilizzazione, “specialmente in considerazione del particolare contesto temporale in cui l'intervento veniva eseguito, rientrando nel comune patrimonio delle conoscenze di un ginecologo - ma non anche di una paziente - che la legatura delle tube, eseguita in occasione di un parto cesareo, essendo i tessuti edematosi, non assicura l'irreversibilita' della sterilizzazione e puo' risultare inadeguata ad impedire la discesa dell'ovulo quando i tessuti medesimi tornano in condizioni di normalita'”.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 24109/2013
Intervento di sterilizzazione non riuscito: si' alla responsabilita' medica

Una donna, che aveva portato a termine in precedenza due gravidanze entrambe con taglio cesareo, in occasione di nuovo parto cesareo, si era sottoposta ad un intervento di sterilizzazione. I sanitari avevano rassicurato la donna circa l’irreversibilita' dell’intervento e pertanto la stessa non aveva piu' adottato alcuna misura anticoncezionale. Nonostante l’intervento, la donna rimaneva nuovamente incinta e partoriva due gemelli. La donna e il suo coniuge erano, quindi, venuti a trovarsi con cinque figli a carico, in una situazione di grave disagio economico, anche a causa della sopravvenuta necessita', per la stessa, di lasciare il lavoro.Risultati soccombenti sia in primo che in secondo grado, i due coniugi proponevano ricorso in Cassazione affidato a due profili di censura, fondati sul comune presupposto dell'inesatto adempimento da parte dei sanitari dell'obbligazione assunta, ovvero, da un lato, aver mal eseguito l’intervento di sterilizzazione, dall’altro, avere omesso di informare sul rischio di insuccesso dell’intervento con conseguente recupero della fertilita'.Ad avviso della Suprema Corte, entrambi i profili di censura meritano accoglimento. Nel caso di specie, infatti, l'inadempimento (o l'inesatto adempimento) consiste nell'aver tenuto, in relazione alla peculiarita' dell’intervento convenuto, un comportamento non conforme alla diligenza richiesta, con riguardo sia alla corretta esecuzione della prestazione sanitaria sia a quei doveri di informazione e di avviso “prodromici e integrativi dell'obbligo primario della prestazione”.Sostiene, infatti, la Cassazione che, nella fattispecie, il dovere di informazione e' stato assolto in maniera non solo inesatta ma, anche e soprattutto, fuorviante, cosi' da incidere in maniera determinante sul valido e corretto processo formativo della volonta' dei due coniugi in relazione alla scelta del momento - e del contesto operatorio - in cui eseguire l’intervento.In particolare, l'obbligo di informativo non doveva esaurirsi in generiche informazioni sull'operazione e sul carattere irreversibile e permanente della sterilizzazione, ma doveva investire, altresi', i profili di incertezza che invece gravavano sulla definitivita' della sterilizzazione, “specialmente in considerazione del particolare contesto temporale in cui l'intervento veniva eseguito, rientrando nel comune patrimonio delle conoscenze di un ginecologo - ma non anche di una paziente - che la legatura delle tube, eseguita in occasione di un parto cesareo, essendo i tessuti edematosi, non assicura l'irreversibilita' della sterilizzazione e puo' risultare inadeguata ad impedire la discesa dell'ovulo quando i tessuti medesimi tornano in condizioni di normalita'”.

Corte di Cassazione - Quinta sezione Civile - sentenza n. 22020/2013
Il medico non paga l’Irap sul dipendente part-time: non aumenta la capacita' produttiva

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 22020 depositata il 25 settembre 2013, intervenendo in materia dei presupposti per l’applicazione dell’IRAP, ha statuito che il dipendente part-time non aumenta necessariamente la capacita' produttiva, per cui il professionista che si avvale dell’opera dello stesso non è tenuto a versare l’Irap. Pertanto la Corte meglio definisce il principio di diritto dell’”autonoma organizzazione” ai fini IRAP.La vicenda ha riguardato un professionista che aveva chiesto, vanamente, il rimborso dell’IRAP versata per mancanza dei requisiti previsti dalla normativa. Il contribuente rivoltosi alla Commissione Tributaria vedeva riconosciute le sue ragioni. L’Amministrazione Finanziaria avverso la decisione dei giudici di merito propone ricorso alla Suprema Corte per la cassazione della sentenza. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Corte di Cassazione - Quinta sezione Civile - sentenza n. 22020/2013
Il medico non paga l’Irap sul dipendente part-time: non aumenta la capacita' produttiva

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 22020 depositata il 25 settembre 2013, intervenendo in materia dei presupposti per l’applicazione dell’IRAP, ha statuito che il dipendente part-time non aumenta necessariamente la capacita' produttiva, per cui il professionista che si avvale dell’opera dello stesso non è tenuto a versare l’Irap. Pertanto la Corte meglio definisce il principio di diritto dell’”autonoma organizzazione” ai fini IRAP.La vicenda ha riguardato un professionista che aveva chiesto, vanamente, il rimborso dell’IRAP versata per mancanza dei requisiti previsti dalla normativa. Il contribuente rivoltosi alla Commissione Tributaria vedeva riconosciute le sue ragioni. L’Amministrazione Finanziaria avverso la decisione dei giudici di merito propone ricorso alla Suprema Corte per la cassazione della sentenza. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 20904/2013
Ripartizione dell’onere della prova in tema di responsabilita’ medica

In tema di responsabilita' civile nell'attivita' medico-chirurgica, ove sia dedotta una responsabilita' contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico per l'inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del contatto) e dell'aggravamento della situazione patologica (o dell'insorgenza di nuove patologie per effetto dell'intervento) e del relativo nesso di causalita' con l'azione o l'omissione dei sanitari, restando a carico dell'obbligato - sia esso il sanitario o la struttura - la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile.La Suprema Corte in una complessa vicenda giudiziale determinata dal decesso di un paziente per fascite necrotizzante, ha cassato con rinvio al giudice d’appello la sentenza che aveva escluso il risarcimento del danno per responsabilità medica.

Corte di Cassazione - Quinta sezione Civile - sentenza n. 20262/2013
Non possono essere attribuiti al professionista I redditi della società odontoiatrica

Se una società non può esercitare attività odontoiatrica e fattura illegittimamente, i dentisti che hanno curato i pazienti non possono essere chiamati a rispondere dei redditi societari «in modo fiscalmente autonomo». La Cassazione, con sentenza n. 20262/2013, ha accolto il ricorso di un medico che, dopo le contestazioni della Guardia di finanza a una Sas per lo svolgimento abusivo di attività odontoiatrica, si era visto addebitare le prestazioni fatturate dalla società nonostante avesse a sua volta emesso regolare fattura alla società. La Commissione tributaria provinciale gli aveva dato ragione, ma quella regionale aveva accolto l'appello proposto dall'agenzia delle Entrate. Di qui il ricorso del medico in Cassazione, che ora chiarisce come «il reddito invalidamente conseguito da una società per lo svolgimento di attività professionale "protetta" non può imputarsi, solo ed esclusivamente a causa della nullità del rapporto contrattuale e in mancanza di ulteriori e diversi elementi che tale imputazione legittimino, al professionista che ha svolto detta attività fatturata, in favore della società».

Corte di Cassazione - Quinta sezione Civile - sentenza n. 20262/2013
Non possono essere attribuiti al professionista I redditi della società odontoiatrica

Se una società non può esercitare attività odontoiatrica e fattura illegittimamente, i dentisti che hanno curato i pazienti non possono essere chiamati a rispondere dei redditi societari «in modo fiscalmente autonomo». La Cassazione, con sentenza n. 20262/2013, ha accolto il ricorso di un medico che, dopo le contestazioni della Guardia di finanza a una Sas per lo svolgimento abusivo di attività odontoiatrica, si era visto addebitare le prestazioni fatturate dalla società nonostante avesse a sua volta emesso regolare fattura alla società. La Commissione tributaria provinciale gli aveva dato ragione, ma quella regionale aveva accolto l'appello proposto dall'agenzia delle Entrate. Di qui il ricorso del medico in Cassazione, che ora chiarisce come «il reddito invalidamente conseguito da una società per lo svolgimento di attività professionale "protetta" non può imputarsi, solo ed esclusivamente a causa della nullità del rapporto contrattuale e in mancanza di ulteriori e diversi elementi che tale imputazione legittimino, al professionista che ha svolto detta attività fatturata, in favore della società».

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 19220/2013
Il medico deve parlare al malato. Non basta il modulo per il consenso informato

La firma che il paziente mette su un foglio prestampato in cui ci sono le notizie sul tipo di intervento che deve affrontare non soddisfa l’obbligo del consenso informato.La Cassazione, con la sentenza 19220, ricorda ai medici il dovere di un rapporto personale con il paziente in procinto di andare in sala operatoria, il quale ha il diritto di avere le informazioni sui rischi dell’operazione con un linguaggio che tenga conto anche del suo grado culturale. La Suprema corte ribalta così il verdetto dei giudici di merito che avevano considerato sufficienti le indicazioni contenute in un modulo già predisposto consegnato al malato per la firma da una segretaria nella «penombra di una sala d’aspetto».Secondo la corte d’Appello anche il fatto che il paziente fosse un avvocato portava a supporre che, prima di firmare il modulo, avesse vagliato tutte le conseguenze del suo gesto, «essendo pienamente edotto sull’importanza di tale sottoscrizione nell’economia del contratto di prestazione sanitaria». Ma così non era, tanto è vero che il legale, dopo un intervento con il laser agli occhi che aveva peggiorato la sua condizione, aveva iniziato una causa contro il chirurgo per responsabilità medica, vincendola però solo in Cassazione.I giudici della terza sezione giudicano del tutto insufficiente la firma del prestampato richiesta a ridosso dell’operazione e spiegano quali sono le caratteristiche che il consenso informato deve avere. Il consenso deve essere anzitutto personale e quindi prestato dal paziente, tranne ovviamente nei casi di incapacità di quest’ultimo; deve, poi, essere specifico ed esplicito, reale ed effettivo, non presunto. Quando possibile, inoltre, deve essere anche attuale. In questo contesto è irrilevante, al contrario di quanto affermato dal Tribunale e dalla Corte d’appello, la qualità del paziente. Quest’ultima incide, infatti, solo sulle modalità di informazione, che deve essere adeguata al livello culturale del malato.

Corte di Cassazione - Sesta sezione Civile - ordinanza n. 18742/2013
Cassazione a enti previdenziali: illegittimo toccare montanti iscritti

L'Enpam ha sempre rispettato il "pro-rata". Con la recente riforma, la parte di pensione maturata dagli iscritti fino a tutto il 2012 verra' calcolata con i vecchi criteri senza toccare quanto assegnato prima del 2013.». E' la risposta proveniente dalla Fondazione previdenziale di medici chirurghi e odontoiatri dopo l’ordinanza 18742/2013 della Cassazione che ha dichiarato illegittimo il ricalcolo delle pensioni degli iscritti operato nel 2002 con delibera da un'altra Cassa privatizzata, quella dei ragionieri. L'indirizzo della Suprema Corte, si e' osservato, potrebbe portare gravi danni patrimoniali alle casse private che, per tenere in equilibrio i bilanci futuri, decisero a inizio secolo riforme degli assegni pensionistici. L'Enpam non e' tra queste casse.Con la legge 335/1995 fu imposto il passaggio dal piu' conveniente calcolo retributivo della pensione, slegato dalla contribuzione conferita dal lavoratore negli anni, a quello contributivo legato unicamente a quest'ultima. La prima riforma, all'Inps, rispetto' la regola secondo cui i castelletti accumulati dai singoli ante-96 erano intoccabili e anzi diede margini temporali ampi per far rispettare il diritto al vecchio calcolo. Si creo' un calcolo misto, detto "pro rata": anni conteggiati con metodo retributivo ed altri con il contributivo. In alcune casse il risveglio fu piu' brusco. Nel 2002 di punto in bianco ragionieri che attendevano una pensione calibrata sui migliori 15 anni lavorati si sono visti ricalcolare l'assegno atteso al ribasso, sulla media di tutta la vita lavorativa, con un criterio che intaccava la pensione acquisita. In realta' per la Cassazione cio' si puo' fare solo dal 2006 con la legge 296, che introduce il cosiddetto "pro rata temperato": solo da allora e non dal '96 la salvaguardia dei calcoli fatti sulle pensioni maturate dai singoli ante-riforma Dini e' solo un parametro e non un vincolo.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 17573/2013
Nessuna responsabilita' per l'AO se il paziente liberamente si sottrae alle cure

Un paziente ha citato in giudizio l'Azienda Ospedaliera esponendo che durante un lancio con il paracadute era rimasto vittima di un infortunio alla gamba e che trasportato al pronto soccorso, riscontrata una frattura, gli era stata praticata una ingessatura e consigliato il ricovero che aveva rifiutato, lasciando l'ospedale.Dopo circa venti giorni, persistendo forti dolori, si era presentato presso un altro ospedale dove veniva sottoposto ad un nuovo esame radiografico e conseguente intervento chirurgico.Sosteneva l'attore che il ritardo nel trattamento chirurgico, imputabile al primo ospedale, aveva prolungato l'immobilizzazione in gesso di circa tre mesi, ritardando i processi riparativi per l'insorgenza di un quadro algodistrofico con conseguenti postumi permanenti.Emerge dall'impugnata sentenza che i medici della prima Azienda Ospedaliera, a seguito di un controllo radiografico, consigliarono il ricovero per proseguire il trattamento della lesione e che la soluzione prospettata non fu perseguita per esclusiva volonta' del paziente.La Corte precisa che in alcun caso il medico puo' imporre una cura; essa e' sempre consigliata ed il paziente, debitamente informato, e' sempre libero di seguirla. La volonta' di non proseguire le cure costituisce fatto interruttivo del nesso causale fra la condotta dei sanitari e le conseguenze pregiudizievoli ascrivibili al ritardato intervento chirurgico al quale il paziente si sottopose presso un'altra struttura ospedaliera, dopo aver lasciato trascorrere circa trenta giorni senza controlli sull'evoluzione della patologia.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 16104/2013
Risarcimento specializzandi, ricorso accolto su prescrizione

La terza sezione della Corte di Cassazione ha delineato le ragioni per cui non può essere seguito il nuovo orientamento formulato dalla Sezione Lavoro della stessa Cassazione in materia di prescrizione del diritto degli specializzandi. Il collegio, pur accogliendo il carattere decennale della prescrizione, contrariamente agli orientamenti maggiormente favorevoli ai medici, ha reputato che la decorrenza dovesse trovare inizio dal momento dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 257/91 e non nell’ottobre 1999.La Suprema Corte ha evidenziato come l’isolata sentenza n. 9071 del 2013 si presenti del tutto eccentrica rispetto ad un orientamento ormai univoco. E, d'altro canto, ignorando detto orientamento, che rappresenta il diritto vivente nella giurisprudenza della Corte, e basandosi sui due precedenti dai quali le pronunce successive si sono motivatamente discostate, neppure sussistono i presupposti per sollecitare un intervento delle Sezioni Unite diretto a dirimere l'ipotetico conflitto.La Cassazione ha accolto il ricorso e confermato l’orientamento in tema di prescrizione decennale decorrente dal 27 ottobre 1999.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 14530/2013
Mancanza nesso causalità tra atto medico ed evento mortale

L’assoluta mancanza di nesso di causalità tra il comportamento del medico e l’evento mortale risolve in radice il problema della correttezza o meno della prestazione sanitaria svolta. Nel caso specifico alla paziente fu consigliato dal medico del pronto soccorso il ricovero che però venne rifiutato con l'avallo della madre che l'accompagnava la quale sottoscrisse la relativa dichiarazione. Ogni ulteriore accertamento diagnostico, così come il trasferimento in autoambulanza presso altra struttura ospedaliera, non potevano essere svolti se non dopo il ricovero non sussistendo i presupposti per un trattamento coattivo. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi proposti.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 14040/2013
Errata diagnosi: va risarcita anche la moglie del paziente

Due coniugi hanno chiesto il risarcimento dei danni per responsabilità medica alla struttura sanitaria, alla ASL ed alla Regione a seguito di un intervento chirurgico subito dal marito.L'operazione, finalizzata all'asportazione di un neo dalla gamba, è stata molto demolitiva ed ha determinato una leggera zoppia; inoltre, uno dei medici, prima ancora di avere effettuato la biopsia, ha comunicato che si era in presenza di un melanoma per il quale sarebbero rimasti al paziente pochi mesi di vita. Il successivo esame istologico ha rivelato trattarsi di semplice cisti seborroica, ma già dopo la prima diagnosi il marito è caduto in uno stato di profonda depressione, che ha coinvolto anche la moglie.I giudici del Tribunale e poi quelli Corte d’Appello hanno accolto solo la richiesta di risarcimento danni del marito, nulla riconoscendo alla moglie. La Corte di Cassazione, al contrario, ha precisato che la situazione venutasi a creare nel caso di specie è obiettivamente idonea a configurare sofferenze di particolare gravità, non solo per il soggetto direttamente leso, ma anche per colei che da anni ne condivide la vita. Pertanto, il diniego di ogni rilievo a tali sofferenze, quale danno morale meritevole di un risarcimento, è una conclusione giuridicamente immotivata e contraddittoria. L’illecito, infatti, può esplicare a carico degli stretti congiunti una sua potenzialità lesiva autonoma, assumendo una valenza plurioffensiva tale da poter essere considerato come causa immediata e diretta non solo del danno subito dalla vittima, ma anche di quello subito dal congiunto.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 14056/2013
Caduta accidentale in ospedale: il personale non è responsabile

Un paziente ha citato in giudizio la ASL per ottenere il risarcimento dei danni subiti in seguito alla caduta accidentale riportata presso l'Ospedale ove era ricoverato per una patologia renale. Ha sostenuto che l’incidente si è verificato a causa della omissione di controllo e vigilanza del personale della struttura e per la mancata tempestiva diagnosi della frattura della gamba da parte dei medici dell' Ospedale stesso.I giudici della Suprema Corte hanno affermato la esclusione della colpa professionale ed ogni concorso di responsabilità degli operatori, in quanto l’accidentalità della caduta, come causa del danno riportato, si pone come fatto idoneo di per sé ad interrompere il collegamento causale tra cosa e danno. La colpa funge da limite all'oggettiva affermazione della responsabilità solo dopo aver accertato la relazione causale tra la condotta e l'evento, a nulla rilevando in questa ipotesi la mera omissione materiale del controllo da parte dei sanitari.

 

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 14024/2013
Il consenso informato ha estensione limitata

In primo e secondo grado è stata rigettata la domanda risarcitoria proposta da un paziente il quale ha sostenuto che nonostante avesse firmato il modulo di c.d. "consenso informato" riferito ad un intervento di "fistola sacrococcigea", era stato invece operato di "fistola perianale trans-sfinterica", riportando, come complicazione, un'incontinenza.Tali complicazioni, pur se normalmente previste a seguito dell'intervento subito, non lo erano, invece, per l'intervento cui il paziente aveva prestato il proprio consenso.Di diverso avviso è stata la Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso dell’uomo evidenziando una grave carenza nella motivazione della sentenza di appello nella parte in cui pur discostandosi dalle conclusioni raggiunte dal CTU, ha ritenuto "estendersi" ad un intervento diverso (e dalle diverse, possibili conseguenze) la manifestazione di consenso prestata dal paziente a quello invece previsto, opinando, del tutto immotivatamente (ed immotivatamente sostituendo il proprio convincimento alle considerazioni espresse su base scientifiche dal perito d'ufficio), che la diversa operazione - ed i ben diversi rischi ad essa sottesi - potessero ritenersi "ricompresi" nell'iniziale informazione.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 11951/2013
Ricorsi contro sanzioni: medico inesperto non giustificato

Un medico sanzionato dall’Ordine con la censura ha impugnato il provvedimento ricorrendo alla Com-missione Centrale (CCEPS) che ha dichiarato l’irricevibilità del ricorso in quanto lo stesso non risultava essere stato notificato ai soggetti previsti dalla norma. Il sanitario ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione osservando che l'Ordine dei Medici - nel comunicargli il provvedimento di censura - non gli avrebbe reso noto l'obbligo di notificare l’impugnazione all'Ordine dei medici, al Prefetto ed al pubblico ministero e neppure gli avrebbe comunicato il termine entro il quale le notificazioni dovevano essere eseguite.La pubblica autorità che irroghi sanzioni è tenuta a comunicare l'autorità a cui deve essere proposto il ricorso ed il termine in cui va proposto, ma non è tenuta a fornire ulteriori, dettagliate istruzioni su come farlo: soprattutto quando abbia espressamente richiamato le leggi che regolano la materia.La Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dal medico.

Corte di Cassazione - Quarta sezione Civile - sentenza n. 16260/2013
Trasporto traumatico in barella

Nel corso del trasferimento di una paziente da un reparto all’altro, l’incaricato non si era avveduto della presenza di una mattonella divelta nella pavimentazione e movimentando la barella ne aveva determinato il violento sbalzo e il ribaltamento per effetto dell’incastro delle ruote nel terreno sconnesso. La paziente era deceduta per il grave trauma cranico encefalico subito. I giudici di merito hanno individuato la colpa dell'imputato nel non aver prestato adeguata attenzione alla sconnessione del terreno pur essendo evidente il generale cattivo stato manutentivo dell'Ospedale e della zona in cui era avvenuto l'incidente. Il trasporto era avvenuto di sera e in condizioni di luce non ideali con ulteriore profilo di disattenzione dell’imputato il quale avrebbe dovuto accendere tutte le luci, come aveva fatto dopo l'incidente per verificare lo stato del pavimento. La Suprema Corte ha confermato la correttezza delle decisioni assunte nei precedenti gradi di giudizio sussistendo la grave colposa inosservanza dei doveri imposti durante le attività di trasferimento.

Corte di Cassazione - Seconda sezione Civile - sentenza n. 8527/2013
La mancanza del consenso informato non rende nullo il contratto tra il medico e il paziente

Il consenso informato non attiene alla validità del contratto d'opera professionale e, in particolare, alla diagnosi della situazione del paziente ed alla scelta della terapia, ma al trattamento sanitario necessario per l'attuazione della stessa. L'inosservanza dell'obbligo di ottenere il consenso, trova la sua sola sanzione in una responsabilità contrattuale del sanitario anche nel caso in cui, a prescindere da una sua colpa professionale, il trattamento da praticato abbia comportato un aggravamento delle condizioni di salute, il cui rischio il paziente non era stato messo in condizione di valutare. La Corte di Cassazione ha enunciato il principio a seguito di una azione giudiziaria intrapresa da un odontoiatra per ottenere il pagamento delle proprie competenze. La paziente ingiunta a sua difesa aveva opposto che la mancanza del consenso informato determinava in ogni caso la nullità del contratto con conseguente infondatezza della pretesa avanzata nei suoi confronti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dalla paziente.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 7269/2013
Danni fetali: onere probatorio e prova testimoniale

Una donna in stato di gravidanza si è rivolta ad un ginecologo per un controllo della gestazione. Alla successiva visita è stata eseguita una ecografia, che non ha evidenziato alcuna anomalia del feto. Al momento della nascita il bambino è risultato affetto da spina bifida, per cui si è intrapreso un giudizio nei confronti del medico per la mancata tempestiva diagnosi delle malformazioni fetali, che ha comportato la impossibilità di esercitare il diritto di chiedere l'interruzione della gravidanza. La Cassazione ha preliminarmente ribadito che spetta alla donna che domanda il risarcimento l'onere di provare i fatti costituitivi della sua richiesta, cioè che l'informazione omessa avrebbe provocato un processo patologico tale da determinare un grave pericolo per la sua salute e che, in tale ipotetica situazione, avrebbe effettivamente optato per l'interruzione della gravidanza; pertanto, il rischio della mancanza o dell'insufficienza del quadro probatorio acquisito andrà a suo carico. Però, hanno chiarito i giudici, a fronte di un onere probatorio oggettivamente difficoltoso - in quanto volto a dimostrare non ciò che si è nei fatti verificato, ma quel che si sarebbe presumibilmente verificato, ove il medico avesse adempiuto alla sua obbligazione - il rifiuto di generalizzazioni di tipo statistico deve comportare l'acquisizione, nel singolo processo, di ogni elemento probatorio che consenta di valutare la sussistenza o meno di convincimenti etici contrari ad un intervento abortivo, compresa la prova testimoniale ad oggetto circostanze successive all'epoca della gestazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso proposto cassando la sentenza con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 6093/2013
La malattia rara non giustifica il medico che sbaglia diagnosi

La responsabilità, sia del medico, sia dell'ente ospedaliero per inesatto adempimento della prestazione ha contenuto contrattuale ed è quella tipica del professionista. Ne deriva che trovano applicazione il regime proprio di questo tipo di responsabilità quanto alla ripartizione dell'onere della prova, i principi delle obbligazioni da contratto d'opera intellettuale professionale relativamente alla diligenza ed al grado della colpa, e la prescrizione ordinaria. Quanto all'onere della prova, in particolare, il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l'onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno. In relazione alla responsabilità del primario, il primario ospedaliero, che, ai sensi dell'art. 7 del d.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, ha la responsabilità dei malati della divisione (per i quali ha l'obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici, che gli aiuti e gli assistenti devono seguire), deve avere puntuale conoscenza delle situazioni cliniche che riguardano tutti i degenti, a prescindere dalle modalità di acquisizione di tale conoscenza (con visita diretta o interpello degli altri operatori sanitari), ed è, perciò obbligato ad assumere informazioni precise sulle iniziative intraprese dagli altri medici cui il paziente sia stato affidato, indipendentemente dalla responsabilità degli stessi.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 4792/2013
Certezza probabilistica e nesso causale nella Ctu medica

Una paziente, a seguito di un secondo intervento chirurgico di overlapping sfinterico, ha appreso che la grave tipologia di incontinenza di cui soffriva era riconducibile ad una precedente operazione di ulcera solitaria rettale ed ha citato in giudizio il medico che l'aveva operata e la Casa di Cura. Nei due primi due gradi di giudizio la richiesta di risarcimento danni è stata rigettata sul presupposto di non sussistenza del nesso causale tra i danni lamentati e l'intervento, in quanto il consulente tecnico aveva evidenziato altri fattori alternativi ai quali, con certezza probabilistica, era riconducibile il disturbo. La ricorrente ha impugnato la pronuncia d'appello sostenendo che l'accertamento effettuato in tali termini si era tradotto in una sostanziale incertezza da addebitarsi solo al medico che ha l'onere di provare il corretto adempimento della prestazione e non al danneggiato. La Cassazione ha chiarito che il giudice, avvalendosi dei contenuti della consulenza tecnica, deve pervenire alla riferibilità causale dell'evento all'ipotetico responsabile solo se esso sia “più probabile che non” per la presenza di fattori che con criteri di probabilità lo riconducano ad esso e per l'assenza di fattori che lo colleghino invece ad altra causa. Correttamente, pertanto, è stata applicata la regola del “più probabile che non", avendo considerato la presenza di elementi, evidenziati nella CTU, che, riconducendo con certezza probabilistica la patologia lamentata ad altre cause, escludevano con la stessa certezza il nesso causale fra la malattia e la condotta del medico. La Suprema Corte ha confermato le precedenti pronunce che hanno negato il risarcimento del danno.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 4029/2013
Medico curante: responsabilità non finisce con ricovero paziente

Un paziente aveva ottenuto la condanna del ginecologo al risarcimento dei danni per aver praticato una stimolazione ormonale in relazione ad alcuni problemi che non consentivano la gravidanza in una ventenne. Le cure si protraevano nel tempo: una prima gravidanza non era giunta a termine, successivamente la giovane era stata costretta a subire l'asportazione di entrambe le ovaie e un intervento di salpingectomia bilaterale per una cisti. La Corte d'Appello di Roma con sentenza del 2010 ha accolto l'appello del medico escludendo il nesso di causalità tra il precedente trattamento ormonale praticato e l'intervento effettuato presso una Casa di Cura che determinò l'asportazione di una ciste e delle ovaie. La Corte d'Appello ha ritenuto che l'evento dannoso dovesse essere esclusivamente ascritto ai chirurghi che avrebbero dovuto eseguire accurati esami e rinviare l'intervento. È apparso errato il ragionamento di scissione tra fatto dannoso, invalidante, eseguito in una casa di cura non attrezzata per una situazione di emergenza, e la condotta omissiva e negligente del medico curante, che consiglia il ricovero e non interviene per dare ai medici che operano in condizioni di urgenza le necessarie informazioni sulle cure, i farmaci assunti, la necessità di evitare interventi ablatori su un soggetto giovane ed integro e dunque in grado, se adeguatamente curato, di procreare. Il ginecologo di fiducia, che ha seguito nel tempo la giovane paziente prescrivendo cure a rischio di complicanze e senza mai dar conto della pericolosità delle cure sperimentate, non sembra aver dato prova di diligenza nella prestazione professionale.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 4030/2013
Sì alla risarcibilità dell’operazione sbagliata se il paziente ha assentito sulla base di informazioni non corrette

Sì al risarcimento dei danni conseguenti ad un intervento chirurgico effettuato a seguito di una errata diagnosi di cancro. È quanto ha riconosciuto la terza sezione civile, sentenza n. 4030/2013, esaminando il ricorso di una donna sottoposta ad un intervento di laparoisterectomia, dopo un'errata diagnosi di carcinoma. La donna aveva citato in giudizio l'azienda ospedaliera di Parma e due chirurghi, chiedendone la condanna al pagamento dei danni biologici patrimoniali e non patrimoniali, per operazioni che le avevano provocato un'invalidità permanente. I giudici del merito, il Tribunale di Parma prima e la Corte d'Appello di Bologna poi, avevano però rigettato le sue istanze, ma la Cassazione ha ora annullato con rinvio la sentenza di secondo grado. In particolare, gli ermellini hanno analizzato la questione del consenso informato, «diritto inviolabile della persona». Il caso in esame «si caratterizza da un contestuale errore di informazione e di assenso all'atto chirurgico, ma l'errore diagnostico non deriva da colpa lieve, ma da una gravissima negligenza, l'avere operato prima di avere la certezza di un tumore conclamato e diffuso tale da rendere improrogabile l'intervento. Mentre, si assume, che si trattava di intervento routinario. Non è dunque avvenuto un incontro di volontà efficace in relazione a un contenuto di informazione medica assolutamente carente e forviante». In una simile ipotesi, chiarisce ancora la Corte, “La specificazione dello error in iudicando riferito alla sequela dell'errore diagnostico e intervento chirurgico assentito sulla base di errata informazione delle condizioni di salute, non costituisce domanda nuova, ma è atto intrinseco alla deduzione di una domanda diretta ad accertare la responsabilità civile secondo le circostante note e allegate”. La Suprema Corte ricorda come la legge Balduzzi ha depenalizzato la responsabilità del medico per colpa lieve, ma ha ricordato anche che «la prova della colpa lieve non esime dalla responsabilità civile»: nel caso di specie, si legge ancora nella sentenza, «i medici e la struttura non hanno dato la prova esimente della complicanza non prevedibile o non prevenibile» dell'intervento, mentre la prova «incombe alla parte che assume l'obbligo di garanzia della salute».  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 3582/2013
La liquidazione del danno neonatale

La Gestione Liquidatoria di una USL ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello, che la ha condannata al pagamento dei danni subiti da un neonato in occasione della nascita, consistiti nella distocia della spalla causata della compressione del plesso brachiale. La ricorrente ha poi contestato la liquidazione del danno e la sua omessa motivazione da parte del giudice. La Corte di Cassazione ha ritenuto che, in caso di colpa medica neonatale, nella liquidazione equitativa del danno morale sia necessario riferirsi alla gravità del fatto, alle condizioni soggettive della persona, all'entità della sofferenza e del turbamento d'animo, mentre nel caso di liquidazione del danno patrimoniale del neonato, non è sufficiente il generico riferimento alle "chances" di futuro lavoro.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 2253/2013
Chirurgia senza consenso: è lesa la dignità della persona

Una paziente ha intrapreso azione giudiziaria nei confronti della struttura ospedaliera e del medico operatore chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni patiti. Espose che, caduta accidentalmente nel cortile di casa era stata operata per frattura scomposta del condilo mediale del femore destro, intervento dal quale erano derivati postumi invalidanti permanenti. Lamentò anche che non era stata tempestivamente informata né del tipo di trattamento terapeutico, né delle eventuali conseguenze negative che potevano derivarne. Il tribunale ha respinto la domanda risarcitoria con sentenza successivamente confermata in appello. La Corte di Cassazione chiamata a decidere in via definitiva la controversia, pur confermando le pronunce precedenti con le quali era stata rigettata la domanda risarcitoria, ha evidenziato che il diritto al consenso informato del paziente è un diritto irretrattabile della persona e che, al fine di escluderlo, non assume alcuna rilevanza il fatto che l'intervento sia stato effettuato in modo tecnicamente corretto, per la semplice ragione che, a causa del totale deficit di informazione, il paziente non è stato posto in condizione di assentire al trattamento, di talché si è consumata, nei suoi confronti, comunque, una lesione di quella dignità che connota l'esistenza umana nei momenti cruciali della sofferenza fisica e/o psichica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 1874/2013
Espianto di organi e copertura assicurativa

Un paziente ha citato in giudizio il Ministero della Salute, la Regione e la ASL per ottenere la condanna al risarcimento dei danni subiti a seguito di intervento di espianto di un rene, come donatore, presso il reparto di patologia speciale chirurgica del Policlinico. Ha sostenuto di aver riportato gravi lesioni fisiche ed anche sofferenze psicologiche (spondilosi lombare, discopatia, stati depressivi e schizofrenia), in quanto sono state omesse o eseguite in modo errato le indagini richieste dalla legge per accertare l'attitudine psicologica del donatore. Il contratto di espianto di un rene è assimilabile a quello di prestazione d'opera e si perfeziona solo se vengono osservati scrupolosamente i requisiti previsti dalla Legge n. 458/67 e richiede, per essere valido ed efficace, una protezione del donatore per i rischi e un'assoluta gratuità. Ne consegue che tra gli elementi essenziali rientra indiscutibilmente la sussistenza di una garanzia assicurativa per i rischi immediati e futuri. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi promossi dalla struttura sanitaria e dall'impresa assicurativa e compensato tra le parti le spese del giudizio.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 1874/2013
Espianto di organi e copertura assicurativa

Un paziente ha citato in giudizio il Ministero della Salute, la Regione e la ASL per ottenere la condanna al risarcimento dei danni subiti a seguito di intervento di espianto di un rene, come donatore, presso il reparto di patologia speciale chirurgica del Policlinico. Ha sostenuto di aver riportato gravi lesioni fisiche ed anche sofferenze psicologiche (spondilosi lombare, discopatia, stati depressivi e schizofrenia), in quanto sono state omesse o eseguite in modo errato le indagini richieste dalla legge per accertare l'attitudine psicologica del donatore.
Il contratto di espianto di un rene è assimilabile a quello di prestazione d'opera e si perfeziona solo se vengono osservati scrupolosamente i requisiti previsti dalla Legge n. 458/67 e richiede, per essere valido ed efficace, una protezione del donatore per i rischi e un'assoluta gratuità. Ne consegue che tra gli elementi essenziali rientra indiscutibilmente la sussistenza di una garanzia assicurativa per i rischi immediati e futuri.
La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi promossi dalla struttura sanitaria e dall'impresa assicurativa e compensato tra le parti le spese del giudizio.
 

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