Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 22898/2012
Nessun risarcimento per chi cade in corsia

Un medico dipendente ASL ha chiamato in giudizio l'Azienda per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa di un infortunio verificatosi all'interno dell'ospedale: mentre era addetto al servizio di guardia medica, dopo essere stato raggiunto da una chiamata urgente, nell'attraversare il corridoio di una corsia - scarsamente illuminato e dove erano posizionati dei letti per degenti - è inciampato su di una coperta che sporgeva da un letto scivolando a terra e riportando gravissime lesioni. I giudici della Suprema Corte hanno chiarito che in caso di danni verificatisi all'interno di una struttura ospedaliera, il comportamento colposo del danneggiato esclude la responsabilità dell'azienda sanitaria, qualora sia idoneo ad interrompere il nesso causale tra l'evento ed il danno stesso. Nel caso specifico il comportamento del medico è stato ritenuto anomalo, in quanto, pur essendo a conoscenza della collocazione dei letti nel corridoio dell'ospedale e della conseguente insicurezza dei luoghi attraversati, aveva trascurato di prestare la dovuta attenzione. Ciò ha determinato l'esclusione della responsabilità per i danni cagionati da cosa in custodia, altrimenti gravante sul presidio ospedaliero. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso promosso dal sanitario, condannandolo al pagamento delle spese del giudizio.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 21245/2012
Attenti a qualificare il danno da perdita di chance

Una donna e suo figlio hanno citato in giudizio la ASL chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti per la morte del loro congiunto, causata da negligenza ed imperizia dei medici del locale ospedale. Hanno sostenuto, tra l'altro, che i sanitari non si sono attivati immediatamente per contattare una struttura dotata di reparto di chirurgia vascolare, supportata da adeguata unità di anestesia e rianimazione. La richiesta dei ricorrenti era finalizzata al risarcimento di tutti i danni, intendendo con ciò ottenere anche quello da perdita di chance, ma i giudici della Suprema Corte hanno chiarito che tale domanda è ontologicamente diversa da quella di risarcimento del danno da mancato raggiungimento del risultato sperato; in questo secondo caso, l'accertamento è incentrato sul nesso causale, mentre nel primo oggetto dell'indagine è un particolare tipo di danno che incide su di un diverso bene giuridico, quale la mera possibilità del risultato finale. Trattandosi di domanda del tutto differente, se non è espressamente richiesta il giudice non si può pronunciare e la liquidazione non può essere operata d'ufficio. La Corte ha respinto il ricorso e compensato integralmente tra le parti le spese del giudizio.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 20096/2012
Responsabilità specialista esclusa per mancanza di causalità

Durante lo svolgimento di alcuni esercizi fisici di riscaldamento in vista dello svolgimento di una partita di calcio, a causa di un improvviso arresto cardiaco, decedeva un giovane di sedici anni. I congiunti hanno agito giudizialmente affinché venisse accertata la responsabilità del medico ritenuto responsabile dell'evento per aver rilasciato un certificato di idoneità allo svolgimento dell'attività sportiva pur avendo diagnosticato una patologia cardiaca. Il sanitario costituendosi in giudizio, nel sollecitare il rigetto della domanda, ha sostenuto di aver accertato le non perfette condizioni fisiche del ragazzo e di essersi convinto ad autorizzare la sua partecipazione alle attività sportive dell'oratorio solo dopo che un collega specialista in cardiologia, aveva descritto la situazione del ragazzo in termini di lieve patologia cardiovascolare compatibile con l'attività sportiva. Il Tribunale ha rigettato le domande proposte contro il medico certificatore riconoscendo una certa percentuale di responsabilità in capo allo specialista cardiologo e un concorso i colpa in capo ai genitori. In appello la domanda di condanna dei medici è stata completamente respinta. La sentenza di appello ha dato contezza del fatto che l'accertamento controfattuale ha condotto ad esito negativo; in altre parole, non ha trovato alcun riscontro probatorio l'ipotesi per cui, ove allo sfortunato giovane fosse stata impedita ogni attività sportiva, ciò ne avrebbe evitato la morte improvvisa. Il nesso di causalità può esistere non solo in relazione al rapporto tra fatto ed evento morte, ma anche tra fatto ed accelerazione dell'evento morte; sicché per escludere il nesso di causalità, in relazione alla lesione del bene 'vita', è necessario non solo che il fatto non abbia generato l'evento letale, ma anche che non l'abbia minimamente accelerato. I Giudici d'appello hanno spiegato che l'arresto cardiaco è stato determinato da fattori esclusivamente immanenti alla patologia dalla quale era afflitto il ragazzo, con ciò escludendo che la modesta attività sportiva di quella fatale giornata potesse avere avuto un effetto anche solo anticipatorio della morte. Del resto l'attività sportiva del giovane si era protratta per alcuni mesi senza motivi di allarme corroborando in tal modo la tesi della tragica fatalità, non causalmente ricollegabile a responsabilità del medico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso con conseguente conferma della sentenza di secondo grado favorevole ai sanitari.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 20984/2012
È necessario il consenso anche se il paziente è un medico

Un medico radiologo ha citato in giudizio la struttura ospedaliera presso la quale lavorava per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa di una terapia cortisonica somministratagli, ritenendo di non essere stato reso edotto dei rischi della cura e messo nelle condizioni di prestare il prescritto consenso informato. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello, successivamente adita dalla ASL, ha ribaltato la sentenza, escludendo la responsabilità della struttura sul presupposto della rilevanza della qualità rivestita dal paziente - medico al fine di ritenere raggiunta la prova della sua consapevole adesione al trattamento. I giudici della Suprema Corte hanno precisato i punti essenziali in tema di consenso informato, chiarendo in particolare che la finalità dell'informazione che il medico è tenuto a dare è quella di assicurare il diritto all'autodeterminazione del malato, il quale sarà libero di accettare o rifiutare la prestazione sanitaria. È, dunque, evidente come la qualità del paziente sia irrilevante al fine di escluderne la doverosità, mentre potrà incidere sulle modalità dell'informazione, con l'adozione di un linguaggio che tenga conto del suo particolare stato soggettivo e che, nel caso di paziente-medico, potrà essere parametrata alle sue conoscenze scientifiche in materia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e rinviato alla Corte d'Appello in diversa composizione.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 17143/2012
Colpa medica: a carico del medico la prova della particolare difficoltà della prestazione.

Due coniugi hanno chiamato in giudizio la ASL e un medico per ottenere il risarcimento dei danni subiti dal figlio per la perdita totale ed irreversibile del visus all'occhio destro e per una forte miopia all'occhio sinistro, causati dalla permanenza del bambino in incubatrice per 45 giorni, senza assistenza e omettendo il necessario controllo della concentrazione di ossigeno. Contro la pronuncia della Corte d'Appello di rigetto della loro richiesta hanno proposto ricorso per Cassazione. La sentenza ha ripercorso tutti i principi elaborati dalla giurisprudenza in tema di colpa medica e responsabilità professionale, evidenziandone nuovamente alcuni punti fondamentali. In particolare, i giudici hanno precisato che in ipotesi di responsabilità da intervento effettuato da medico c.d. strutturato, in quanto dipendente da struttura sanitaria pubblica o privata, la responsabilità è di natura contrattuale, per cui il paziente deve allegare solo l'esistenza del contratto ed il relativo inadempimento, non essendo tenuto a provare la colpa del medico o della struttura sanitaria e la relativa gravità. Inoltre, la distinzione tra prestazione di facile esecuzione e prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà non può valere come criterio di distribuzione dell'onere della prova, ma rileva solo ai fini della valutazione del grado di diligenza e del corrispondente grado di colpa riferibile al sanitario. Pertanto, incombe sul medico dare la prova del verificarsi di un evento imprevedibile e non superabile con l'adeguata diligenza, se alla prestazione dell'attività non consegue il risultato normalmente ottenibile in relazione alle circostanze concrete del caso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso.  

Corte di Cassazione - Civile sezioni unite - sentenza n. 16728/2012

Concorsi: legittimo un inquadramento diverso da quello previsto nel bando

Il diritto del candidato vincitore ad assumere l’inquadramento previsto dal bando di concorso, espletato dall’amministrazione per il reclutamento di nuovi dipendenti, è subordinato alla permanenza, al momento dell’adozione del provvedimento di nomina, dell’assetto organizzativo degli uffici in forza del quale il bando era stato emesso. Il mutamento del quadro normativo e contrattuale e di riferimento in ordine allo stato giuridico del personale, intervenuto successivamente, vincola l’amministrazione al rispetto del nuovo contesto organizzativo.

Corte di Cassazione - Sesta sezione Civile - sentenza n. 13048/2012
Si al rimborso Irap anche se il medico dispone di strumenti diagnostici costosi e complessi

Un medico di base ha impugnato dinanzi alla Suprema Corte la sentenza della Commissione Tributaria Regionale che ha confermato la non spettanza del richiesto rimborso IRAP in ragione della sussistenza di strumenti diagnostici di più elevato valore. Gli “strumenti di diagnosi", per quanto complessi e costosi rientrano nelle attrezzature usuali (o che dovrebbero esserlo) per i medici di base; dal momento che ad essi si chiede di svolgere una delicata funzione di "primo impatto" a difesa della salute pubblica. Le spese del giudizio di merito vengono compensate mentre quelle del giudizio di legittimità si liquidano come da dispositivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto dal medico.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 12229/2012
Fase post-operatoria: caso di imperizia e negligenza

Una paziente ha proposto domanda di risarcimento del danno nei confronti dell'Azienda USL e la Regione a seguito di un intervento chirurgico di ernia discale. La donna ha addebitato ai sanitari e alle strutture ospedaliere imperizia e negligenza professionale. Il Tribunale ha accolto la domanda, condannando la Regione a pagare in risarcimento dei danni, ma in appello il giudizio di responsabilità è stato radicalmente ribaltato con l'esclusione di colpa medica. Da qui il ricorso dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione. Si è osservato che il peggioramento dello stato di salute della paziente dopo l'intervento, con conseguente "lombosciatalgia destra e deficit completo E.P.A., E.C.D. e T.A." è stato constatato nella stessa cartella clinica, e che ciò nonostante la donna è stata dimessa solo tre giorni dopo l'operazione, a disturbi ancora in corso. L'assistenza medica nella fase postoperatoria è consistita solo nell'effettuazione di non più di quattro visite mediche a distanza di mesi l'una dall'altra - fra il 30 dicembre 1992 ed il maggio 1993 - con la mera prescrizione di antidolorifici e senza alcuna indicazione idonea ad indirizzare la paziente verso la soluzione del problema: soluzione a cui la stessa è giunta di sua iniziativa solo nel 1995, allorché si è rivolta ad un medico francese presso una struttura ospedaliera. La Cassazione ha accolto il ricorso rinviando nuovamente al giudice di secondo grado.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 10616/2012
Obbligo di controllare il funzionamento delle apparecchiature

Un paziente, presso una casa di cura, è stato sottoposto a intervento chirurgico per correzione di deviazione del setto nasale. Durante l'operazione, a causa del malfunzionamento del bisturi elettrico, il cui elettrodo era stato applicato sulla gamba destra, l'uomo riportò ustioni di terzo grado su una superficie di dodici centimetri, in regione terzo superiore anteriore dell'arto. La ferita, che determinò un'incapacità temporanea dell'infortunato di giorni sessanta, lasciò esiti cicatriziali di natura permanente. Il danneggiato ha intrapreso un giudizio dinanzi al Tribunale di Roma per ottenere il risarcimento del danno. Il giudice di primo grado ha accolto la domanda nei confronti della struttura respingendola, invece, nei confronti del medico. La Corte di Cassazione ha evidenziato che contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di merito, il quale, dopo aver riconosciuto la sussistenza di un generale obbligo del medico di controllare gli strumenti utilizzati, ha poi contraddittoriamente ritenuto inesigibile la previa verifica tecnica dell'apparecchiatura necessaria all'esecuzione dell'intervento, il chirurgo operatore ha un dovere di controllo specifico del buon funzionamento della stessa, al fine di scongiurare possibili, e non del tutto imprevedibili, eventi che possano intervenire nel corso dell'operazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso proposto dal danneggiato.

Corte di Cassazione - Sesta sezione Civile - sentenza n. 9692/2012
Medico non deve Irap se opera in strutture gestite da altri

Un medico ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio che, in accoglimento dell'appello dell'Agenzia delle Entrate, ha sancito la non spettanza al contribuente del rimborso IRAP relativamente agli anni richiesti. La sentenza impugnata così motivava: nel caso in esame si è in presenza dell'attività di un sanitario che non potrebbe effettuare alcun intervento chirurgico senza l'organizzazione posta a sua disposizione dalla Clinica ove egli effettua i suoi interventi. Da ciò discende che senza tale organizzazione il medico non potrebbe aggiungere alcun valore economico all'attività da lui svolta nel proprio studio professionale. D'altro canto anche la Clinica ove la propria sala operatoria non venisse utilizzata dal chirurgo non avrebbe alcun interesse a tenerla allestita. Da tali considerazioni discende che tra la Clinica ed il Chirurgo si è determinata una sinergia senza la quale non sarebbe stato possibile alla struttura utilizzare la propria sala operatoria e neppure al chirurgo di effettuare i propri interventi e di realizzare quindi il rilevante valore aggiunto alla propria attività professionale. Tali considerazioni fanno rientrare appieno l'attività dell'appellante tra quelle assoggettabili ad IRAP. La Corte di Cassazione ha censurato la decisione e il ragionamento seguito della Commissione Tributaria Regionale, evidenziando che, ai fini della rilevanza dell'autonoma organizzazione con conseguente sottoposizione ad IRAP, è determinante l'esistenza di una struttura predisposta dal professionista con personale da lui dipendente. Questo requisito non si realizza quando il professionista operi all'interno di una struttura da altri gestita. La Suprema Corte ha cassato la sentenza sfavorevole al medico rinviando alla Commissione Tributaria Regionale per una nuova valutazione del caso concreto.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 9290/2012
Rilevanza delle attestazioni contenute nella cartella clinica

Un paziente ha chiamato in giudizio i medici curanti e l'Azienda ospedaliera per sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni causalmente ricondotti alla fase di medicazione di una ferita cranica. La condotta lesiva veniva individuata, in particolare, nell'avere i medici fatto penetrare aria negli spazi subaracnoidei, iniettando acqua ossigenata attraverso l'ago di una siringa, così determinando un pneumaencefalo e la lesione emorragica cerebrale. Il giudice di primo grado ha rigettato la domanda. Rilevava che il consulente aveva escluso l'uso della siringa con ago per iniettare il liquido e che la diversa ipotesi di sviluppo del pneumaencefalo per effetto dell'utilizzo di più sostanze disinfettanti senza l'utilizzo dell'ago, non poteva fondare l'accoglimento della domanda, non corrispondendo ai fatti esposti dal paziente. Anche la Corte d'appello ha confermato le statuizioni di primo grado. L'utilizzo contemporaneo dei tre medicamenti indicati in sentenza - dal consulente ritenuti idonei a causare l'evento lesivo - risultava dalla cartella clinica, compilata dai sanitari. Il medico ha l'obbligo di controllare la completezza e l'esattezza del documento. Ne consegue che, quanto attestato nella cartella , deve ritenersi effettivamente accaduto, a meno che non si provi il contrario. La Suprema Corte ha cassato la sentenza di secondo grado favorevole ai sanitari e alla struttura, rinviando per una nuova decisione ad altra sezione della Corte d'Appello.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 8984/2012
Il risarcimento per danno da nascita indesiderata

La vicenda attiene alla richiesta di risarcimento del danno avanzato a seguito della nascita di un bambino affetto da alcune malformazioni non diagnosticate nella fase prenatale. In tema di responsabilità del medico o della struttura sanitaria per omessa diagnosi di malformazioni del feto e conseguente nascita indesiderata, trattandosi di inadempimento contrattuale, il danno al cui risarcimento il debitore è tenuto è anche il danno economico che sia conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento in termini di causalità adeguata, quale il danno consistito nelle ulteriori spese di mantenimento della persona nata con malformazioni, pari al differenziale tra la spesa necessaria per il mantenimento di un figlio sano e la spesa per il mantenimento di un figlio affetto da gravi patologie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto avverso la sentenza d'appello.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 8024/2012
Gravidanza gemellare, insuccesso Ivg e responsabilità

A causa dell'insuccesso di un intervento di interruzione della gravidanza praticato presso una struttura ospedaliera, la paziente ha agito in giudizio per ottenere il risarcimento del danno. La Corte d'Appello di Genova, in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato la domanda risarcitoria. La questione è stata sottoposta al vaglio della Suprema Corte. Secondo la Corte di Cassazione, i giudici d'appello, pur avendo correttamente precisato che i sanitari erano onerati in primo luogo della prova di aver eseguito la prestazione con la diligenza richiesta, hanno escluso la responsabilità del medico e dell'Azienda Ospedaliera sul presupposto che la gravidanza fosse gemellare e che tale circostanza, non evidenziata da ecografia eseguita circa venti giorni prima dell'intervento, fosse per l'operatore imprevedibile. La Cassazione ha evidenziato che in tal modo la Corte d'Appello non ha fatto buon governo dei principi da essa stessa affermati. Anche ammesso, infatti, che la gravidanza fosse gemellare, non può affermarsi che tale circostanza in caso di IVG possa ritenersi imprevedibile per un operatore di normale diligenza e tale perciò da porlo a riparo da responsabilità in caso di eliminazione di un solo embrione. La Suprema Corte ha cassato la sentenza di secondo grado favorevole ai sanitari rinviano ad altra sezione della Corte d'Appello di Genova per la decisione.  

Corte di Cassazione - Sesta sezione Civile - sentenza n. 7963/2012
Illecito il demansionamento del dipendente inattivo

La Corte di Cassazione ha stabilito un significativo principio relativamente all'ipotesi in cui un lavoratore dipendente sia stato lasciato in completa inattività pur percependo regolarmente la retribuzione. Il lavoratore cui l'art. 2103 del codice civile riconosce esplicitamente il diritto a svolgere le mansioni per le quali è stato assunto ovvero equivalenti alle ultime effettivamente svolte - ha il diritto a non essere lasciato in condizioni di forzata inattività e senza assegnazione di compiti, ancorché senza conseguenze sulla retribuzione. Sussiste dunque in capo al lavoratore, non solo il dovere, ma anche il diritto all'esecuzione della propria prestazione lavorativa - cui il datore di lavoro ha il correlato obbligo di adibirlo. Il lavoro non è solo un mezzo di guadagno, ma anche un mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino. La violazione di tale diritto è fonte di responsabilità risarcitoria per il datore di lavoro.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 7529/2012
Se il malato non osserva le prescrizioni sanitarie, il medico non è responsabile

La guardia medica non è responsabile per la morte di un'anziana paziente se questa non ha osservato le prescrizioni mediche. È quanto disposto dalla Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza 7529/2012. I giudici della Suprema Corte hanno esteso alla struttura medica il principio della responsabilità da contatto sociale qualificato, ampliando la tutela dei terzi. Inoltre, la posizione dei sanitari della guardia medica, sulla base della organizzazione del servizio di continuità assistenziale vigente all'epoca dei fatti, è regolata da un contatto sociale da cui deriva l'obbligo di protezione. Pertanto, i giudici del merito hanno correttamente escluso la responsabilità extracontrattuale in capo alla ASL per insussistenza dei presupposti ex art. 2049 c.c., che attiene alla fattispecie propria dell' ille-cito aquiliano, mentre nel caso in esame, si delinea una responsabilità organizzativa dell'ente sanitario in relazione a poteri di vigilanza e controllo sul presidio di guardia medica. Inoltre, i giudici di appello hanno condiviso con i primi giudici, la valutazione sull' adeguatezza delle condotte e delle prescrizioni dei medici di guardia, le cui condotte vengono esaminate e valutate dai consulenti medici legali in contraddittorio con i consulenti di parte. Per tali motivi, non è verificato l'inadempimento nella forma di condotta omissiva ovvero nella forma di una diagnosi errata o di una misura di cautela non presa, in riferimento ad entrambi i sanitari, quindi il danno non è ascrivibile alla loro condotta. In conclusione, la grave complicanza non è riconducibile alla condotta medica, bensì “alle condizioni di solitudine della malata, che non ebbe la forza o la volontà di prendere le medicine prescritte, con conseguente progressivo indebolimento delle capacità respiratorie.” Sulla scorta delle suesposte argomentazioni, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e compensato tra le parti le spese del giudizio.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 7528/2012
Ginecologo, vietato assolvere alla leggera

Non si possono assolvere il ginecologo e la struttura sanitaria semplificando e quindi travisando “la complessità di una situazione in cui da un parto naturale in soggetto sano e con neonato non affetto da tare genetiche, deriva una serie di ritardi e di sottrazioni di documenti di monitoraggio e infine un ritardo consistente nella estrazione del feto che, certamente, eziologicamente aggrava, e in misura irreversibile, il danno cerebrale”.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 6273/2012
Risarcimento del danno tanatologico

Il danno tanatologico, inteso come consapevolezza dell'imminente fine della vita, non può essere riconosciuto nel caso in cui la vittima non abbia patito alcun dolore di natura psichica. Nel caso specifico, la vittima era in coma e pertanto non soffrì vedendo lucidamente avvicinarsi la morte, essendo rimasto nel medesimo stato fino al decesso. La Suprema Corte, con la pronuncia in rassegna, è rimasta in linea con l'indirizzo delle Sezioni Unite secondo cui in caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo, la sofferenza patita durante l'agonia è autonomamente risarcibile, non come danno biologico, ma come danno morale, inteso come sofferenza della vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, sempre che "sofferenza psichica vi sia stata e, dunque, che la vittima sia stata in condizioni tali da percepire il proprio stato, il che va escluso in caso di coma immediatamente conseguito all'evento dannoso." La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta formulata dai prossimi congiunti di ottenere il risarcimento della indicata voce di danno.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 6275/2012
Prescrizione di esami specialistici in caso di sintomi aspecifici

A causa di un complesso di disturbi - vomito, cefalea, ipoestesia al braccio destro -, un paziente si recava al pronto soccorso dell'ospedale. Dimesso dopo breve tempo e dopo controlli superficiali, qualche giorno dopo, a causa del perdurare e dell'aggravarsi della sintomatologia, era ritornato presso la struttura sanitaria e a mezzo TAC cerebrale si era sentito diagnosticare un ictus dal quale erano derivate lesioni permanenti e gravemente invalidanti. Il paziente ha agito in giudizio per ottenere il risarcimento del danno e il Tribunale di Roma, con sentenza confermata in appello, ha condannato l'Azienda e il medico al pagamento di oltre 639 mila euro. Avverso la pronuncia d'appello il sanitario ha proposto ricorso per cassazione. Il preteso carattere non specifico della sintomatologia presentata dal paziente in occasione del primo ricovero, assunta dal medico a sostegno della propria difesa, non poteva esimere il personale sanitario dalla responsabilità per colpa, posto che erano stati segnalati, anche se forse in modo confuso, sintomi di interesse neurologico. In questi termini si è espressa la Suprema Corte osservando che, a fronte di un quadro clinico che conteneva elementi di sicuro allarme sia per le patologie riferite dal paziente sia per i sintomi che lo stesso aveva lamentato, costituiva dovere prudenziale del medico prescrivere tutti gli esami specialistici utili al fine di escludere, con adeguato margine di certezza, che l'uomo potesse essere vittima di un ictus. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dal medico.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 5533/2012
Borse 83/91: non toccata la prescrizione più favorevole

La Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero della Salute, il Ministero dell'Istruzione, dell'Uni-versità e della Ricerca ed il Ministero dell'Economia e delle Finanze hanno proposto ricorso per cassazione contro due medici e avverso la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Salerno ha condannato solidalmente le Amministrazioni al pagamento della somma di Euro 65.767,64, in parte a titolo di remunerazione per due anni di frequenza dei relativi corsi di specializzazione medica, a titolo di risarcimento del danno per la mancata percezione della remunerazione che sarebbe loro spettata qualora lo Stato avesse attuato le direttive comunitarie rimaste inadempiute a far tempo dal 31.12.1982, ed in parte per la perdita, sempre in ragione del detto inadempimento, della chance di conseguire all'esito del corso di specializzazione un diploma idoneo al riconoscimento in ambito comunitario. Nel giudizio dinanzi alla Cassazione si è posto il problema della applicabilità del nuovo termine di pre-scrizione quinquennale introdotto con la Legge di stabilità dopo che la Suprema Corte, nel corso degli anni, era ormai giunta ad affermare il più favorevole termine decennale. Con la legge di stabilità 2012, approvata in via definitiva dal Parlamento il 12.11.2011 e pubblicata in G.U. 14.11.2011, n. 265, è stato disposto che la prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da mancato recepimento nell'ordinamento dello Stato di direttive o altri provvedimenti obbligatori comunitari soggiace, in ogni caso, alla disciplina di cui all'art. 2947 c.c. e decorre dalla data in cui il fatto, dal quale sarebbero derivati i diritti se la direttiva fosse stata tempestivamente recepita, si è effettivamente verificato. La norma è entrata in vigore il 1° gennaio 2012. Il Collegio ha ritenuto che la nuova disposizione operi solo per l'avvenire, quindi potendo spiegare la sua efficacia rispetto ai fatti verificatisi successivamente alla sua entrata in vigore, risulta irrilevante nel giudizio specifico e nei giudizi similari. La nuova norma potrà disciplinare soltanto la prescrizione di diritti insorti successivamente alla sua entrata in vigore e, quindi, derivanti da fattispecie di mancato recepimento verificatesi dopo di essa e non da fattispecie di mancato recepimento verificatesi anteriormente.  

Corte di Cassazione - Sesta sezione Civile - sentenza n. 5320/2012
Attività libero professionale e limiti al rimborso Irap

L'Agenzia delle Entrate ha fatto ricorso contro un medico libero professionista specialista in otorinola-ringoiatria per la cassazione della sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale (CTR) dell'E-milia Romagna, confermando la decisione di primo grado, ha affermato il diritto della contribuente al rimborso dell'IRAP versata per l'anno 1998, giudicando insussistente il presupposto impositivo dell'autonoma organizzazione. In particolare l'Agenzia delle Entrate ha censurato la pronuncia impugnata per avere negato che l'attività professionale del sanitario presentasse la connotazione dell'autonoma organizzazione, ancorché svolta - come accertato nella stessa sentenza - con l'utilizzo di beni strumentali sofisticati e tecnologicamente avanzati e con l'utilizzo di prestazioni fornite in comune per le quali il contribuente aveva pagato ad altri professionisti la somma di L. 52.071.000. in tema di IRAP, il ricorso al lavoro di terzi per la fornitura di tutti i necessari servizi, dalla telefonia al segretariato, in forma rilevante e non occasionale, ma continuativa, integra il presupposto dell'esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata, previsto dal d.lgs. n. 446/1997, non rilevando che la struttura posta a sostegno e potenziamento dell'attività professionale del contribuente sia fornita da personale dipendente o da un terzo in base ad un contratto di fornitura. La Suprema Corte ha accolto il ricorso proposto dalla Agenzia delle Entrate, rinviando nuovamente alla CTR per l'applicazione dei principi enunciati.  

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 3705/2012
I certificati per malattia non devono ingenerare dubbi

Un Consiglio dell'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha irrogato la sanzione disciplinare della sospensione dall'esercizio della professione per mesi uno, ritenendo violato l'art. 24 codice deontologico in riferimento alla redazione di certificati di malattia. Il sanitario aveva formato sul modulario ufficiale, a richiesta del paziente, certificati attestanti le patologie patite in giorni precedenti, come riferite dallo stesso, senza alcun accertamento medico. Se il codice deontologico richiede scrupolo e diligenza nella redazione di certificati medici in senso proprio, non possono non essere vietati gli attestati che, come nella specie, hanno la parvenza di certificati - anche se non certificano nulla - e che, proprio perché provengono da un medico e sono statti redatti su un modulario, previsto per la certificazione di malattia rispetto all'assenza dal lavoro, si prestano ad ingenerare il dubbio che l'assenza sia giustificata da una malattia accertata. La Suprema Corte ha respinto il ricorso.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 3706/2012
Procedimento disciplinare: cinque anni la durata massima

Un Consiglio dell'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha applicato a un proprio iscritto la sanzione disciplinare della sospensione di un mese dall'esercizio della professione, per pubblicità scor-retta. Si è addebitata al sanitario l'esposizione mediante targa, e l'inserimento nelle Pagine Gialle, di un testo, concernente la propria qualificazione professionale, diverso da quello autorizzato dall'Ordine, essendo stato pubblicizzato un testo in cui la specificazione "estetica" seguiva a medicina e chirurgia, nonostante la specificazione fosse stata espunta in sede di autorizzazione rilasciata dall'Ordine Professionale. La Commissione Centrale per gli esercenti le professioni sanitarie ha rigettato il ricorso proposto dal medico il quale ha impugnato il provvedimento dinanzi alla Corte di Cassazione. Ai sensi dell'art. 51 del d.p.r. n. 221/1950, il procedimento disciplinare nei confronti degli esercenti una professione sanitaria deve concludersi entro cinque anni a pena di prescrizione dell'azione, salvo il compimento di atti interruttivi, quale è la delibera del Consiglio dell'Ordine di esercitare l'azione medesima, ma non anche la convocazione del medico davanti al Presidente del Consiglio dell'Ordine, poiché questa, essendo ancora preliminare all'apertura del procedimento, e volta all'acquisizione-verifica degli elementi informativi per addivenire alla decisione di sottoporre al Consiglio la proposta di promovimento dell'azione, è posta a garanzia del sanitario, e, a volerne riconoscere una capacità interruttiva, si frustrerebbe l'esigenza di evitare la protrazione per un tempo indefinito della possibilità di applicazione della sanzione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dal sanitario.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 3705/2012
I certificati per malattia non devono ingenerare dubbi

Un Consiglio dell'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha irrogato la sanzione disciplinare della sospensione dall'esercizio della professione per mesi uno, ritenendo violato l'art. 24 codice deontologico in riferimento alla redazione di certificati di malattia. Il sanitario aveva formato sul modulario ufficiale, a richiesta del paziente, certificati attestanti le patologie patite in giorni precedenti, come riferite dallo stesso, senza alcun accertamento medico. Se il codice deontologico richiede scrupolo e diligenza nella redazione di certificati medici in senso proprio, non possono non essere vietati gli attestati che, come nella specie, hanno la parvenza di certificati - anche se non certificano nulla - e che, proprio perché provengono da un medico e sono statti redatti su un modulario, previsto per la certificazione di malattia rispetto all'assenza dal lavoro, si prestano ad ingenerare il dubbio che l'assenza sia giustificata da una malattia accertata. La Suprema Corte ha respinto il ricorso.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 1917/2012
Per gli specializzandi '83-'91 la prescrizione è decennale

Il diritto al risarcimento del danno da inadempimento della direttiva n. 82/76/CEE, riassuntiva delle direttive n. 75/362/CEE e n. 75/363/CEE, insorto in favore dei soggetti che avevano seguito corsi di specializzazione medica iniziati negli anni dal 1° gennaio 1983 all'anno accademico 1990-1991 in condizioni tali che, se detta direttiva fosse stata attuata, avrebbero acquisito i diritti da essa previsti, si prescrive nel termine di dieci anni decorrente dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore dell'art. 11 della legge 19 ottobre 1999, n. 370. In riferimento a detta situazione, nessuna influenza può avere la sopravvenuta disposizione di cui all'art. 4, comma 43, della legge 12 novembre 2011, n. 183 - secondo cui la prescrizione del diritto al risarcimento del danno da mancato recepimento di direttive comunitarie soggiace alla disciplina dell'art. 2947 cod. civ. e decorre dalla data in cui il fatto, dal quale sarebbero derivati i diritti se la direttiva fosse stata tempestivamente recepita, si è effettivamente verificato - trattandosi di norma che, in difetto di espressa previsione, non può che spiegare la sua efficacia rispetto a fatti verificatisi successivamente alla sua entrata in vigore (1° gennaio 2012).

Corte di Cassazione - sentenza dell'8 febbraio 2012
Medici e borse 83-91: prescrizione quinquennale per l'avvenire

Relativamente alla richiesta di risarcimento del danno derivante dalla mancata attuazione della direttiva comunitaria che sanciva il diritto ad una adeguata remunerazione collegata alla frequenza delle scuole di specializzazione delle facoltà di medicina e chirurgia, dopo che la Corte di Cassazione ha ritenuto che la prescrizione decorresse dal mese di ottobre 1999 e fosse decennale, il legislatore con la legge di stabilità 2012 aveva introdotto il termine prescrizionale quinquennale. La Suprema Corte ha osservato che la nuova disciplina, entrata in vigore l'1 gennaio 2012, opera solo per l'avvenire e può spiegare la sua efficacia solo rispetto ai fatti verificatisi successivamente alla sua entrata in vigore. La disposizione non può regolare, in via sopravvenuta, il diritto al risarcimento del danno da mancato recepimento e, in particolare, l'effetto del decorso del tempo per l'esercizio del diritto al ristoro per inadempimento dell'obbligo di armonizzazione invocato in giudizio, posto che, nella specie, il danno da mancato recepimento si colloca in epoca antecedente all'intervento legislativo che ha ridisegnato, in materia, le regole inerenti alla prescrizione del diritto.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 1620/2012
Responsabilità nella prestazione di assistenza sanitaria

La responsabilità della struttura ospedaliera, fondata sul "contatto sociale", ha natura contrattuale. Ne consegue che, in virtù del contratto, la struttura deve fornire al paziente una prestazione molto articolata, definita genericamente di "assistenza sanitaria", che ingloba al suo interno, oltre alla prestazione principale medica, anche una serie di obblighi c.d. di protezione ed accessori. Così, ricondotta la responsabilità della struttura ad un autonomo contratto (di spedalità), le con-seguenze dell'inadempimento si muoveranno lungo le linee tracciate dall'art. 1218 del codice civile in tema di responsabilità del debitore e, per quanto concerne le prestazioni sanitarie che essa svolge per il tramite dei medici propri ausiliari, conseguirà l'abbandono dell'artificioso richiamo alla disciplina del contratto d'opera professionale e la responsabilità dell'ente sarà fondata sul principio per cui il debitore che nell'adempimento dell'obbligazione si vale dell'opera di terzi, risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro.

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