Corte d'Appello di Lecce - sentenza del 15 dicembre 2011
Mancata verifica scorte di sangue: responsabilità dell'equipe

Con sentenza del 2.4.2007, il Tribunale di Taranto, Sezione distaccata di Ginosa, dichiarava il secondo operatore dell'equipe chirurgica colpevole del reato di omicidio colposo, perché per colpa consistita in imprudenza, negligenza imperizia, in concorso con il primo operatore, cagionavano la morte di una donna a seguito della insorgenza di uno shock ipovolemico esitato in arresto cardiocircolatorio e successivo coma irreversibile per l'instaurarsi di uno stato atossico cerebrale. Nella loro qualità di medici presso un reparto ospedaliero di ostetricia e ginecologia, sottoponevano una gestante alla trentottesima settimana a taglio cesareo benché soggetta a grave e possibile rischio emorragico in quanto già due volte precesarizzata e per la accertata presenza di una placenta previa e prevedibilmente anche acereta; a tale intervento procedevano consapevoli che la struttura era priva di centro trasfusionale e senza munirsi preventivamente di adeguate scorte di sangue per il ripristino delle perdite ematiche nel post partum. I sanitari, verificata l'emergenza del profuso sanguinamento a seguito dello scollamento della placenta dalla parete uterina, si limitavano alla adozione della procedura del tamponamento con zaffi omettendo di procedere alla pur possibile isterectomia previa legatura delle due arterie uterine ed omettendo altresì, in mancanza della predetta scelta chirurgica demolitiva certamente utile a risolvere l'emergenza, di anticipare il trasferimento della paziente presso l'ospedale di Taranto per le più tempestive emotrasfusioni. Riconosciute le attenuanti generiche, l'imputata veniva condannata alla pena, condizionalmente sospesa, di quattro mesi di reclusione. L'imputata, per sua stessa ammissione, aveva appreso la situazione clinica della paziente prima di entrare in sala operatoria e quindi sapeva che la stessa era esposta ad un rilevante rischio emorragico e, malgrado ciò, non aveva verificato o fatto verificare se in ospedale vi fossero sufficienti scorte di sangue per fronteggiare un'emorragia. Tale obbligo di verifica discendeva sia dell'aver appreso l'anamnesi prossima e remota, che deponeva nel senso di un elevato rischio emorragico, sia dai principi in tema di responsabilità di equipe. La Corte d'Appello, sulla base delle risultanze istruttorie, non è giunta ad una pronuncia assolutoria, ma ha dichiarato non doversi procedere nei confronti dell'imputata, perché il reato ascrittole è estinto per intervenuta prescrizione.

Corte d'Appello di Firenze - Sez. Lavoro - sentenza n. 1240/2011
Emarginazione e denigrazione risarcibili

Il Tribunale di Pisa, condannava una Azienda ospedaliera al risarcimento del danno in favore di alcuni dirigenti medici per averli privati di contenuti essenziali delle loro mansioni. L'Ente ricorreva in appello. Il Giudice di primo grado aveva dettagliatamente illustrato, con indicazione delle fonti legali e collettive, le procedure che devono essere attivate nel caso di esubero di personale medico non utilizzabile nella struttura ospedaliera. Certamente all'Azienda è consentita la selezione del personale ove però siano osservate le modalità stabilite dai contratti e dalla legge. Ciò che sicuramente non le è consentito è di violare l'art. 2087 c.c. e di esporre i propri dipendenti ad una situazione di emarginazione, di denigrazione personale e professionale, di persistente incertezza, di evidente disorganizzazione generale. In questa prospettiva, la Corte d'Appello ha ritenuto che il sicuro e consistente danno sofferto dai medici ricorrenti si profili sopratutto come lesione della professionalità nei suoi aspetti non patrimoniali: quelli cioè connessi alla dignità nel luogo di lavoro e alle implicazioni relazionali, ivi compresa la mortificazione inflitta al singolo nell'esplicazione delle potenzialità individuali nell'espletamento delle proprie e qualificate mansioni.  

Corte d'Appello di Potenza - sez. lavoro - sentenza del 25 novembre 2011
Trasferimento del dipendente Asl per incompatibilità aziendale

Il trasferimento del dipendente dovuto ad incompatibilità aziendale, trovando la sua ragione nello stato di disorganizzazione e disfunzione dell'unità produttiva, va ricondotto alle esigenze tecniche, organizzative e produttive, di cui all'art. 2103 codice civile, piuttosto che, sia pure atipicamente, a ragioni punitive e disciplinari, con la conseguenza che la legittimità del provvedimento prescinde dalla colpa (in senso lato) dei lavoratori trasferiti, come dall'osservanza di qualsiasi altra garanzia sostanziale o procedimentale che sia stabilita per le sanzioni disciplinari. In tali casi, l'eventuale controllo giudiziario sulle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, che legittimano il trasferimento del lavoratore subordinato, deve essere diretto ad accertare soltanto se vi sia corrispondenza tra il provvedimento del datore di lavoro e le finalità tipiche dell'impresa, e, trovando un preciso limite nel principio di libertà dell'iniziativa economica privata garantita dall'art. 41 Costituzione, il controllo stesso non può essere esteso al merito della scelta imprenditoriale, ne' questa deve presentare necessariamente i caratteri della inevitabilità, essendo sufficiente che il trasferimento concreti una tra le scelte ragionevoli che il datore di lavoro possa adottare sul piano tecnico, organizzativo o produttivo.

Corte d'Appello di Roma - Sezione III - sentenza del 20 settembre 2011
Il medico diligente è esonerato da responsabilità anche se il CTU è risultato poco attendibile

Irrilevanti incongruenze nella stesura della perizia. In tema di responsabilità professionale è vero che il medico è esonerato da responsabilità se prova che la prestazione è stata eseguita in modo diligente e che eventuali esiti infausti sono stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile, ma lo è altrettanto se il CTU all'uopo nominato si contraddice nella stesura della perizia. Di tale avviso la terza sezione civile della Corte di Appello di Roma nella sentenza depositata il 20 settembre 2011 con la quale il collegio conferma la sentenza del Tribunale che aveva escluso la responsabilità di un medico, per infezione oculare occorsa al paziente successivamente ad un intervento oftalmico a causa della omessa sterilizzazione dell'ambiente operatorio, sul presupposto che il sanitario aveva dimostrato di aver tenuto un comportamento diligente e di aver adottato, nel corso dell'esecuzione dell'intervento, tutte le precauzioni che le conoscenze scientifiche dell'epoca e lo stato della paziente richiedevano in conformità alle metodiche medico-chirurgiche stabilite dalla prassi e dalla scienza medica. La Corte di Appello, però, si spinge oltre e nutre dei dubbi sul CTU nominato che, nonostante la specializzazione in oftalmologia, mostra di non conoscere la fama internazionale del medico; circostanza questa che incide negativamente sulla attendibilità del CTU. Ritiene, infatti, la Corte che non può attribuirsi la responsabilità per colpa medica se lo stesso CTU mentre da un lato afferma che non è stato possibile stabilire se durante l'intervento sono state adottate tutte le precauzioni richieste, dall'altro conclude apoditticamente per la sussistenza del rapporto causale tra l'operato del chirurgo e i postumi subiti dalla paziente. Pertanto la contraddittorietà della consulenza tecnica e l'omessa prova del fatto costitutivo della domanda, da parte del paziente danneggiato, depongono per l'esclusione della responsabilità medica.

 

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