Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 26860
Direttore Amministrativo Asl e mancanza dei requisiti previsti

La Corte d'Appello di Catanzaro dichiarava nullo il contratto di lavoro del direttore amministrativo ASL perché concluso in difetto dei requisiti legislativamente previsti per l'incarico rivendicato. Secondo il ricorrente la sentenza impugnata aveva errato nel considerare non rientranti nei cinque anni di esercizio di attività di direzione tecnica o amministrativa - necessari per lo svolgimento delle funzioni di direttore amministrativo della ASL - il periodo di tempo in cui erano state svolte le funzioni di assessore presso un comune e segretario comunale presso comuni di terza e seconda classe. Le funzioni di assessore configurano una carica di natura politica cui non competono specifiche competenze in materia di direzione tecnica ed amministrativa e non possono essere computate per l'integra-zione del periodo utile all'incarico. Il ricorso è stato rigettato.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 26860
Direttore Amministrativo Asl e mancanza dei requisiti previsti

La Corte d'Appello di Catanzaro dichiarava nullo il contratto di lavoro del direttore amministrativo ASL perché concluso in difetto dei requisiti legislativamente previsti per l'incarico rivendicato.
Secondo il ricorrente la sentenza impugnata aveva errato nel considerare non rientranti nei cinque anni di esercizio di attività di direzione tecnica o amministrativa - necessari per lo svolgimento delle funzioni di direttore amministrativo della ASL - il periodo di tempo in cui erano state svolte le funzioni di assessore presso un comune e segretario comunale presso comuni di terza e seconda classe.
Le funzioni di assessore configurano una carica di natura politica cui non competono specifiche competenze in materia di direzione tecnica ed amministrativa e non possono essere computate per l'integra-zione del periodo utile all'incarico.
Il ricorso è stato rigettato.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 24349/2011
Specialista convenzionato e pagamento dell'attività extra

Un medico specialista in odontoiatria propose appello avverso la sentenza del Tribunale di Ravenna che aveva respinto la sua domanda volta ad ottenere la declaratoria del diritto alla corresponsione dei compensi per prestazioni professionali varie svolte presso un Istituto penitenziario, a seguito di convenzione stipulata con il Ministero della Giustizia. Il sanitario lamentava che il giudice di primo grado aveva erroneamente escluso il suo diritto ai compensi relativi a molte delle prestazioni professionali rese, ritenendole attività preliminari o consequenziali a quelle espletate per effetto della convenzione, laddove si trattava di attività spesso imprevedibili o indifferibili, non direttamente riconducibili alle voci del tariffario preso a riferimento dalla convenzione. Lo specialista contestava anche il mancato accoglimento della domanda di arricchimento senza causa avanzata, in via subordinata, nei confronti dell'amministrazione. l'azione di indebito arricchimento nei confronti della pubblica amministrazione, differisce da quella ordinaria, in quanto presuppone non solo il fatto materiale dell'esecuzione di un'opera o di una prestazione vantaggiosa per l'ente pubblico, ma anche il riconoscimento, da parte di questo, della utilità dell'opera o della prestazione. Tale riconoscimento può avvenire in maniera esplicita, cioè con un atto formale, oppure risultare in modo implicito da qualsiasi forma di utilizzazione dell'attività o dell'opera ricevuta. Nella specie, tuttavia, difetta lo stesso presupposto dell'azione e cioè la vantaggiosità dell'opera, fruita dalla popolazione carceraria senza alcun obbligo da parte dell'amministrazione di fornirla e dunque senza alcuna utilità ipoteticamente ravvisabile nel mancato ricorso ad ulteriori professionisti od interventi esterni a tal scopo, senza considerare, come rilevato dalla corte d'appello, che l'ulteriore attività dello specialista venne esplicitamente contestata dall'amministrazione.  

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 24349/2011
Specialista convenzionato e pagamento dell'attività extra

Un medico specialista in odontoiatria propose appello avverso la sentenza del Tribunale di Ravenna che aveva respinto la sua domanda volta ad ottenere la declaratoria del diritto alla corresponsione dei compensi per prestazioni professionali varie svolte presso un Istituto penitenziario, a seguito di convenzione stipulata con il Ministero della Giustizia.
Il sanitario lamentava che il giudice di primo grado aveva erroneamente escluso il suo diritto ai compensi relativi a molte delle prestazioni professionali rese, ritenendole attività preliminari o consequenziali a quelle espletate per effetto della convenzione, laddove si trattava di attività spesso imprevedibili o indifferibili, non direttamente riconducibili alle voci del tariffario preso a riferimento dalla convenzione.
Lo specialista contestava anche il mancato accoglimento della domanda di arricchimento senza causa avanzata, in via subordinata, nei confronti dell'amministrazione.
l'azione di indebito arricchimento nei confronti della pubblica amministrazione, differisce da quella ordinaria, in quanto presuppone non solo il fatto materiale dell'esecuzione di un'opera o di una prestazione vantaggiosa per l'ente pubblico, ma anche il riconoscimento, da parte di questo, della utilità dell'opera o della prestazione. Tale riconoscimento può avvenire in maniera esplicita, cioè con un atto formale, oppure risultare in modo implicito da qualsiasi forma di utilizzazione dell'attività o dell'opera ricevuta. Nella specie, tuttavia, difetta lo stesso presupposto dell'azione e cioè la vantaggiosità dell'opera, fruita dalla popolazione carceraria senza alcun obbligo da parte dell'amministrazione di fornirla e dunque senza alcuna utilità ipoteticamente ravvisabile nel mancato ricorso ad ulteriori professionisti od interventi esterni a tal scopo, senza considerare, come rilevato dalla corte d'appello, che l'ulteriore attività dello specialista venne esplicitamente contestata dall'amministrazione.
 

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 22437/2011
Corretta la disparità di trattamento derivante dalla contrattazione collettiva

Secondo la sentenza n. 22437/2011 della Corte di Cassazione, è corretta una disparità retributiva derivante dal CCNL di categoria. Il principio di parità di trattamento economico è disposto dall'art. 45 del Dl n. 165/2001; esso vieta trattamenti individuali differenti ma può essere derogato dalla contrattazione collettiva. Quando la disparità retributiva è disposta dalla contrattazione e non dal datore di lavoro non si realizza un conflitto tra quest'ultimo e il lavoratore: è la conseguenza dell'autonomia negoziale delle parti collettive. È, quindi, legittima la norma di un contratto che prevede alcuni emolumenti migliorativi per alcuni dipendenti e non per altri, appartenenti allo stesso profilo professionale.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 22437/2011
Corretta la disparità di trattamento derivante dalla contrattazione collettiva

Secondo la sentenza n. 22437/2011 della Corte di Cassazione, è corretta una disparità retributiva derivante dal CCNL di categoria. Il principio di parità di trattamento economico è disposto dall'art. 45 del Dl n. 165/2001; esso vieta trattamenti individuali differenti ma può essere derogato dalla contrattazione collettiva. Quando la disparità retributiva è disposta dalla contrattazione e non dal datore di lavoro non si realizza un conflitto tra quest'ultimo e il lavoratore: è la conseguenza dell'autonomia negoziale delle parti collettive. È, quindi, legittima la norma di un contratto che prevede alcuni emolumenti migliorativi per alcuni dipendenti e non per altri, appartenenti allo stesso profilo professionale.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21817/2011
Formazione professionale continua - Riparto competenze tra Stato e Regione

In materia di formazione professionale continua degli operatori sanitari, gli artt. 16 e 16-quater del d.lgs. n. 502 del 1992, nel prevedere una ripartizione della potestà legislativa tra Stato e Regione, non attribuiscono alle ASL alcuna autonoma titolarità, limitandosi queste a partecipare in via strumentale, previo accreditamento presso gli enti preposti (Commissione regionale per la formazione continua, Re-gioni e Province), alla realizzazione del programma di educazione continua in medicina (ECM), la cui gestione amministrativa è stata attribuita - con l'art. 2 della legge n. 244 del 2007 - all'Agenzia per i servizi sanitari regionali. Ne consegue che non sussiste a carico delle ASL l'obbligo di predisporre ed organizzare corsi di aggiornamento e formazione per i propri medici, né, correlativamente, un diritto di questi ultimi di ottenere direttamente dall'ASL di appartenenza la promozione e l'organizzazione di tali attività, potendosi censurare la condotta dell'Azienda solo ove la stessa abbia, ingiustificatamente, impedito ai medici la partecipazione alle iniziative di formazione continua.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21817/2011
Formazione professionale continua - Riparto competenze tra Stato e Regione

In materia di formazione professionale continua degli operatori sanitari, gli artt. 16 e 16-quater del d.lgs. n. 502 del 1992, nel prevedere una ripartizione della potestà legislativa tra Stato e Regione, non attribuiscono alle ASL alcuna autonoma titolarità, limitandosi queste a partecipare in via strumentale, previo accreditamento presso gli enti preposti (Commissione regionale per la formazione continua, Re-gioni e Province), alla realizzazione del programma di educazione continua in medicina (ECM), la cui gestione amministrativa è stata attribuita - con l'art. 2 della legge n. 244 del 2007 - all'Agenzia per i servizi sanitari regionali. Ne consegue che non sussiste a carico delle ASL l'obbligo di predisporre ed organizzare corsi di aggiornamento e formazione per i propri medici, né, correlativamente, un diritto di questi ultimi di ottenere direttamente dall'ASL di appartenenza la promozione e l'organizzazione di tali attività, potendosi censurare la condotta dell'Azienda solo ove la stessa abbia, ingiustificatamente, impedito ai medici la partecipazione alle iniziative di formazione continua.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21439/2011
Subordinazione per direttore sanitario di struttura privata

Il direttore sanitario di una struttura privata, pur risultando di aver svolto l'attività a titolo di collaborazione professionale, impugnava il licenziamento nel frattempo intervenuto e chiedeva l'accertamento della natura subordinata del rapporto di lavoro con la condanna del datore di lavoro alle differenze retributive. Relativamente alla individuazione del rapporto di lavoro subordinato e alla distinzione di esso dal rapporto di lavoro autonomo, proprio con riferimento alla posizione del direttore sanitario di una clinica privata, è stato precisato che l'elemento caratterizzante è il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell'organizzazione aziendale, mentre altri elementi, quali l'assenza di rischio, la continuità della prestazione, l'osservanza di un orario e la forma della retribuzione, pur avendo natura meramente sussidiaria e non decisiva, possono costituire indici rivelatori della subordinazione, idonei anche a prevalere sull'eventuale volontà contraria manifestata dalla parti, ove incompatibili con l'assetto previsto dalle stesse. Anche la Corte di Cassazione, come i precedenti giudici di merito, ha ritenuto rigettare il ricorso proposto dal direttore sanitario.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21439/2011
Subordinazione per direttore sanitario di struttura privata

Il direttore sanitario di una struttura privata, pur risultando di aver svolto l'attività a titolo di collaborazione professionale, impugnava il licenziamento nel frattempo intervenuto e chiedeva l'accertamento della natura subordinata del rapporto di lavoro con la condanna del datore di lavoro alle differenze retributive.
Relativamente alla individuazione del rapporto di lavoro subordinato e alla distinzione di esso dal rapporto di lavoro autonomo, proprio con riferimento alla posizione del direttore sanitario di una clinica privata, è stato precisato che l'elemento caratterizzante è il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell'organizzazione aziendale, mentre altri elementi, quali l'assenza di rischio, la continuità della prestazione, l'osservanza di un orario e la forma della retribuzione, pur avendo natura meramente sussidiaria e non decisiva, possono costituire indici rivelatori della subordinazione, idonei anche a prevalere sull'eventuale volontà contraria manifestata dalla parti, ove incompatibili con l'assetto previsto dalle stesse.
Anche la Corte di Cassazione, come i precedenti giudici di merito, ha ritenuto rigettare il ricorso proposto dal direttore sanitario.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 18225/2011
Pensione e nomina a direttore generale

L'INPAP impugnava la sentenza della Corte d'appello di Bologna con la quale era stato condannato a pagare la somma di Euro 61.439,98 a titolo di differenza rispetto all'importo dell'indennità premio di fine servizio già liquidata. La differenza era stata rivendicata sulla premessa che il lavoratore, dipendente ASL, veniva collocato in aspettativa senza assegni a seguito della nomina a direttore amministrativo della stessa azienda e sul presupposto di aver diritto alla liquidazione dell'indennità premio di fine servizio sulla base dei compensi ricevuti per tale carica, nei limiti dei massimali di cui al d.lgs. n. 181 del 1997, art. 3, comma 7. Il servizio prestato da un dipendente di un ente locale a seguito di nomina a direttore generale, amministrativo e sanitario, è utile ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza e per esso le amministrazioni di appartenenza effettuano il versamento dei contributi previdenziali commisurati al trattamento economico corrisposto per l'incarico conferito. Ne consegue che la misura dell'indennità premio di fine servizio, dovuta al dipendente, si determina in relazione al trattamento retributivo fruito dal dipendente in relazione all'incarico. La Suprema Corte, ha rigettato il ricorso confermando la pronuncia del giudice d'appello sfavorevole all'Istituto previdenziale.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 18225/2011
Pensione e nomina a direttore generale

L'INPAP impugnava la sentenza della Corte d'appello di Bologna con la quale era stato condannato a pagare la somma di Euro 61.439,98 a titolo di differenza rispetto all'importo dell'indennità premio di fine servizio già liquidata.
La differenza era stata rivendicata sulla premessa che il lavoratore, dipendente ASL, veniva collocato in aspettativa senza assegni a seguito della nomina a direttore amministrativo della stessa azienda e sul presupposto di aver diritto alla liquidazione dell'indennità premio di fine servizio sulla base dei compensi ricevuti per tale carica, nei limiti dei massimali di cui al d.lgs. n. 181 del 1997, art. 3, comma 7.
Il servizio prestato da un dipendente di un ente locale a seguito di nomina a direttore generale, amministrativo e sanitario, è utile ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza e per esso le amministrazioni di appartenenza effettuano il versamento dei contributi previdenziali commisurati al trattamento economico corrisposto per l'incarico conferito. Ne consegue che la misura dell'indennità premio di fine servizio, dovuta al dipendente, si determina in relazione al trattamento retributivo fruito dal dipendente in relazione all'incarico.
La Suprema Corte, ha rigettato il ricorso confermando la pronuncia del giudice d'appello sfavorevole all'Istituto previdenziale.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 15740/2011
Il riposo compensativo non riduce l'orario di lavoro settimanale

Il dipendente in servizio di reperibilità passiva in giornate festive, che non abbia reso alcuna prestazione lavorativa, ha diritto al riposo compensativo, ma non anche alla riduzione dell'orario di lavoro settimanale: di conseguenza, è tenuto a recuperare le ore lavorative della giornata di riposo ridistribuendole nell'arco della settimana. È il principio espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza 15740/11. Un dipendente Asl porta in giudizio la datrice di lavoro chiedendone la condanna al risarcimento del danno da usura psico-fisica subito per il servizio di reperibilità passiva, cioè senza chiamata in servizio durante la disponibilità, prestato in giorni festivi per tre anni, senza fruire del riposo compensativo. La domanda è respinta, sia in primo che in secondo grado, e il lavoratore fa ricorso in cassazione. La Corte d'Appello ha riconosciuto che la normativa vigente attribuisce al lavoratore che presti servizio di pronta reperibilità durante giornate festive un diritto perfetto al riposo compensativo, senza che ciò comporti una riduzione dell'orario di lavoro settimanale, ma solo una diversa modulazione di questo.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 15740/2011
Il riposo compensativo non riduce l'orario di lavoro settimanale

Il dipendente in servizio di reperibilità passiva in giornate festive, che non abbia reso alcuna prestazione lavorativa, ha diritto al riposo compensativo, ma non anche alla riduzione dell'orario di lavoro settimanale: di conseguenza, è tenuto a recuperare le ore lavorative della giornata di riposo ridistribuendole nell'arco della settimana. È il principio espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza 15740/11.
Un dipendente Asl porta in giudizio la datrice di lavoro chiedendone la condanna al risarcimento del danno da usura psico-fisica subito per il servizio di reperibilità passiva, cioè senza chiamata in servizio durante la disponibilità, prestato in giorni festivi per tre anni, senza fruire del riposo compensativo.
La domanda è respinta, sia in primo che in secondo grado, e il lavoratore fa ricorso in cassazione. La Corte d'Appello ha riconosciuto che la normativa vigente attribuisce al lavoratore che presti servizio di pronta reperibilità durante giornate festive un diritto perfetto al riposo compensativo, senza che ciò comporti una riduzione dell'orario di lavoro settimanale, ma solo una diversa modulazione di questo.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 14850/2011
Specializzandi e indennità di rischio radiologico

Il Tribunale di Palermo rigettava la domanda di riconoscimento dell'indennità mensile di rischio radiologico, e del congedo biologico previsto per il personale esposto al rischio di radiazioni ionizzanti, proposta da alcuni medici, tutti iscritti alla scuola di specializzazione in radiologia istituita presso la facoltà di medicina e chirurgia.
La sentenza negativa veniva ribaltata in appello con favorevole riconoscimento della indennità e del congedo.
La Corte di Cassazione, innanzi alla quale la sentenza favorevole d'appello veniva impugnata, ha osservato che non si può assimilare la posizione di coloro i quali in ragione dei propri obblighi professionali sono costantemente (ovvero saltuariamente ovvero casualmente) impegnati in zone in cui vi sia pericolo di esposizione a radiazioni ionizzanti, alla posizione di coloro i quali, invece, nello svolgimento del tirocinio pratico, possono in qualche misura essere chiamati a prestare la propria attività in ambienti di tal genere. Ciò vale oltre che per la indennità mensile di rischio radiologico anche per quanto attiene al congedo aggiuntivo, che è beneficio riservato ad alcune categorie di lavoratori abitualmente operanti in zone in cui vi è il pericolo di esposizione a radiazioni ionizzanti e che non si può estendere puramente e semplicemente a chi alterna lo svolgimento di attività medica a fini di formazione professionale con la frequenza a corsi teorici per perfezionare la conoscenza di un certo settore della medicina.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso proposto dall'Università.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 13780/2011
Comportamento antisindacale dell'Azienda ospedaliera

Una Azienda ospedaliera chiedeva l'annullamento della sentenza d'appello con cui veniva confermata la natura antisindacale del comportamento da essa tenuto in occasione di uno sciopero generale per aver omesso di comunicare entro il termine fissato dalla norma contrattuale, i nominativi dei lavoratori che avrebbero dovuto garantire le prestazioni indispensabili.
Sussiste un interesse del sindacato che organizza uno sciopero a sapere come verrà risolto il problema delle garanzia delle prestazioni indispensabili e a conoscere i nomi dei lavoratori tenuti a garantirle ed esonerati dalla partecipazione allo sciopero (né può presumersi che il sindacato venga tempestivamente informato direttamente dai lavoratori che hanno dato la loro disponibilità al datore di lavoro, specialmente qualora questi lavoratori siano iscritti ad altre associazioni sindacali o non siano affiliati ad alcun sindacato). Tale interesse del sindacato è riconosciuto e tutelato dal contratto collettivo.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dalla Azienda ospedaliera.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 12812/2011
Periodo di ferie: necessario consenso Asl

Con ricorso d'urgenza un medico incaricato del Servizio di Emergenza Sanitaria Territoriale (EST), premesso che nel corso dell'anno 2000 non aveva usufruito di ferie e che erano state respinte due sue richieste avanzate in tal senso nell'anno 2001, chiese che fosse ordinato al datore di lavoro di farle godere, entro il 31 dicembre 2001, di 9 giorni di ferie relative all'anno 2001 e di 7 giorni di ferie relative al 2002, nei periodi da lei indicati.
La ASL si opponeva alla domanda e chiedeva che venisse dichiarata la illegittimità del comportamento unilaterale della ricorrente di porsi in ferie. Il Tribunale condannò la ASL alla concessione dei giorni di ferie residui per gli anni 2000 e 2001, dichiarò illegittimo il comportamento della dottoressa che si era posta in ferie senza autorizzazione.
Secondo la disciplina di cui al DPR n. 270 del 2000, accordo collettivo per i medici di medicina generale, dei 21 giorni di ferie complessivi spettanti, competa al medico la scelta di 11, mentre i residui 10 si usufruiscono su indicazione dell'azienda. Al medico compete dunque di "scegliere", ma non può poi prescindere dal previo consenso della ASL, giacché la norma fa riferimento solo alla "scelta" non alla "decisione”.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dalla dottoressa confermando le precedenti pronunce.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 12318/2011
Protrazione del lavoro oltre il sesto giorno

La prestazione effettuata nel settimo giorno consecutivo di lavoro esige, per la sua particolare onerosità, uno specifico compenso, che, trovando causa nello stesso rapporto di lavoro, ha natura retributiva e non risarcitoria o di indennizzo; alla sua determinazione - in mancanza di una espressa previsione del contratto collettivo - provvede il giudice sulla base di una motivata valutazione che tenga conto dell'onerosità della prestazione lavorativa. (Nella specie, relativa a personale ospedaliero impiegato in turni di sette giorni continuativi, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, alla stregua delle previsioni del c.c.n.l. 16 settembre 1995 applicabile, aveva escluso la previsione di ogni remunerazione per la gravosità dei turni, atteso che gli stessi giorni di riposo compensativo erano funzionali solo a riequilibrare, nell'arco del mese, il rapporto di lavoro rispetto alle pause e non ad attribuire riposi ulteriori, ed aveva, pertanto, riconosciuto una maggiorazione della retribuzione per l'attività svolta oltre il sesto giorno.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 12318/2011
Protrazione del lavoro oltre il sesto giorno

La prestazione effettuata nel settimo giorno consecutivo di lavoro esige, per la sua particolare onerosità, uno specifico compenso, che, trovando causa nello stesso rapporto di lavoro, ha natura retributiva e non risarcitoria o di indennizzo; alla sua determinazione - in mancanza di una espressa previsione del contratto collettivo - provvede il giudice sulla base di una motivata valutazione che tenga conto dell'onerosità della prestazione lavorativa. (Nella specie, relativa a personale ospedaliero impiegato in turni di sette giorni continuativi, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, alla stregua delle previsioni del c.c.n.l. 16 settembre 1995 applicabile, aveva escluso la previsione di ogni remunerazione per la gravosità dei turni, atteso che gli stessi giorni di riposo compensativo erano funzionali solo a riequilibrare, nell'arco del mese, il rapporto di lavoro rispetto alle pause e non ad attribuire riposi ulteriori, ed aveva, pertanto, riconosciuto una maggiorazione della retribuzione per l'attività svolta oltre il sesto giorno.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 10341/2011
Prescrizione indennità ferie non godute

Va riconosciuta all'indennità sostitutiva delle ferie non godute natura risarcitoria, e ciò in quanto essa è pur sempre correlata ad un inadempimento contrattuale del datore di lavoro, che obbliga quest'ultimo (quando l'adempimento in forma specifica sia divenuto impossibile) al risarcimento del danno, che comprende, in primo luogo, la retribuzione dovuta per il lavoro prestato nei giorni destinati alle ferie o al riposo (nonché la riparazione di eventuali ulteriori danni subiti dal lavoratore a seguito del mancato ristoro delle energie psicofisiche) e che soggiace alla prescrizione ordinaria decennale prevista dall'art. 2946 c.c., e non già a quella quinquennale ex art. 2947 c.c..

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 9347/2011
Accesso alla direzione di struttura complessa: i criteri vanno stabiliti preventivamente

La Corte di Cassazione, relativamente all'accesso al secondo livello dirigenziale per il personale medico del Servizio sanitario nazionale - dopo avere premesso che la procedura non ha carattere concorsuale e dopo avere anche precisato che il conferimento dell'incarico ha natura fiduciaria, ha poi affermato che la determinazione dei criteri generali volti a individuare le finalità cui deve essere destinato il colloquio e gli elementi di riferimento che devono essere oggetto del "curriculum" professionale, richiede la loro ulteriore puntualizzazione, in relazione allo specifico incarico da conferire, in via preventiva ad opera dell'azienda.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 9045/2011
Prestazione lavorativa e rapporto subordinato

Qualora si tratti di prestazione prettamente intellettuale, caratterizzata per il suo contenuto da ampi margini di autonomia decisionale,come nel caso di specie relativo al medico che prestava attività in favore di una struttura sanitaria, rilevano, oltre la sussistenza dell'essenziale criterio distintivo della subordinazione, intesa come assoggettamento del lavoratore al potere organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, anche elementi sussidiari quali la sottopozione ad un orario di lavoro predeterminato e le modalità di corresponsione del compenso.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8457/2011
Medici convenzionati e Ssn su un piano di parità

I rapporti tra i medici convenzionati e le ASL, disciplinati dalla Legge n. 833/1978 e dagli accordi collettivi nazionali, anche se costituiti per il soddisfacimento di finalità istituzionali del SSN, dirette a tutelare la salute pubblica, corrispondono a rapporti libero-professionali che si svolgono di norma su un piano di parità, non esercitando l'ente pubblico nei confronti del medico convenzionato alcun potere autoritativo, ad accezione di quello di sorveglianza, né potendo incidere unilateralmente sulle posizioni di diritto nascenti, per il professionista, dal rapporto di lavoro autonomo.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8458/2011
Ostetrica che esegue il taglio cesareo: licenziato il medico

La Corte d'Appello confermava la sentenza resa dal Tribunale dichiarativa della illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato al dirigente medico per aver consentito presso la sala parto del presidio ospedaliero, che una ostetrica effettuasse, con l'assistenza del medico, un intervento chirurgico di taglio cesareo e nell'aver eseguito un altro intervento chirurgico di taglio cesareo sempre con l'assistenza dell'ostetrica quale secondo operatore.
L'azienda, ricorrendo per la cassazione della sentenza d'appello, aveva sostenuto la violazione dell'art. 2119 c.c. e dell'art. 36, comma 2 del CCNL 5 dicembre 1996, osservando che la manifesta violazione delle regole della scienza medica e del regolamento ospedaliero relativo al reparto di ostetricia e ginecologia (che non consentivano di delegare funzioni proprie del personale medico ad altri e diversi ausiliari, a ciò non autorizzati, in assenza di particolari situazioni di urgenza, nel caso insussistenti) risultava essere di entità tale da legittimare il recesso per giusta causa.
La Cassazione ha affermato che deve ritenersi l'esistenza di una giusta causa di licenziamento, che implica la grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro, allorché il dipendente violi disposizioni legali e regolamentari che regolano l'esecuzione della prestazione e che sono volte a garantire la qualità e l'affidabilità del servizio erogato dal datore di lavoro e a proteggere il diritto alla salute degli utenti del servizio stesso.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8232/2011
No al medico convenzionato in servizio fino a 72 anni

Nel sistema del D.P.R. 28 luglio 2000, n. 270, recante il regolamento di esecuzione dell'accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale e dell'accordo collettivo nazionale del 2005 per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, ai sensi del d.lgs. n. 502 de 1992, art. 8 non operava per questi ultimi la facoltà di prosecuzione del rapporto convenzionale per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età previsti dagli accordi suddetti per la cessazione del rapporto convenzionale, facoltà prevista dal d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 503, art. 16 in favore dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici ed estesa al personale medico a rapporto convenzionale con disposizione la cui efficacia è stata successivamente sospesa.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4677/2011
Pensioni di invalidità: va calcolato anche il reddito del coniuge

Conta anche il reddito del coniuge per l'assegnazione della pensione di inabilità agli invalidi civili assoluti. Lo chiarisce la Cassazione, Sezione lavoro, con la sentenza n. 4677. La pronuncia sposa in maniera decisa l'orientamento più favorevole a Inps e ministero dell'Economia, che avevano prevalso anche in appello, ma va registrato che in Cassazione si è espressa anche un'interpretazione di segno diverso, tanto da fare pensare a un possibile intervento delle Sezioni unite. Intanto, la sentenza contesta la tesi avanzata dalla difesa secondo cui la legge n. 33 del 1980 impedisce la sopravvivenza per la sola pensione delle disposizione sul cumulo. Inoltre, sul piano costituzionale, la Cassazione ricorda alcune pronunce della Consulta che attribuivano comunque alla discrezionalità del legislatore l'individuazione degli strumenti idonei a realizzare una uniformità di trattamento tra i livelli di reddito da cui fare discendere lo stato di bisogno delle persone che hanno diritto a ricevere prestazioni di natura assistenziale. Neppure decisive, nella lettura della Cassazione, sono le affermazioni fatte in alcune sentenze della Corte costituzionale favorevoli all'equiparazione tra pensione di inabilità e assegno mensile ai parzialmente invalidi nel segno della rimozione dell'ostacolo del reddito del coniuge. Si tratta di affermazioni incidentali in sentenze che riguardavano altre norme.  

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4688/2011
Pronta disponibilità non ha ricadute psicofisiche sul dipendente

All'obbligo di mera disponibilità ad una eventuale prestazione non può attribuirsi una idoneità ad incidere sul tessuto psicofisico del lavoratore tale da configurare una violazione di norme generali. Il compenso per l'obbligo di pronta disponibilità non seguito da effettiva attività lavorativa non può che essere lasciato alla contrattazione collettiva.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4677/2011
Pensioni di invalidità: va calcolato anche il reddito del coniuge

Conta anche il reddito del coniuge per l'assegnazione della pensione di inabilità agli invalidi civili assoluti. Lo chiarisce la Cassazione, Sezione lavoro, con la sentenza n. 4677. La pronuncia sposa in maniera decisa l'orientamento più favorevole a Inps e ministero dell'Economia, che avevano prevalso anche in appello, ma va registrato che in Cassazione si è espressa anche un'interpretazione di segno diverso, tanto da fare pensare a un possibile intervento delle Sezioni unite. Intanto, la sentenza contesta la tesi avanzata dalla difesa secondo cui la legge n. 33 del 1980 impedisce la sopravvivenza per la sola pensione delle disposizione sul cumulo.
Inoltre, sul piano costituzionale, la Cassazione ricorda alcune pronunce della Consulta che attribuivano comunque alla discrezionalità del legislatore l'individuazione degli strumenti idonei a realizzare una uniformità di trattamento tra i livelli di reddito da cui fare discendere lo stato di bisogno delle persone che hanno diritto a ricevere prestazioni di natura assistenziale. Neppure decisive, nella lettura della Cassazione, sono le affermazioni fatte in alcune sentenze della Corte costituzionale favorevoli all'equiparazione tra pensione di inabilità e assegno mensile ai parzialmente invalidi nel segno della rimozione dell'ostacolo del reddito del coniuge. Si tratta di affermazioni incidentali in sentenze che riguardavano altre norme.
 

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4274/2011
Demansionamento da provare

Qualora nel corso del giudizio di merito vengano espletate più consulenze tecniche in tempi diversi con risultati difformi, il giudice può seguire il parere che ritiene più congruo o discostarsene, dando tuttavia adeguata e specifica giustificazione del suo convincimento; in particolare, anche quando intenda uniformarsi alla seconda consulenza, non può limitarsi ad una adesione acritica ma deve giustificare la propria preferenza indicando le ragioni per cui ritiene di disattendere le conclusioni del primo consulente. In sostanza, nel caso di più consulenze contrastanti, il giudice deve dare adeguato conto del suo convincimento, indicando le ragioni per cui ritiene di disattendere una delle due in tutto o in parte. Resta in ogni caso fermo il consolidato orientamento secondo cui, in caso di accertamenti di inabilità lavorativa tramite CTU il difetto di motivazione, denunciabile in cassazione, della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d'ufficio è ravvisabile in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nella omissione degli accertamenti strumentali dai quali secondo le predette nozioni non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura anzidetta costituisce mero dissenso diagnostico non attinente a vizi del processo logico formale traducendosi, quindi, in un'inammissibile critica del convincimento del giudice.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 2459/2011
Dirigenza medica: retribuzione di posizione e di risultato

La struttura del trattamento accessorio rivela che la retribuzione di posizione riflette il livello di responsabilità attribuito con l'incarico di funzione, e la retribuzione di risultato corrisponde all'apporto del dirigente in termini di produttività o redditività della sua prestazione. La retribuzione di posizione denota, quindi, attraverso il collegamento al livello di responsabilità, lo specifico valore economico di una determinata posizione dirigenziale.
Indennità di posizione e indennità di risultato, rappresentano, quindi, strumenti di differenziazione e di flessibilità del trattamento economico con funzione incentivante.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 1952/2011
Illegittimità del licenziamento disciplinare

Sia il Tribunale che la Corte d'appello confermavano la illegittimità del licenziamento intimato alla dipendente di un Casa di Cura ed intimato per motivi disciplinari, condannandola alla reintegrazione e al risarcimento.
Il licenziamento faceva seguito a due contestazioni disciplinari , la prima, per un presunto mancato rispetto dell'orario di lavoro assegnato, la seconda, nella mancata adozione da parte della lavoratrice, quale responsabile del laboratorio di analisi, di qualsiasi misura idonea ad ovviare alle conseguenze del difettoso funzionamento di un apparecchio da utilizzare per l'esecuzione di alcune analisi necessarie per l'effettuazione di un intervento chirurgico già programmato per il giorno successivo.
La Corte di Cassazione, nel confermare il giudizio di primo e secondo grado, ha affermato che per stabilire in concreto l'esistenza di una giusta causa di licenziamento, che deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro, ed in particolare di quello fiduciario, occorre valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi ed all'intensità dell'elemento intenzionale, dall'altro la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, stabilendo se la lesione dell'elemento fiduciario su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro sia in concreto tale da giustificare o meno la massima sanzione disciplinare.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 65/2011
Collegato lavoro: limiti agli indennizzi retroattivi

 Limitata l'applicazione retroattiva dei nuovi parametri per le sanzioni introdotte dal collegato lavoro in caso di nullità del termine apposto al contratto.

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