Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 29817/2008
Sottoutilizzazione e rotazione degli incarichi

La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di risarcimento avanzata da un dirigente medico che riteneva aver subito da parte dell'Azienda una illegittima sottoutilizzazione lavorativa tale da determinare un malessere psico-fisico.
I giudici hanno chiarito che la normativa codicistica sui rapporti di lavoro subordinato nell'impresa (rapporti chiaramente privati) si applica ai rapporti di lavoro pubblico privatizzato “in quanto compatibili con la specialità del rapporto e con il perseguimento degli interessi generali nei termini definiti dal decreto” e, quindi, pone una decisiva limitazione per l'applicabilità della "normativa generale" ai "rapporti speciali" con essenziale riferimento alla compatibilità con la specialità, appunto, del rapporto che deve essere correttamente verificata in sede interpretativa ed applicativa.
La rilevanza del principio della "rotazione degli incarichi dirigenziali" - con cui il legislatore ha inteso perseguire il fine di evitare la cristallizzazione degli incarichi anzidetti e, nel contempo, di arricchire le doti culturali e professionali dei dirigenti interessati mediante lo scambio di esperienze e attività comprova l'incompatibilità del sistema improntato al cennato principio con quello caratterizzato dal principio di cui all'art. 2103 c.c., sulla "equivalenza delle mansioni" e conferma l'inapplicabilità della norma codicistica al dirigente nell'ambito del rapporto di lavoro pubblico privatizzato.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 28714/2008
La verifica migliora la Sanità

La funzione della verifica, avuto riguardo in particolare al dirigente con incarico di direzione di struttura complessa, è quella di assicurare alla struttura sanitaria e quindi ai fruitore della stessa, oltre la specifica competenza professionale anche il corretto espletamento del servizio e la realizzazione dell'appropriatezza degli interventi con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche e riabilitative nonché l'efficace ed efficiente gestione delle risorse attribuite.
La verifica, quindi, rappresenta lo strumento per assicurare il miglior funzionamento della struttura sanitaria e soprattutto è funzionale alla salvaguardia della salute pubblica perché attraverso siffatto strumento si tende ad assicurare al cittadino una "buona sanità".
L'esito positivo delle verifiche costituisce condizione per il conferimento o la conferma degli incarichi di maggior rilievo, professionali o gestionali.
Considerata la ratio legis, gli eventuali vizi procedurali o formali di una verifica con esito negativo non sono in grado di escluderne gli effetti e la conferma dell'incarico, salvo il diritto al risarcimento del danno.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 27477/2008
Reperibilità remunerata

La reperibilità si configura come una prestazione strumentale e accessoria, qualitativamente diversa dalla prestazione di lavoro e consiste nell'obbligo del lavoratore di porsi in condizione di essere prontamente rintracciato in vista di una eventuale prestazione lavorativa. Pertanto, non equivalendo ad una effettiva prestazione lavorativa, il servizio di reperibilità svolto nel giorno destinato al riposo settimanale limita soltanto, senza escluderlo del tutto, il godimento del riposo stesso e comporta il diritto ad un particolare trattamento economico aggiuntivo (applicato nel caso specifico) stabilito dalla contrattazione collettiva o, in mancanza, determinato dal Giudice.
I lavoratori peraltro, neppure possono sostenere di aver subito un danno da usura psico-fisica in conseguenza del mancato recupero. Nei giorni festivi, infatti, essi non hanno svolto alcuna attività lavorativa e l'eventuale godimento del riposo compensativo non li esimeva comunque dall'obbligo di prestare 36 ore di lavoro settimanali. D'altro canto all'obbligo di mera disponibilità ad una eventuale prestazione non può attribuirsi una idoneità ad incidere sul tessuto psicofisico tale da configurare una violazione di norme generali.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 27481/2008
Rapporto di lavoro specializzandi

Il rapporto tra i laureati specializzati e specializzandi presso strutture universitarie o reparti di aziende ospedaliere e ASL in forza di convenzione tra l'Università e le dette strutture sanitarie, non è inquadrabile nell'ambito del rapporto di lavoro subordinato né rientra tra le ipotesi della cosiddetta parasubordinazione, non potendo essere ravvisata una relazione sinallagmatica di scambio tra la suddetta attività e gli emolumenti previsti dalla legge.
I suddetti emolumenti - destinati a sopperire alle esigenze materiali per l'impegno a tempo pieno posto dagli interessati nell'attività rivolta alla loro formazione - considerati dalla legge come borse di studio (d.lgs. 8 agosto 1991, n. 257, art. 6, che ha dato attuazione alla direttiva CEE n. 76 del 26 gennaio 1982), non costituiscono il corrispettivo delle prestazioni svolte. Prestazioni che non sono rivolte ad un vantaggio per l'Università, ma alla formazione teorica e pratica degli stessi specializzandi, ai quali alla fine del corso viene rilasciato un attestato ed un titolo abilitante.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 26239/2008
Perde il posto chi si fa timbrare il cartellino

Perde il posto di lavoro il dipendente che timbra il cartellino di un altro, alterando così la certificazione delle presenze. Questa la linea dura scelta dalla Cassazione che giustifica il licenziamento di un impiegato in un caso del genere, anche se all'azienda non deriva “un danno economico”. L'espulsione dell'impiegato è motivata dalla “lesione dei doveri di lealtà” da parte del dipendente nei confronti dell'azienda.
In questo modo la sezione Lavoro della Suprema Corte, con la sentenza numero 26239, ha confermato il licenziamento di una dipendente di una  clinica di Torino che, per fare un favore a una collega in ritardo, aveva timbrato il suo cartellino. Immediato il licenziamento disciplinare da parte della clinica nel maggio del 2003. Il provvedimento era stato convalidato dal Tribunale di Torino e dalla Corte d'Appello del capoluogo piemontese, nel luglio del 2005.
Inutilmente la difesa aveva tentato di ottenere una sanzione minore, sottolineando che “non c'è stato danno economico per l'azienda” dal momento che la dipendente “favorita” si era comunque presentata al lavoro, sebbene con un po' di ritardo. La Suprema Corte, con la sentenza 26239, ha invece sottolineato che quello del “danno economico” è soltanto uno dei criteri che giustifica il licenziamento. Un altro motivo è “la violazione dei doveri di lealtà” da parte del lavoratore.
In questo senso, scrivono i giudici della Cassazione, “la decisione dei magistrati di merito appare logica e coerente perché motivata con la lesione del vincolo fiduciario indipendentemente dal danno economico per la società”. La Corte conclude sottolineando che timbrare il cartellino al posto di un collega “è un comportamento grave” che giustifica il licenziamento.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 25569/2008
Chemio: più limiti per l'accompagno

L'indennità di accompagnamento, prevista dall'art. 1 L. 18/1980, è attribuita ai mutilati ed invalidi civili totalmente inabili per affezioni fisiche o psichiche, nei cui confronti le apposite commissioni sanitarie abbiano accertato che si trovano nella impossibilità di deambulare senza l'aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita, abbisognano di un'assistenza continua.
Benché la lettera dell'ultimo comma del suddetto articolo escluda il diritto all'indennità per i soggetti che siano ricoverati gratuitamente in istituto di cura, secondo la giurisprudenza della Suprema Corte, avuto conto della ratio della norma, l'indennità può essere attribuita anche in caso di ricovero in ospedale pubblico, purché la parte interessata dimostri che le prestazioni assicurate dall'Ospedale medesimo non esauriscano tutte le forme di assistenza di cui il paziente necessita per la vita quotidiana (Cass. Civ. 2770/2007).
In particolare per quanto riguarda i soggetti sottoposti a trattamenti chemioterapici non può tuttavia adottarsi una soluzione astratta che escluda ovvero, al contrario, attribuisca di per sé il diritto all'indennità. Piuttosto si deve esaminare caso per caso se la sottoposizione a cicli di chemio comporti, per gli alti dosaggi e per i loro effetti sul singolo paziente, anche per il tempo limitato della terapia, le condizioni previste dall'art. 1 legge 11 febbraio 1980 n. 18.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 24407/2008
Il clamore di un indagine non giustifica il licenziamento del dirigente medico

Il dipendente può esser licenziato per fatti che costituiscono reato anche prima che la sua colpevolezza sia accertata in sede penale. Tuttavia la sola circostanza che egli sia indagato per un grave reato e l'indagine abbia suscitato clamore non può integrare giusta causa di licenziamento, in applicazione dei principi di garanzia derivanti dagli artt. 24 e 27 Cost., i quali assumono ancora maggior rilievo quando si tratti di reati commessi al di fuori del rapporto di lavoro e addirittura prima della sua costituzione, essendo molto difficile che, in tali casi, il datore di lavoro abbia elementi per valutare la fondatezza delle accuse.
Il principio di non colpevolezza fino alla condanna definitiva, sancito dalla Carta Costituzionale, concerne le garanzie relative all'attuazione della pretesa punitiva dello Stato, e non può quindi applicarsi, in via analogica o estensiva, all'esercizio da parte del datore di lavoro della facoltà di recesso per giusta causa in ordine ad un comportamento del lavoratore che possa altresì integrare gli estremi del reato, se i fatti commessi siano di tale gravità da determinare una situazione di improseguibilità, anche provvisoria, del rapporto, senza necessità di attendere la sentenza definitiva di condanna. Ma deve anche ricordarsi che  il giudice davanti al quale sia impugnato un licenziamento disciplinare intimato per giusta causa a seguito del rinvio a giudizio del lavoratore con l'imputazione di gravi reati potenzialmente incidenti sul rapporto fiduciario - ancorché non commessi nello svolgimento del rapporto - deve accertare l'effettiva sussistenza dei fatti riconducibili alla contestazione, idonei ad evidenziare, per i loro profili soggettivi ed oggettivi, l'adeguato fondamento di una sanzione disciplinare espulsiva, mentre non può ritenere integrata la giusta causa di licenziamento sulla base del solo fatto oggettivo del rinvio a giudizio del lavoratore e di una ritenuta incidenza di quest'ultimo sul rapporto fiduciario e sull'immagine dell'azienda.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza n. 22059/2008
Calcolo indennità di sala operatoria

Benché il datore di lavoro nel giudizio avesse sostenuto che un impegno medio di non più di trenta minuti al giorno in sala operatoria non desse diritto all'indennità pretesa (cd. Indennità di sala operatoria), in sentenza si è affermato che priva di fondamento sarebbe una siffatta tesi difensiva, sul rilievo che la clausola collettiva richiedeva soltanto l'espletamento di "funzioni infermieristiche nell'ambito degli interventi di sala operatoria", collegando il diritto all'indennità alla funzione e non al "carattere stremante" dell'attività.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 22858
Bastano pochi mesi per dire di essere stati mobbizzati

Anche chi è stato vessato per pochi mesi può ottenere il risarcimento del danno da mobbing.
Le battute grossolane da parte del datore sul dipendente possono pesare su un'eventuale valutazione del giudice chiamato a riconoscere il ristoro.
Il datore di lavoro deve sempre vigilare e intervenire quando un lavoratore vessi un sottoposto.

 

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza n. 22880/2008
L'inattività imposta dequalifica il chirurgo

Se l'ASL trasferisce il medico – con le mansioni di primario chirurgo – presso un altro ospedale, attribuendogli le mansioni di primario di pronto soccorso, ne de-riverà un danno risarcibile da dequalificazione, rientra infatti nella comune espe-rienza, senza bisogno di prove, che per l'attività del chirurgo è essenziale una adeguata manualità, e che la relativa professionalità decade se non viene eser-citata. L'inattività è pregiudizievole alla professionalità del chirurgo, che, come quella dei musicisti e gli sportivi, necessita di una continua pratica

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Corte di Cassazione - sezione Lavoro - Sentenza n. 22059
E' legittimo trasferire un lavoratore in altra sede se si creano dissapori con i colleghi
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 20581/2008
L'anzianità va riferita esclusivamente al lavoro subordinato

L'accordo di interpretazione autentica del 12 luglio 2002 del c.c.n.l. 8 giugno 2000 dell'area della dirigenza medica e veterinaria del servizio sanitario nazionale, benché estraneo al comparto sanità e non avendo espressamente ad oggetto la nozione contrattuale di "esperienza professionale" dei periodi di lavoro svolti in regime di convenzione anteriormente alla costituzione del rapporto di pubblico impiego, fornisce utili elementi interpretativi - autonomamente e direttamente interpretabili dalla Corte di cassazione ai sensi dell'art. 63, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001 ancorché non abbiano formato oggetto di censure da parte del ricorrente - per ricomprendervi le attività maturate nell'ambito dello svolgimento di un rapporto di lavoro subordinato atteso che, ai fini della corresponsione dell'indennità di esclusività (regolata dagli artt. 5 e 12 del citato contratto collettivo), considera valida esclusivamente l'esperienza professionale acquisita in qualità di dirigente del servizio sanitario nazionale, senza soluzioni di continuità, presso aziende od enti del comparto sanità di cui al c.c.n.l. 2 giugno 1998. Conseguentemente, il riferimento all'anzianità "con rapporto di lavoro a tempo determinato ed indeterminato" va riferito esclusivamente al lavoro subordinato, tanto più che il lavoro autonomo convenzionato, pur comportando una esperienza professionale nel settore della sanità, non è compreso nella nozione di "comparto", che riguarda i contratti collettivi stipulati per la disciplina dei rapporti di lavoro subordinato.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 17055/2008
Straordinario in ambito ASL di appartenenza.

La questione circa la qualificazione e retribuzione della ulteriore attività medico chirurgica prestata per circa un anno e mezzo, su incarico della direzione sanitaria di appartenenza, presso il pronto soccorso di un presidio ospedaliero appartenente alla medesima ASL, ma diverso da quello di assegnazione, retribuita e qualificata dalla ASL come straordinario e dal medico ritenuta attività libero-professionale esercitata intramoenia, come tale da retribuire col maggior compenso per essa stabilito, va risolta tenendo conto che anche detta attività - resa al di fuori dell'orario di lavoro - può essere qualificata dallo "svolgimento di compiti inerenti i fini istituzionali all'interno dell'azienda o ente" mentre il lavoro richiesto oltre l'orario normale contrattuale non è nella norma necessariamente limitato a quello relativo al singolo reparto o al singolo presidio di pertinenza dell'ASL di appartenenza.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 16207/2008
Abuso di congedo parentale. Giusta causa di recesso

L'utilizzazione del congedo parentale, di cui all'art. 32 del d.lgs. n. 151 del 2001, per lo svolgimento di una diversa attività lavorativa configura un abuso per sviamento della funzione propria del diritto ed è idoneo ad essere valutato dal giudice ai fini della sussistenza di una giusta causa di licenziamento.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza n. 16035/2008
Vi è un diritto del medico al trasferimento per motivi di studio?

In ordine alla questione del diritto del medico al trasferimento in una determinata sede di lavoro idonea a consentirgli la frequenza di una scuola di specializzazione, il problema è stabilire se la configurazione di tale interesse in termini di diritto comporti anche lo strumentale e diverso diritto ad ottenere la sede di lavoro necessaria per la suddetta frequenza.Ha osservato la Corte che nessuno dei testi legislativi e contrattuali invocati dal sanitario ha offerto supporto alla tesi secondo cui l'amministrazione sanitaria datrice di lavoro deve consentire il necessario aggiornamento mediante determinazioni che riguardino anche la sede di lavoro del dipendente, a prescindere dalla valutazione del proprio interesse organizzativo, interesse assistito dall'art. 97 della Costituzione. Consegue il rigetto del ricorso anche relativamente a detto motivo.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza n.12325/2008
Anche i privati ai vertici delle Asl.

L'art. 3 bis del D.Lgs. n. 502 del 1992, prevede che "la nomina a direttore generale, amministrativo e sanitario determina per i lavoratori dipendenti il collocamento in aspettativa senza assegni e il diritto al mantenimento del posto. L'aspettativa è concessa entro sessanta giorni dalla richiesta. Il periodo di aspettativa è utile ai fini del trattamento di quiescenza e di previdenza. Le amministrazioni di provenienza provvedono ad effettuare il versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali comprensivi delle quote a carico dei dipendenti...e a richiedere il rimborso di tutto l'onere da esse complessivamente sostenuto all'unità sanitaria locale o all'azienda ospedaliera interessata, la quale procede al recupero della quota a carico dell'interessato".
La norma introdotta nel 1999 unifica il trattamento dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, nominati dirigenti dalle aziende sanitarie, entrambi titolari dei diritti soggettivi all'aspettativa non retribuita ed alla contribuzione previdenziale.
La contraria interpretazione, resa dal giudice d'appello, secondo cui "amministrazioni di provenienza" significherebbe soltanto amministrazioni pubbliche, è errata perché fondata su un elemento letterale non significativo. In realtà detta espressione normativa significa non già pubbliche amministrazioni bensì tanto enti pubblici quanto imprese private datrici di lavoro.

 

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Corte di Cassazione - sezione Lavoro - sentenza n. 16207/2008
Stretta sui congedi parentali

Il lavoratore non può usufruire per contribuire alle esigenze organizzative della famiglia ma solo per la cura diretta dei figli.

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 9814/2008
Conferimento incarichi

In tema di impiego pubblico privatizzato, nell'ambito del quale anche gli atti di conferimento di incarichi dirigenziali rivestono la natura di determinazioni negoziali assunte dall'amministrazione con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro, le norme contenute nell'art. 19, comma 1 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, obbligano l'amministrazione datrice di lavoro al rispetto dei criteri di massima in esse indicati, anche per il tramite delle clausole generali di correttezza e buona fede (art. 1175 e 1375 cod. civ.), applicabili alla stregua dei principi di imparzialità e di buon andamento di cui all'art. 97 Cost.. Tali norme obbligano la P.A. a valutazioni anche comparative, all'adozione di adeguate forme di partecipazione ai processi decisionali e ad esternare le ragioni giustificatrici delle scelte; laddove, pertanto, l'amministrazione non abbia fornito nessun elemento circa i criteri e le motivazioni seguiti nella scelta dei dirigenti ritenuti maggiormente idonei agli incarichi da conferire, è configurabile inadempimento contrattuale, suscettibile di produrre danno risarcibile (Nella specie la S.C., correggendo la motivazione della corte territoriale, la quale aveva impropriamente fatto richiamo alle disposizioni di cui al DPR 30 luglio 1999, n. 286, concernente esclusivamente la valutazione di professionalità dei dirigenti, ha ritenuto non conforme ai precetti di buona fede e correttezza il comportamento della P.A. che, dopo aver soppresso due posizioni dirigenziali, nell'ambito di un processo di ristrutturazione di una direzione regionale, non aveva poi fornito, neppure in giudizio, alcuna prova circa i criteri e le motivazioni relative al conferimento dei nuovi incarichi dirigenziali).

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza n. 5749/2008
Assistente alla poltrona licenziata nel periodo di gravidanza. Risarcimento del danno.

Il divieto di licenziamento di cui alla L. n. 1204 del 1971, art. 2 opera in connessione con lo stato oggettivo di gravidanza o puerperio e, pertanto, il licenziamento intimato nonostante il divieto - che è affetto da nullità a seguito della pronuncia della Corte Cost. n. 61 del 1991 - comporta, anche in mancanza di tempestiva richiesta di ripristino del rapporto e ancorché il datore di lavoro sia inconsapevole dello stato della lavoratrice, il pagamento delle retribuzioni successive alla data di effettiva cessazione del rapporto, le quali maturano a decorrere dalla presentazione della certificazione attestante lo stato di gravidanza, ai sensi del D.P.R. n. 1026 del 1976, art. 4 –.

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Corte di Cassazione - Sentenza n. 7600/2008
Non si può licenziare un lavoratore che si assenta dal posto di lavoro senza chiedere il permesso.
Corte di Cassazione - Sentenza n. 6662/2008
Maggiore retribuzione per lavoro domenicale

La Suprema Corte ha affermato che al lavoratore che per legittime esigenze aziendali ha prestato lavoro nel giorno di domenica, deve essere riconosciuto, a titolo indennitario, il diritto a una maggiore retribuzione per la maggiore penosità del lavoro domenicale.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 2610/2008
Prestazione effettuata nel settimo giorno consecutivo di lavoro

La prestazione effettuata nel settimo giorno consecutivo di lavoro esige, per la sua particolare onerosità, specifico compenso, da differenziarsi dal pur spettante compenso per il lavoro prestato nel giorno di domenica, e che non si esaurisce in un distinto giorno di riposo dopo il settimo giorno consecutivo di lavoro. Ove manchi espressa previsione nella norma collettiva, il giudice, sulla base d'una motivata valutazione che tenga conto dell'onerosità della prestazione lavorativa, determina la misura del compenso applicando, come parametro, eventuali forme di retribuzione normativamente previste per istituti affini, quale il compenso del lavoro domenicale o altro.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 2610/2008
Prestazione effettuata nel settimo giorno consecutivo di lavoro

La prestazione effettuata nel settimo giorno consecutivo di lavoro esige, per la sua particolare onerosità, specifico compenso, da differenziarsi dal pur spettante compenso per il lavoro prestato nel giorno di domenica, e che non si esaurisce in un distinto giorno di riposo dopo il settimo giorno consecutivo di lavoro. Ove manchi espressa previsione nella norma collettiva, il giudice, sulla base d'una motivata valutazione che tenga conto dell'onerosità della prestazione lavorativa, determina la misura del compenso applicando, come parametro, eventuali forme di retribuzione normativamente previste per istituti affini, quale il compenso del lavoro domenicale o altro.

Corte di Cassazione - Ordinanza n. 1563/2008
Il diritto alla salute va garantito anche all'estero.

 La S.C. ha dichiarato rilevante, e non manifestamente infondata, in relazione all'art.3 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art.3 comma 5 della legge n.595 del 1985 (come integrato dagli artt. 2 e 7 del d.m. 3 novembre 1989 e dall'art.2 del d.m. 13 maggio 1993), nella parte in cui, riconoscendo il diritto alla fruizione in forma indiretta di prestazioni assistenziali per cittadini italiani all'estero presso centri di altissima specializzazione, esclude tale assistenza per prestazioni ottenute all'estero, in strutture diverse dai suddetti centri, quando tali prestazioni siano rese indispensabili da comprovate ragioni di gravità ed urgenza. Per la S.C., la lesione dei beni costituzionalmente protetti si prospetta negli stessi termini sia quando la patologia possa essere curata solo all'estero, grazie all'altissima specializzazione della struttura ivi operante, sia quando la patologia, insorta all'estero, possa essere curata solo ove è sorta (anche in strutture non di altissima specializzazione) e non tolleri un differimento delle terapie necessarie, sia pure con un rapido rientro in patria, apparendo priva di giustificazione, e non conforme al canone di ragionevolezza, una normativa che limiti l'assistenza indiretta alle ipotesi di ricovero all'estero nei centri di altissima specializzazione e la neghi, invece, per le terapie urgenti in strutture diverse, quando, pur per ragioni differenti che impongono la cura all'estero, sia identica la minaccia al bene costituzionalmente protetto, e questo possa essere garantito alle stesse condizioni, con i medesimi limiti e le medesime modalità già stabiliti per le ipotesi contemplate dalla normativa denunciata.

 

 

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