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La richiesta di Anaao Assomed: «I medici hanno bisogno dello scudo penale, dopo l’emergenza Covid-19 più che mai». Intervista a Gabriele Gallone SANITA' 360°

Responsive image Lo storico sindacato si fa portavoce di una richiesta antica ma tornata tristemente d’attualità durante la pandemia, ovvero offrire uno “scudo penale” ai medici, tanto mitizzati durante il lockdown: «Basta chiamarci eroi, piuttosto non lasciateci soli nelle battaglie»

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Infermieri e medici sono diventati gli eroi degli ultimi mesi. Il loro coraggio, la loro dedizione e la loro professionalità hanno confortato gli italiani contagiati o spaventati dal Covid-19. Ovunque applausi simbolici, vignette che li ritraevano come supereroi, messaggi di ringraziamento. Giusto riconoscere il valore ma, dicono i medici stessi, non c’è bisogno di mitizzare: hanno fatto il loro lavoro, non è questione di eroismo. E c’è anche chi rifiuta questo immaginario con ancora più forza, denunciando come ad una vicinanza dei cittadini non corrisponda una vicinanza legale e nelle battaglie intraprese. Ne abbiamo parlato con il dott. Gabriele Gallone, Segretario Organizzativo Nazionale dell’ANAAO, sindacato che riunisce al suo interno oltre 22 mila medici e con una storia lunga oltre 60 anni. 

Perché rifiuta questa visione dei “medici eroi”? 
È una narrativa che a noi non è mai piaciuta. Certo fa piacere vedere della solidarietà, ma fino al giorno prima venivamo attaccati non solo singolarmente ma anche come categoria, noi come anche le forze di polizia, i dipendenti pubblici, gli insegnanti e via dicendo. Ultimamente vediamo che molte più persone sono ostili e anche aggressive, non sanno accettare la realtà, le situazioni estremamente difficili in cui lavoriamo. Quindi quando è nata questa iniziativa dell’applauso e la narrativa dell’eroe io personalmente ero molto molto infastidito, così come molti miei colleghi. 

Una vicinanza nel momento del bisogno ed effimera e volatile quindi..
Sì, in alcuni casi azzarderei dire anche ipocrita. Noi apprezziamo il sostegno negli atti concreti, non in quelli simbolici come l’illuminazione dedicata del Pirellone. Ed è proprio negli atti concreti che crolla il castello di carte. E per atti concreti intendo le battaglie per i sanitari che sono stati senza contratto di lavoro per dieci anni, o il fatto che dopo tutti i decessi che abbiamo registrato all’interno della nostra categoria professionale abbiamo ricevuto in cambio quella che si può definire solo come elemosina. Quello che abbiamo vissuto in questa fase storica è inspiegabile, davvero difficile da raccontare e spiegare, non basta dirci che siamo “eroi”. Sentirlo dire da chi non ha rinnovato i contratti, non ha modificato le leggi e ci perseguita legalmente per le nostre decisioni, è insopportabile.  Noi chiediamo che ci si schieri dalla nostra parte quando torneremo a chiedere salari equi, fondi, garanzie sul lavoro, contratti non precari, aiuti per i neolaureati e specializzati e assistenza legale. 

In questo caso siete tornati a chiedere a gran voce lo scudo penale per i medici. Perché l’Italia ne ha bisogno? 
È importante capire che non stiamo chiedendo l’immunità. Basta guardare a ciò che avviene negli altri Paesi. Per casi che rasentano il dolo o una certa gravità, è giusto e importante avviare indagini e punire chi è colpevole. Il problema è che negli altri Paesi, quando un medico sbaglia, perché essendo umano può succedere che commetta un errore, lo Stato garantisce per lui. In questo modo il medico, che si espone ad un rischio di errore più alto della media e soprattutto ad un livello di conseguenze legate all’errore ben più gravi, non si trova nella condizione di dover temere di passare i successivi 20 anni tra ricorsi e accuse. Qualcuno pensa che noi dovremmo essere infallibili, ma spesso chi sbaglia è in genere più bravo della media. Mi spiego: non parlo di sciatteria o superficialità, ma se un chirurgo si spinge più in là per cercare di salvare la vita di un paziente, si trova in una condizione più complessa e difficile e commette un errore. Negli altri Paesi, dopo una analisi del caso che avviene internamente, in cui viene escluso il dolo o la superficialità dell’approccio del chirurgo, lo Stato garantisce e risarcisce senza bisogno di un processo. La differenza importante è che in Italia con tutte queste procedure chi ha subito un danno viene risarcito molto molto più tardi rispetto agli altri Paesi che non hanno un sistema malato come il nostro. 

Perché questa battaglia torna ad essere di attualità?
Nella fase più acuta dell’emergenza legata al Covid-19 purtroppo molti medici han dovuto compiere una scelta difficilissima: scegliere chi curare. E ora rischiano di pagarne le conseguenze. Umanamente, è comprensibile il dolore e il disappunto, ma è importante pensare che questa scelta è stata dovuta ad una mancanza di strumenti e strutture sufficienti: il numero di pazienti era così elevato da superare il numero di respiratori a disposizione, è un dato di fatto. Bergamo ne è stato il triste esempio più eclatante, diventando un caso a livello mondiale e registrando numeri pari solo a quelli di Philadelphia durante l’influenza spagnola. Soprattutto, questa scelta è stata compiuta in un momento straordinario. Per quanto possa sembrare azzardato, i nostri medici si sono comportati come se fossero stati in guerra: in un campo di battaglia, se le risorse sono poche, si scelgono i pazienti su cui intervenire, prediligendo quelli che hanno più probabilità di sopravvivere. Ecco, durante la pandemia, le trincee sono state i corridoi dei nostri ospedali, e alla nostra professione è stato richiesto di prendere questa decisione. Ora però, il rischio è che non venga sostenuta e protetta.

Cosa intende quando parla del rischio di una “Norimberga sanitaria”?
Perché ci sono alcuni procuratori della Repubblica che stanno pensando di imbastire delle cause, nascondendosi dietro la foglia di fico dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché in una situazione così tragica e fuori dall’ordinario qualcuno è morto perché non è stato attaccato al respiratore. La trovo non solo una grande perdita di tempo, considerando che i tempi giudiziari del nostro Paese sono estremamente lunghi e sappiamo che i tribunali si trovano ad avere un carico di arretrati impressionante, ma anche poco realistico. Un atteggiamento tutto italiano, anche perché in Europa solo la Polonia prevede una azione penale simile alla nostra. 

Quale quindi l’appello di ANAAO Assomed?
Purtroppo io sono pessimista. Quella che stiamo portando avanti è una campagna importante e fondamentale, ma bisogna scontrarsi con il “benaltrismo” che nel nostro Paese regna sovrano. Sono credo 40anni che combattiamo, anni che si sono tradotti non solo in difficoltà per i medici ma anche per il sistema giudiziario stesso. Noi vorremmo un cambiamento reale, anche a livello legislativo. È necessario cambiare il sistema penale italiano, che si basa ancora sul codice Rocco. Eliminare quindi l’obbligatorietà dell’azione penale, come succede già in moltissimi Paesi. 

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