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PROFESSIONI E SANITA'. CHI E CHE COSA SI OPPONE AL CAMBIAMENTO

QUOTIDIANO SANITA' - 28 marzo

Mutare come necessità per la sopravvivenza del sistema. Questo il tema di fondo di un convegno svoltosi ieri a Roma all’interno del quale si sono confrontati, sotto la regia di Ivan Cavicchi, professionisti e politici della sanità. Se non si riesce a compensare minori finanziamenti con minori spese, i diritti, dei malati e dei professionisti, saranno sempre più negati. 

Il gioco è cambiato, questo il leit motif del Convegno svoltosi ieri presso la Pontificia Università Lateranense dal titolo “Professioni e sanità, chi e che cosa si oppone al cambiamento?”. L'evento, sotto la regia di Ivan Cavicchi è stato promosso dal mensile “Specchio Economico” e dal Movimento “Le Professioni per l’Italia” si è mosso seguendo una direttrice di pensiero che parte dall'assunto che "le politiche di ieri che parlano di razionalizzazione non bastano più. Se non si riesce a compensare i minori finanziamenti con minori spese, i diritti saranno sempre più negati".
 
Ma per liberare risorse dall’attuale sistema di spesa non bastano né costi standard, né perseguire ricoveri impropri: serve piuttosto una riforma del sistema di spesa, possibile solo con una riforma del sistema sanitario.
 
“Il titolo del Convegno – spiegato nella sua relazione Ivan Cavicchi – sottintende la necessità di un cambiamento e la difficoltà di metterlo in atto. A volte ho l’impressione che prevalga l’invarianza rispetto al cambiamento. Non credo che si possa cambiare nella sanità senza passare per chi ci lavora che è il grande capitale del sistema ma su cui non si investe. Perché dovremmo cambiare? Il cambiamento non è un fine ma lo strumento. Tre sono le ragioni per cui cambiare”.
 
La tre ragioni per il cambiamento
La prima ragione per cambiare secondo Cavicchi è “per motivi di sostenibilità. Ci sono problemi di spesa pubblica e i problemi sono destinati a crescere. Seconda ragione, i diritti dei malati stanno declinando, terza ragione ci sono da rispettare i diritti dei professionisti, di chi lavora in sanità. Troppo spesso ci si dimentica che questo è un lavoro complesso e se manca la qualità nelle cure offerte ci rimettono i malati”. 
“Il problema che vedo – ha insistito il sociologo - è il decadimento. Ogni giorno, ho l’impressione che si perda qualcosa. La sanità è come maltrattata. Solo otto regioni infatti garantiscono appieno le cure. Quasi che l’articolo 32 della Costituzione sia diventato un soprammobile”.
 
Per Cavicchi “i medici e gli infermieri che lavorano all’interno del Ssn sanno di lavorare in sofferenza. C’è un limite economico, lo sappiamo bene, ma discutiamo su come affrontarlo. Ci sono certo alcune idee. La spending review per esempio è un’idea di cambiamento, l’efficientamento dei servizi proposto da Carlo Cottarelli è una buona idea di cambiamento. Ma che livello di cambiamento però dobbiamo mettere in atto? Credo che la questione si pone in maniera urgente. Per il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, il Patto per la salute è uno strumento di riforma ma in realtà è solo un patto finanziario tra Governo e Regioni. Perché è difficile affrontare una riforma senza i protagonisti, così avremo una riforma incompleta. Se si vuole cambiare un sistema ti deve mettere d’accordo con tutti quelli che ci stanno dentro".
 
Le cose da cambiare
A questo punto Cavicchi fa un elenco di priorità su cui intervenire. “Sono preoccupato – ha detto - perché il Patto per la salute non ha lo spessore del cambiamento che ci serve, in particolare quattro sono le cose da fare. La prima è la governabilità, perché sono convinto che il Ssn è poco e mal governato e da questo discendono disservizi, costi e inefficienze. Stiamo pagando prezzi inauditi.
 
La seconda cosa da fare è mettere mano al Titolo V della Costituzione, e qui in ballo ci sono questioni di grande delicatezza a partire dal rapporto tra Stato e Regioni e il ruolo del Parlamento che si è ridotto. Dobbiamo riflettere sulla legislazione concorrente”. E se non tutte le regioni hanno dato pessima prova di sé, riconosce il sociologo “la maggioranza sì. Nel 2001 si è esagerato con i compiti affidati alle regioni. Non è possibile che il Ministero non abbia più poteri. Un ruolo credo che vada affidato anche ai Comuni che rappresentano la comunità. È insomma necessario riequilibrare tutti i poteri”.  
 
Cavicchi poi allarga lo spettro della sua analisi al sistema di commissariamento delle Regioni. “Trovo intollerabile che si commissarino le regioni solo quando vanno in rosso e non anche quando negano dei diritti. Si tagliano servizi e si distruggono i diritti. Sarebbe necessario allargare l’istituto del commissariamento”.
Altro punto di snodo della questione sono le Aziende, che “devono evolversi con managerialità diffuse orientate alla domanda. Andiamo avanti con il modello manifatturiero che non funziona. Le categorie lo dicono da anni di essere stanche di questo modello di azienda ma non del concetto di azienda”.

Terzo punto il sistema dei servizi va reingegnerizzato. “Il modello va ripensato. Sono stanco di sentir parlare di conflitti tra territorio e ospedale, occorre ridefinire i modelli e quindi occorre una strategie perché senza rotta non si naviga”.
 
Quarto punto la questione lavoro. “Va ripensato – ha aggiunto Cavicchi – è finita l’epoca della burocratizzazione del lavoro. Occorrono impegni e capacità. Il lavoro va valutato in base ai risultati ma la necessità del fare tutto a costo zero impedisce un vero cambiamento”.
 
Infine conclude il sociologo “c’è la necessità di produrre salute. L’articolo 32 della Costituzione mi piace, ma ho come l’impressione che sia stato svuotato perché non produciamo più salute. Occorre abbassare il numero dei malati, solo così si produce salute che significa produrre ricchezza e quindi interventi a cascata su tutto il resto”.
 
Per Francesco Saverio Proia, Dirigente direzione generale delle professioni sanitarie e delle risorse umane del Ssn del ministero della Salute “la concertazione è uno strumento valido che ha permesso di uscire da crisi peggiori di quella che stiamo vivendo. E nel Ssn è importante, in questa fase storica, dove forte è il contrasto tra le generazioni, ragionare sul metodo di organizzazione del lavoro. Senza la concertazione non si va avanti. La risorsa umana resta centrale nel Sistema sanitario”.
 
Secondo Rodolfo Lena, presidente della Commissione politiche sociali e salute del Consiglio regionale Lazio “il cambiamento può avvenire se tutti ci rendiamo conto che le cose devono cambiare. La politica, quella vera, deve fare la differenza perché altrimenti i cittadini del Lazio non si renderanno conto della qualità. Il lavoro va valorizzato, occorre mettere al centro la dignità della persone e non del malato”. Sul Titolo V infine l’opinione di Lena è che “le Regioni debbano assumersi onere di lavorare per garantire un Ssn degno di questo nome. Si può rivedere, ma le regioni devono garantire il diritto alla salute.
 
In apertura del suo intervento il segretario della Fimmg Giacomo Milillo si è detto “d’accordo con Cavicchi sul problema del decadimento del Paese che si è adagiato sui traguardi raggiunti”. Uno dei problemi per il rappresentante dei MMg è che i “burocrati e professionisti continuano a pensare che c’è un peggio da temere e per proteggersi vengono travolti dalla realtà. Personalmente sto cercando di introdurre un progetto di cambiamento ma trovo resistenza da parte delle regioni e dei miei iscritti. Tutti i ministri dal 2006, da Livia Turco in poi, si sono trovati d’accordo con me, ma hanno fallito. L’opposizione è sempre venuta da alcune regioni. Ostacolo è la Conferenza delle Regioni che si pone in contrasto con il Governo che spesso non ha avuto la capacità di promuovere il cambiamento dietro cui c’è una regia politica e un braccio funzionariale che blocca e questo deve finire non solo in sanità ma in tutto il Paese”.
 
A seguire ha preso la parola Domenico Mantoan, Direttore generale sanità regione Veneto, per cui è necessario lavorare su un ampliamento di competenze e riorganizzare l’assistenza territoriale: “Noi in Veneto l’abbiamo fatto, sviluppando un modello di medicina di gruppo integrato senza aspettare nessuno e pagandocelo da soli”. Oltre a ciò c’è da mettere mano a informatizzazione e riforma del Titolo V della Costituzione. “Non so quale sia il modello giusto, se per esempio tornare al centro, di certo però così non possiamo andare avanti”.
 
D'accordo con una riforma culturale che tenga conto delle mutate esigenze di operatori e cittadini anche Riccardo Cassi presidente della Cimo-Asmd secondo cui “dalla riforma del 1978 e del 1992, molte cose sono cambiate. Sono cambiati i modelli e l’organizzazione. Quello fatto negli anni ’90 ha svilito la nostra attività. Non basta sbloccare i contratti per ridare avvio alla professione, occorre valutare i professionisti e i risultati”.
Cassi ha poi ipotizzato un “unico contratto dell’area medica con un’unica controparte. È un progetto di lungo termine ma si può fare. Dobbiamo cambiare tipologia d’azienda che deve diventare dei servizi e non più manifatturiera coinvolgendo i professionisti”. Sulla riforma del Titolo V, ha aggiunto il rappresentante Cimo “si deve intervenire laddove le regioni non riescono più a garantire l’articolo 32 della Costituzione. Occorre che il ministro della Salute possa intervenire se non sono garantiti i diritti alla salute”.
 
A chiudere l'evento Costantino Troise, Segretario nazionale Anaao-Assomed per cui "il federalismo va ripensato, in questo senso non mi conforta l’ipotesi allo studio del governo di una sanità tutta regionale, il livello centrale deve restare. Altrimenti sarebbe un errore”. D’accordo anche Troise con il fatto che l’aziendalismo “vada ripensato. Non ci si può fissare solo sui costi di produzione, tagliando sul personale, il modello non regge più e non produce più salute”.

Quindi per il Segretario nazionale Anaao la nostra stella polare deve restare “il lavoro. I valori professionali vanno ripensati con tutto ciò che serve, dal contratto alla valutazione. Il lavoro va rimesso al centro, così come il diritto di curare con competenza e autonomia. La semplice compressione dei costi non può salvare il sistema”. La conclusione di Troise è che “il cambiamento e l’innovazione di per sé non garantiscono un miglioramento. Il cambiamento deve avvenire attraverso il lavoro e il terreno contrattuale rappresenta lo strumento per costruire un mutamento solido per salvare un patrimonio, il Ssn, che rappresenta un miracolo economico”. 

fonte: QUOTIDIANO SANITA'

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